


Hana Korea racconta la storia di Cho Hye-sun (Kim Min-ha), una giovane donna di ventuno anni che riesce a fuggire dalla Corea del Nord. Originaria della provincia di Ryanggang, Hye-sun ha perso il padre quando aveva soltanto sedici anni. Da allora la sua vita è ruotata attorno alla madre, gravemente malata e rimasta sola. Anche il fratello vive una situazione difficile. È impiegato in una fabbrica nella provincia di Hamgyŏng con uno stipendio troppo basso per poter sostenere economicamente la famiglia. Pur non desiderando abbandonare la madre, Hye-sun comprende che rimanere nel Paese significherebbe non poterle garantire nemmeno le medicine necessarie per sopravvivere. Per questo decide di rischiare tutto.
La giovane entra clandestinamente in Cina, affrontando uno dei percorsi di fuga più pericolosi al mondo.
Qui la sua libertà si rivela soltanto apparente. Per poter sopravvivere accetta di vivere con un contadino molto più anziano di lei, che le promette denaro da inviare alla madre. L’uomo, però, pretende che Hye-sun diventi sua moglie e abbia un figlio con lui. Quando comprende che quella vita non rappresenta altro che una nuova forma di prigionia, la ragazza decide di fuggire ancora una volta, rinunciando all’unica sicurezza economica che aveva trovato.
Dopo due anni trascorsi lontano dalla madre, Hye-sun riesce finalmente a raggiungere la Corea del Sud in aereo. Il suo arrivo, tuttavia, non coincide con l’inizio immediato di una nuova esistenza. Tutti i disertori nordcoreani vengono sottoposti a indagini da parte delle autorità sudcoreane, che devono verificare la loro identità ed escludere qualsiasi collegamento con attività di spionaggio. Durante gli interrogatori Hye-sun ripercorre la propria vita, raccontando della famiglia lasciata al Nord, della fuga in Cina e delle ragioni che l’hanno spinta ad attraversare il confine.
Terminata la procedura, Hye-sun ottiene finalmente la cittadinanza sudcoreana.
Viene in seguito trasferita ad Hanawon, il centro governativo che prepara i rifugiati nordcoreani alla nuova vita nel Sud. All’interno della struttura, diretta da Park Yong-chul (Jo Seung-yeon), i nuovi arrivati seguono corsi di formazione professionale, lezioni scolastiche e programmi pensati per aiutarli ad integrarsi a una società completamente diversa da quella in cui sono cresciuti. Hye-sun riceve una piccola indennità economica e condivide la stanza con Bom-yi (Ahn Seo-hyun), una ragazza cinese nata da genitori nordcoreani. Tra le due nasce gradualmente un rapporto di amicizia.
Le lezioni affrontano anche la storia della Corea. Gli insegnanti spiegano come il nome “Korea” derivi dalla dinastia Goryeo, periodo in cui il Paese consolidò la propria identità culturale e politica rimanendo unificato per oltre mille anni, fino alla divisione provocata dalla Guerra Fredda. Per Hye-sun ogni giornata rappresenta una continua scoperta.
La convivenza ad Hanawon non è però semplice. Una delle ospiti, Yoon-hwa (Seokhee), manifesta fin da subito una forte ostilità nei confronti di Hye-sun, arrivando perfino ad aggredirla fisicamente. Sebbene la giovane durante la lite riceva l’aiuto di un’altra rifugiata di nome Seok-hui (Kim Joo-ryoung), sa di meritarsi l’astio di Yoon-hwa.
Quando a Hye-sun viene proposto di iniziare subito a lavorare, la ragazza sorprende tutti dichiarando di voler proseguire gli studi.
È convinta che senza qualifiche non potrà mai essere rispettata e sogna di diventare infermiera. Dopo aver ascoltato le sue motivazioni, il direttore Park Yong-chul decide di sostenerla, autorizzandola a seguire il percorso di formazione necessario per raggiungere il suo obiettivo.
Nel frattempo Hye-sun cerca disperatamente un modo per avere notizie della madre. Contatta Songgwang, uno degli intermediari che operano clandestinamente tra Corea del Sud, Cina e Corea del Nord, sperando che possa consegnare un messaggio alla madre. L’uomo, però, rifiuta qualsiasi richiesta di aiuto finché Hye-sun non sarà in grado di pagarlo.
Seok-hui racconta a Hye-sun di aver lasciato in Cina un figlio di nove anni, costretta a separarsi da lui quando è riuscita a raggiungere la Corea del Sud. Le due scoprono di aver vissuto entrambe a Dalian e condividono le proprie esperienze, ricordando come molte donne nordcoreane vengano o sfruttate nei night club o vendute a contadini cinesi, costrette a rimanere incinte e minacciate di essere denunciate alle autorità cinesi se tentano di ribellarsi.
Terminato il programma, Hye-sun e Bom-yi si trasferiscono insieme in un appartamento a Seoul.
Per mantenersi, Hye-sun trova impiego in un ristorante mentre prosegue gli studi. Dopo mesi di sacrifici Hye-sun riesce finalmente a mettere insieme il denaro necessario da inviare alla madre. Tuttavia scopre che gli intermediari trattengono ora il quaranta per cento della somma, giustificando l’aumento con il rafforzamento dei controlli al confine. Quando finalmente sembra vicina a ristabilire un contatto con la madre, Hye-sun riceve la notizia che temeva più di ogni altra cosa.

Titolo Originale
하나 코리아 (ha-na ko-ri-a)
Genere
Drammatico
Regia
Frederik Solberg
Sceneggiatura
Sharon Choi
Interpreti
Kim Min-ha, Kim Joo-ryoung, Ahn Seo-hyun, Jo Seung-yeon, Kim Geum-soon, Kim Bi-bi, Jeong Chan-ho, Lee Taek-geun, Sim Woo-hyeon, Seokhee, Kim Han-sang
Corea del Sud, 2025, 103′

Con Hana Korea il regista Frederik Solberg e la sceneggiatrice Sharon Choi raccontano le esperienze delle rifugiate nordcoreane in Corea del Sud
Hana Korea è uno di quei film che colpiscono soprattutto per il modo in cui scelgono di raccontare una realtà con autenticità. Pur seguendo il percorso di una singola protagonista, il film non vuole essere soltanto il ritratto di una giovane donna in cerca di una nuova vita, ma diventa il racconto di un’intera comunità di persone costrette a ricominciare da zero dopo aver abbandonato tutto ciò che conoscevano. Il risultato è un’opera profondamente umana che rinuncia quasi del tutto ai toni melodrammatici per affidarsi a un realismo delicato e spesso doloroso.
La regia mantiene uno sguardo sobrio per tutta la durata del film. Non cerca mai di spettacolarizzare le sofferenze vissute dalle rifugiate nordcoreane e proprio questa scelta rende ancora più incisive le emozioni. Le scene dedicate all’inserimento nella società sudcoreana sono probabilmente le più interessanti perché mostrano come la libertà non coincida automaticamente con la felicità. Anche dopo essere arrivate nel Sud, le protagoniste devono imparare a vivere in un mondo completamente diverso, fatto di regole sociali, consumi, responsabilità e opportunità che per molti di noi sono normali ma che per loro rappresentano un universo sconosciuto.
Hanawon diventa così molto più di un semplice centro di accoglienza. È un luogo di passaggio in cui il film riflette sul significato stesso dell’identità. Le lezioni di storia, i corsi di formazione, le prime esperienze con oggetti banali come un chewing gum, i prodotti di bellezza o i videogiochi non sono semplici curiosità. Sono simboli di un processo di trasformazione che coinvolge ogni aspetto della vita. Il film riesce a trasmettere con grande efficacia quanto possa essere destabilizzante dover imparare da adulti ciò che altri hanno conosciuto fin dall’infanzia.
Uno degli aspetti migliori della sceneggiatura di hana korea è la capacità di evitare qualsiasi rappresentazione idealizzata della Corea del Sud.
Se da una parte offre opportunità impensabili nel Nord, dall’altra presenta nuove difficoltà. La discriminazione nei confronti dei rifugiati, i pregiudizi, lo sfruttamento lavorativo, quello gretto e spietato degli intermediari e la pressione economica mostrano come il raggiungimento della libertà sia soltanto il primo passo di un percorso molto più lungo e complesso. Il film racconta bene anche il peso psicologico della separazione familiare, facendo capire come il senso di colpa continui a perseguitare chi è riuscito a salvarsi lasciando indietro le persone più care.
Molto efficace è anche il modo in cui vengono raccontate le esperienze delle donne nordcoreane passate attraverso la Cina. Hana Korea affronta il tema della tratta di esseri umani con grande rispetto, evitando qualsiasi forma di spettacolarizzazione. I racconti delle rifugiate rivelano un sistema fatto di prostituzione, matrimoni forzati, ricatti, gravidanze imposte e continui abusi, aggiungendo ulteriore profondità a una storia che parla soprattutto di resilienza. Anche il riferimento alle Kippeumjo, il gruppo di donne reclutate dal regime nordocoreano per intrattenere i vertici del potere, contribuiscono ad ampliare il quadro della condizione femminile.
Il film dedica inoltre molto spazio ai piccoli gesti quotidiani. Sono proprio questi momenti apparentemente secondari a renderlo così credibile. Una lezione, un litigio, un turno di lavoro, una telefonata che non arriva, la rinuncia a un momento di evasione per fare gli straordinari assumono un valore enorme perché raccontano la fatica dell’integrazione meglio di qualsiasi discorso esplicativo. Anche i ricordi dei drama sudcoreani visti di nascosto nel Nord acquistano un significato particolare. Mettono in contrasto l’immagine romantica della Corea del Sud costruita dalla televisione con una realtà decisamente più complessa, dove gli uomini non sono principi azzurri ma colleghi molesti.
Kim Min-ha offre un’ottima interpretazione.
Dopo essersi fatta conoscere a livello internazionale grazie al ruolo della giovane Sunja nella serie Pachinko, dimostra ancora una volta una capacità di comunicare emozioni attraverso sguardi e silenzi più che con le parole. La sua Hye-sun è una ragazza che cerca continuamente di reprimere il dolore per poter andare avanti. E l’attrice riesce a rendere credibile ogni fase della sua evoluzione senza mai eccedere nella recitazione. È una prova misurata, naturale e coinvolgente, che conferma il suo talento nel dare vita a personaggi segnati da profonde ferite interiori.
Anche il resto del cast contribuisce alla riuscita dell’opera. I rapporti che Hye-sun costruisce con Bom-yi, con il direttore di Hanawon e con le altre rifugiate restituiscono un senso di solidarietà che convive continuamente con diffidenza, rabbia e sensi di colpa. Nessun personaggio appare completamente positivo o negativo perché ognuno porta con sé il peso delle proprie esperienze e delle proprie scelte.
La parte finale è quella emotivamente più devastante. Il film evita grandi colpi di scena e lascia che siano le conseguenze delle decisioni prese in passato a travolgere la protagonista. È in questi momenti che emerge con maggiore forza il messaggio dell’opera. Andarsene può essere l’unica possibilità di sopravvivenza per sé e per gli altri, ma significa convivere per sempre con un vuoto che nessuna nuova opportunità potrà colmare del tutto. La frase secondo cui lasciare il proprio Paese crea un buco nel cuore riassume perfettamente lo spirito del film.
Sapere che Hana Korea trae ispirazione dalle testimonianze reali di rifugiate nordcoreane, in particolare da quelle di Hyorin Choi, conferisce ulteriore forza al racconto.
Più che denunciare apertamente una situazione politica, il film preferisce dare un volto e una voce a persone che troppo spesso vengono ridotte a semplici numeri o statistiche. È un’opera che invita a guardare oltre la fuga e oltre il confine, mostrando quanto sia difficile costruirsi una nuova esistenza quando il passato continua a chiedere di essere ricordato.
Hana Korea non è un film costruito per emozionare con artifici narrativi, ma conquista proprio grazie alla sua sincerità. Racconta il prezzo della libertà, il valore dell’istruzione, che remunera in rispetto, il peso dei rimorsi e la forza necessaria per continuare a vivere nonostante tutto, non nascondendosi come le vipere nell’erba, ma continuando a seguire il cammino che s’attende. È un dramma intenso, delicato e profondamente umano che riesce a trasformare una vicenda personale in una riflessione universale sul significato della resilienza.
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