


In Mousetrap, Je Moon-jae (Ryu Jun-yeol) è uno scrittore di successo che vive da anni completamente isolato dal mondo. Da adolescente perse entrambi i genitori, morti dopo che la loro automobile finì in mare. Moon-jae capì però che la morte dei genitori non fu un incidente, perché notò che le unghie della madre sembravano indicare che prima di morire avesse tentato di difendersi. Moon-jae si convinse che si trattò di un omicidio-suicidio. La tragedia gli provocò gravi attacchi di panico e, da quel momento, cominciò a vivere rinchiuso nella propria abitazione, assumendo continuamente farmaci per riuscire a controllare la paura di uscire.
La sua reclusione dura da anni, ma nel frattempo Moon-jae è diventato uno scrittore estremamente popolare.
Pubblica romanzi con uno pseudonimo e non appare mai in pubblico, tanto che nessuno conosce veramente il suo volto o la sua identità. Per i lettori è uno scrittore misterioso e solitario, autore di numerosi successi. Vive grazie ai guadagni dei suoi libri e acquista online tutto ciò di cui ha bisogno. Il suo unico vero collegamento con il mondo esterno è Son Soo-hyeon (Mu Jin-sung), il commercialista che gestisce per lui gli aspetti finanziari e che si occupa anche di molte questioni pratiche della sua vita.
Moon-jae trascorre le giornate sempre nello stesso modo e ha la sensazione di vivere all’interno di una simulazione nella quale ogni giorno è identico al precedente. La situazione cambia quando il suo telefono smette improvvisamente di riconoscere la sua impronta digitale. Poco dopo, alla televisione viene trasmessa la notizia del ritrovamento del cadavere di una giovane donna nel fiume Han. Il corpo presenta gravi ferite e la polizia cerca di identificare una persona ripresa mentre si allontanava dalla zona. Sul cadavere viene trovata una lettera nella quale è scritto che la persona recuperata dal fiume non si è suicidata. Nella lettera è indicato anche il nome di Kim Yeong-geun (Sul Kyung-gu) con delle sue foto allegate, insieme a un riferimento al complesso residenziale Centum Heights Fore, in cui abita Moon-jae.
Nel frattempo, il detective Soon-yong (Lee Kyu-hyung), a cui era indirizzata la lettera, comincia a seguire la pista collegata a Kim Yeong-geun.
Quest’ultimo è in realtà No-ja, un uomo legato al mondo criminale e al prestito di denaro. Da anni sta cercando Moon-jae per recuperare una somma di denaro che gli è stata sottratta. Moon-jae continua a vivere chiuso in casa, ma un giorno qualcosa colpisce violentemente la grande vetrata del suo appartamento. Moon-jae interpreta l’accaduto come un’anomalia, quasi un bug nella realtà in cui vive. Poco dopo scopre che qualcuno ha utilizzato la sua identità. La persona che sta usando il suo nome ha effettuato operazioni finanziarie, utilizzato le sue carte e occupato il suo spazio personale. Quando Soon-yong arriva nell’abitazione, Moon-jae sente addirittura che l’appartamento dovrebbe appartenere a Kim Yeong-geun.
La situazione precipita quando Moon-jae cerca di dimostrare chi sia. Nessun documento, nessuna impronta digitale e nessun altro elemento consente di verificare la sua identità. Anche le persone che dovrebbero conoscerlo non lo riconoscono. Moon-jae cerca di incontrare alcuni ex compagni di scuola durante una rimpatriata, ma gli ex compagni sostengono che l’uomo che hanno visto recentemente e che si è presentato come Moon-jae non è lui. Quando la polizia lo arresta, Moon-jae non è in grado di dimostrare di essere realmente lui e viene trattato come un impostore. Riesce a fuggire e torna al suo palazzo, dove la guardia della sicurezza gli racconta che egli stesso ha già sostituito la vetrata dell’appartamento e portato via tutti i mobili.
Moon-jae comprende di essere stato completamente cancellato dalla propria vita.
Qualcuno ha assunto il suo nome, il suo volto e la sua identità, ha preso possesso della sua casa e del suo patrimonio e ha fatto in modo che ogni prova dell’esistenza del vero Moon-jae scomparisse. In varie zone vengono inoltre rinvenuti cadaveri non identificati o non reclamati, privi di riscontri utili attraverso le impronte digitali.
Moon-jae scopre che la persona che sta utilizzando il suo nome è collegata a un sistema criminale basato sul furto d’identità. Seung-gyoo (Kim Sung-oh) e Myeong-soo (Hyun Bong-sik) lavorano infatti in un’organizzazione che individua persone prive di famiglia, senza una rete sociale o impossibilitate a essere reclamate, soprattutto senzatetto, persone fortemente indebitate e individui che non hanno nessuno in grado di cercarle. Le loro identità vengono sottratte e utilizzate per creare nuove vite per altre persone. Alcuni clienti sono persone che vogliono scomparire, mentre altri sono stranieri che pagano per ottenere una nuova identità coreana. Quando una persona diventa un ostacolo o la situazione si complica, può essere uccisa e il suo corpo viene fatto passare per quello di una persona scomparsa o suicida.
Myeong-soo è a sua volta un uomo che vive utilizzando l’identità di un’altra persona. Seung-gyoo è invece diventato uno dei principali organizzatori di questo sistema. Nel corso degli anni ha ampliato le proprie attività al gioco d’azzardo online, all’usura e alla gestione di identità false. Possiede numerosi nomi e documenti che gli permettono di superare controlli e pagare le tasse sotto identità differenti. Per i criminali più importanti individua luoghi sicuri in cui nascondersi e crea nuove identità con cui possano sfuggire alla polizia.
No-ja conosce direttamente questo ambiente e ha un rapporto precedente con Seung-gyoo.
Seung-gyoo e i suoi uomini sono coinvolti anche nell’eliminazione di cadaveri non reclamati. La polizia riceve una soffiata sulle loro attività e Soon-yong comincia a indagare sulla rete criminale. Myeong-soo rivela inoltre che un uomo che in passato lavorava per Seung-gyoo aveva imparato a uccidere persone e a riciclare identità. Un senzatetto era stato ucciso e il suo cadavere era stato cremato utilizzando l’identità di quell’uomo, permettendogli di scomparire. Quando torna a farsi vedere, l’uomo ha cambiato volto assumendo quello di Moon-jae, e si fa chiamare il Topo.
No-ja continua a cercare Moon-jae perché ritiene che sia coinvolto nella sparizione del denaro che gli appartiene. Moon-jae, dal canto suo, capisce che l’unico modo per recuperare la propria identità è trovare l’uomo che ha rubato i soldi a No-ja e la vita a lui. I due finiscono quindi per allearsi. No-ja vuole recuperare i propri soldi, mentre Moon-jae vuole trovare colui che ha preso il suo nome e il suo volto.
Il misterioso impostore conosce però ogni movimento di Moon-jae e di No-ja. Moon-jae scopre di essere controllato attraverso un dispositivo GPS e comprende che l’uomo che lo sta perseguitando riesce a sapere in anticipo dove si trova e cosa sta facendo. No-ja getta il telefono di Moon-jae proprio perché sospetta che sia attraverso quel dispositivo che l’impostore controlla i suoi spostamenti.
Successivamente No-ja recupera il telefono e lo lascia nei pressi di un lago per costruire una falsa scena di morte.
Il suo obiettivo è convincere l’impostore che Moon-jae sia morto e costringerlo a uscire allo scoperto per verificare personalmente l’accaduto. Il piano si basa anche sulla convinzione che l’impostore non voglia realmente uccidere Moon-jae, perché se il suo obiettivo fosse stato semplicemente eliminarlo avrebbe potuto farlo già da tempo. Son Soo-hyeon viene quindi mandato dal Topo a controllare la situazione.
Moon-jae affronta Soo-hyeon e gli chiede spiegazioni, ma il commercialista fugge. Poco dopo emerge che l’impostore tiene in ostaggio Da-eun, la figlia di Soo-hyeon. Soo-hyeon confessa a Moon-jae che la situazione è nata dalle sue stesse bugie. Convinto che Da-eun verrà uccisa se non obbedirà agli ordini ricevuti, Soo-hyeon si getta nel fiume. Moon-jae e No-ja riescono però a trovare Da-eun, ancora viva ma priva di sensi.
Seguono poi la pista che conduce a Yu-min (Park Yoon-ho), l’uomo che sta usando l’identità di Moon-jae. Moon-jae comincia ad avere frammenti di memoria e ricorda che in passato Yu-min lo guardava con invidia e gelosia. Entrambi erano infatti interessati a Min-yeong (Song Sui), ma quest’ultima amava solo Moon-jae. Alla ragazza inoltre appartiene il cadavere ritrovato nel fiume Han all’inizio della vicenda.

Titolo Originale
들쥐 (deul-jwi)
Regia
Kim Hong-seon
Sceneggiatura
Lee Jae-gon
Interpreti
Ryu Jun-yeol, Sul Kyung-gu, Lee Kyu-hyung, Kim Sung-oh, Lee El, Mu Jin-sung, Hyun Bong-sik, Lee Kwan-hoon, Jung Hee-tae, Shin Mun-sung, Park Jong-hwan, Park Yoon-ho-I, Song Sui
Corea del Sud, 2026, 10 Episodi

Kim Hong-seon, già regista di Money Heist, remake coreano de La Casa di Carta, dirige con Mousetrap un thriller sull’identità, sulla memoria e sulla possibilità che qualcuno possa rubarci non soltanto il nome e il volto, ma l’intera vita fino a farci dubitare di essere davvero chi crediamo di essere.
Ci sono serie che costruiscono il mistero attorno a una domanda e altre che sembrano costruirne una nuova ogni volta che stanno per rispondere alla precedente. Mousetrap appartiene decisamente alla seconda categoria. La sua principale caratteristica è infatti una struttura narrativa fondata sulla continua sostituzione delle certezze con nuovi dubbi, attraverso una successione di rivelazioni, ribaltamenti e colpi di scena che arrivano con una puntualità quasi matematica, spesso proprio quando lo spettatore pensa di avere finalmente capito dove la storia voglia andare. È una scelta rischiosa perché un thriller può facilmente finire per diventare prigioniero dei propri meccanismi, ma almeno nella prima parte della serie funziona molto bene.
La cosa più interessante è che lo spettatore viene messo esattamente nella stessa posizione di Moon-jae. All’inizio non sappiamo più di lui e soprattutto non possiamo essere sicuri che quello che lui ricorda corrisponda a ciò che è realmente accaduto. La sua memoria bucata dai farmaci diventa così uno strumento narrativo particolarmente efficace. Quello che potrebbe sembrare inizialmente un espediente artificioso per ritardare le informazioni acquista progressivamente un senso, perché la sua condizione rende credibile il fatto che il passato possa riaffiorare soltanto attraverso frammenti, immagini e associazioni incomplete. La serie non racconta quindi soltanto la ricerca di un’identità perduta, ma mette in discussione la possibilità stessa di ricostruire la propria identità attraverso la memoria.
Ed è proprio qui che Ryu Jun-yeol trova il materiale migliore per la sua interpretazione.
Moon-jae non è semplicemente una vittima perseguitata da qualcuno che gli ha rubato la vita. È un personaggio molto più ambiguo, perché la distinzione tra vittima e carnefice progressivamente si dissolve. Ryu riesce a rendere questa ambivalenza anche fisicamente, modificando postura, sguardo, modo di muoversi e presenza scenica quando interpreta i due personaggi. Ma la cosa più interessante è che il contrasto non riguarda soltanto il doppio ruolo. Esiste anche all’interno dello stesso Moon-jae, che può essere contemporaneamente vittima delle proprie esperienze e responsabile di ciò che ha fatto.
In questo senso il finale retroagisce sull’intera serie e modifica il significato di molti elementi precedenti. Non si tratta semplicemente di scoprire chi abbia rubato l’identità di chi, perché la domanda più importante diventa quanto della persona che vediamo sia autentico e quanto sia invece il risultato di una vita costruita sulle rimozioni, sulle omissioni e sulle menzogne. È una soluzione che permette a Mousetrap di evitare, almeno in parte, il rischio di ridurre tutto alla contrapposizione tra il buono e il cattivo.
La scelta di affidare a Ryu Jun-yeol entrambi i ruoli è quindi particolarmente azzeccata.
Il suo volto enigmatico e il suo tono di voce basso sono perfetti per restituire personaggi ambigui e difficili da decifrare, come aveva già dimostrato in Believer, The King, Money e The 8 Show. Il doppio ottenuto attraverso la chirurgia plastica appartiene perfettamente alla logica del thriller e rende visibile il tema della sostituzione dell’identità. Rimane però una perplessità non secondaria sulla voce. Che due persone abbiano lo stesso volto può essere spiegato attraverso la chirurgia, ma che abbiano anche una voce sostanzialmente identica richiede un ulteriore livello di artificio che la serie non chiarisce davvero. È uno di quei dettagli che bisogna accettare perché il meccanismo narrativo possa funzionare, un po’ come se Mousetrap chiedesse allo spettatore di concedergli una tecnologia da Mission Impossible senza dichiarare apertamente di averla a disposizione.
Il riferimento alla fiaba coreana del topo che mangia le unghie è invece molto più raffinato.
Nella versione tradizionale un topo trova e mangia le unghie tagliate da una persona e, dopo averle consumate, assume il suo aspetto. A quel punto torna nella sua casa e viene riconosciuto dalla famiglia come il vero padrone, mentre il vero uomo viene considerato un impostore. È esattamente l’incubo che Mousetrap trasforma in un thriller contemporaneo.
Il dettaglio delle unghie diventa così una metafora dell’identità. Nella fiaba il topo deve ingerire una parte fisica dell’individuo per diventare quell’individuo. Nella serie quella stessa idea viene aggiornata attraverso impronte digitali, dati personali, documenti, fotografie, password, informazioni finanziarie e tutto ciò che nel mondo moderno certifica che siamo noi. La fiaba raccontava quindi una forma arcaica di furto d’identità mentre Mousetrap la trasforma in una versione tecnologica dello stesso incubo.
Anche il comportamento di Moon-jae con le unghie assume per questo un significato preciso. La serie insiste sul gesto del tagliarle e sul rapporto quasi ossessivo con esse proprio per richiamare direttamente la fiaba. Il simbolismo fondamentale è soprattutto quello della parte di sé che viene separata dal corpo e che può essere utilizzata da qualcun altro per appropriarsi della propria identità. Il topo non ha bisogno di possedere tutta la persona originale, gli basta un frammento per sostituirla. È una delle idee più riuscite di Mousetrap.
Il titolo coreano 들쥐, letteralmente topo di campagna o topo selvatico, acquista così un significato molto più preciso rispetto al semplice Mousetrap utilizzato internazionalmente.
Il topo della fiaba non è un mostro soprannaturale nel senso classico. È una creatura che desidera diventare umana al punto da appropriarsi della vita di un altro. E questo rende ancora più interessante il rapporto tra Moon-jae e Yu-min, perché la serie finisce per chiedersi se il desiderio di diventare qualcun altro sia davvero così diverso dal desiderio di cancellare una parte di se stessi.
È proprio questa ambiguità a rendere convincente anche il rapporto tra Moon-jae e No-ja. Il loro legame funziona perché non nasce dalla fiducia ma dalla necessità. Nessuno dei due è veramente buono e nessuno dei due può permettersi di comportarsi come se lo fosse. No-ja è un uomo violento e criminale, ma Sul Kyung-gu evita di trasformarlo in una semplice macchina da intimidazione. Il suo personaggio mantiene una zona d’ombra che permette allo spettatore di sospettare continuamente delle sue intenzioni. L’attore è particolarmente bravo nel costruire quello che inizialmente sembra un cattivo e che progressivamente assume contorni molto più complessi.
Sul Kyung-gu possiede inoltre una presenza scenica completamente diversa da quella di Ryu Jun-yeol. Dove Moon-jae è inquieto, fragile, quasi ripiegato su se stesso, No-ja è fisicamente e psicologicamente diretto. Il contrasto tra i due permette alla serie di costruire una strana coppia che rappresenta forse il suo elemento più divertente. Il paradosso è che il personaggio più apparentemente pericoloso diventa gradualmente quello di cui lo spettatore riesce a comprendere meglio le motivazioni.
La parte meno convincente di mousetrap riguarda invece l’espansione della sottotrama di Seung-gyoo e Myeong-soo.
Non è difficile capire perché gli sceneggiatori abbiano inserito quel mondo criminale. Serve ad allargare la storia, a ritardare l’arrivo al cuore del mistero e soprattutto a trasformare una vicenda apparentemente privata in qualcosa di molto più grande. Il problema è che il movente economico che mette in movimento alcuni di questi personaggi non sempre regge allo stesso modo.
La questione dei soldi di Seung-gyoo è particolarmente problematica. Seung-gyoo continua a inseguire una somma che dovrebbe essere centrale per le sue motivazioni, mentre per No-ja quella stessa ossessione finisce progressivamente per perdere importanza. E viene spontaneo chiedersi quale sia realmente il problema. Se Moon-jae dispone di un patrimonio enorme e di guadagni consistenti grazie ai suoi libri, dal punto di vista puramente pratico sarebbe molto più semplice saldare il debito e chiudere la questione. La serie prova a trasformare il denaro in un elemento di una rete criminale molto più ampia, ma il risultato non è sempre completamente persuasivo.
Questo è anche uno dei motivi per cui la parte centrale appare più pesante rispetto all’inizio e al finale.
Mousetrap accumula personaggi, organizzazioni, identità, rapporti passati e sottotrame con l’ambizione di far convergere tutto nell’ultima parte. La strategia alla fine paga, perché il finale esplicativo permette di ricollocare molti elementi precedentemente apparentemente scollegati. Ma nel percorso ci sono momenti in cui la serie sembra più interessata a nascondere informazioni allo spettatore che a sviluppare davvero le conseguenze emotive di ciò che sta raccontando.
È una differenza importante. Un colpo di scena funziona quando cambia il significato di ciò che abbiamo visto. Quando invece serve soltanto a impedire che possiamo arrivare alla risposta, rischia di diventare un espediente. Mousetrap oscilla continuamente tra queste due possibilità. Alcuni ribaltamenti sono molto efficaci, altri sembrano esistere soprattutto per mantenere in vita il mistero per un’altra puntata.
La sottotrama di Soon-yong che finisce per essere collegato a Moon-jae attraverso una dimensione familiare è un altro esempio di questa tendenza.
Il fatto che non si tratti semplicemente di una coincidenza, ma di qualcosa che viene orchestrato da Yu-min, rende l’idea meno arbitraria. Tuttavia resta una costruzione narrativa piuttosto evidente. Funziona all’interno della logica del complotto, ma ha bisogno che lo spettatore accetti un numero considerevole di incastri. È uno dei casi in cui la complessità della sceneggiatura rischia di essere scambiata per profondità.
Più interessante è invece il percorso personale di Soon-yong. Il suo tentativo di recuperare un rapporto con la moglie può sembrare inizialmente una deviazione rispetto alla trama principale, ma assume un possibile significato se lo si legge alla luce del tema della famiglia che attraversa tutta la serie. L’incontro con lo zio e il confronto con una figura familiare che appartiene al suo passato possono avergli fatto comprendere quanto sia facile ritrovarsi soli e quanto sia importante non lasciare che i rapporti vengano consumati dall’assenza. Non è però un elemento sviluppato con sufficiente forza da rendere questa interpretazione del tutto necessaria.
Anche la rappresentazione della polizia appartiene a una tradizione molto riconoscibile del thriller coreano. Gli investigatori sono spesso caotici, rumorosi, approssimativi e apparentemente incapaci di controllare davvero ciò che accade, ma allo stesso tempo costituiscono una sorta di famiglia. Mousetrap riprende questo modello senza modificarlo particolarmente. Da una parte contribuisce al tono della serie, dall’altra rende ancora più evidente quanto il protagonista sia isolato rispetto a qualsiasi struttura sociale.
Il tema dell’identità rubata permette inoltre a Mousetrap di inserirsi in una linea molto precisa del cinema e della serialità coreana contemporanea.
Il traffico di documenti e identità richiama inevitabilmente opere che hanno già raccontato quanto la persona possa essere trasformata in un insieme di dati manipolabili, mentre il trattamento dei cadaveri non reclamati richiama quella zona del cinema coreano in cui la morte diventa una questione burocratica e sociale prima ancora che individuale. In questo senso il confronto con Non stare a guardare è interessante per la presenza dello scambio e della manipolazione delle identità, mentre Segugi rappresenta un precedente utile per il tema dei corpi dimenticati e di quelle persone che, proprio perché nessuno le reclama, possono essere cancellate con una facilità inquietante.
Dove Mousetrap si distingue è nel trasformare tutto questo in una riflessione quasi paranoica sulla certificazione dell’esistenza. Nel mondo contemporaneo non basta più essere una persona. Bisogna essere riconosciuti come tale da un telefono, da una banca, da un documento, da un archivio, da una fotografia, da qualcuno che ci conosca. Se tutti questi elementi vengono sostituiti, la persona reale può diventare improvvisamente quella falsa.
La regia di Kim Hong-seon asseconda molto bene questa idea attraverso un ritmo visivo dinamico.
Mousetrap non è un thriller statico e quando decide di accelerare lo fa con inseguimenti automobilistici, fughe, scontri e continui spostamenti. La macchina da presa non rimane semplicemente a osservare l’azione, ma la accompagna con un linguaggio energico che impedisce alla componente investigativa di diventare completamente statica.
Il problema è che questa energia visiva non sempre viene accompagnata da una pari necessità narrativa. La serie è composta da dieci episodi e in più momenti si avverte la sensazione che ci sia materiale sufficiente per un thriller più compatto.
Eppure sarebbe ingeneroso considerare questa caratteristica soltanto un difetto. Mousetrap è costruita per farci cambiare continuamente idea. Ogni episodio deve lasciare una porta aperta, ogni risposta deve contenere una nuova domanda e ogni identità deve poter essere rimessa in discussione. I cliffhanger funzionano proprio perché la serie comprende molto bene il meccanismo della curiosità. Non vuole semplicemente sapere chi sia il colpevole. Vuole che lo spettatore continui a chiedersi se il personaggio che sta seguendo sia davvero quello che crede.
Ed è qui che il titolo trova il suo significato più interessante. La trappola non è soltanto quella costruita per catturare il topo. È la struttura stessa della storia. Moon-jae crede di inseguire qualcuno, ma più procede nella ricerca più scopre di essere dentro un meccanismo che esiste da molto prima che lui se ne accorga. E il vero bersaglio della trappola non è necessariamente chi pensavamo all’inizio.
Mousetrap non è quindi una serie perfetta.
Alcune sottotrame sono sovraccariche, certe motivazioni risultano meno convincenti di altre e alcuni collegamenti sembrano costruiti soprattutto per sostenere l’ennesimo ribaltamento. La vicenda di Seung-gyoo e Myeong-soo, in particolare, avrebbe beneficiato di una maggiore solidità motivazionale, mentre alcuni sviluppi legati a Soon-yong sembrano più funzionali alla macchina narrativa che realmente indispensabili.
Ma quando arriva alla parte conclusiva, la serie riesce a fare qualcosa di importante. Non si limita a spiegare ciò che è successo. Rilegge il protagonista. E questo permette di comprendere perché Moon-jae sia stato costruito fin dall’inizio come una figura sospesa tra vittima e carnefice, tra persona derubata della propria identità e individuo che a sua volta ha costruito la propria esistenza appropriandosi di qualcosa che non gli apparteneva.
È probabilmente questo il motivo per cui Ryu Jun-yeol rappresenta la scelta migliore possibile per il ruolo. La sua interpretazione non chiede allo spettatore di decidere immediatamente da che parte stare. Lo costringe invece a rimanere vicino a un uomo del quale non può essere completamente sicuro. E in una serie costruita sull’impossibilità di distinguere l’originale dalla copia, questa è forse la cosa più importante.
Mousetrap parte quindi come un thriller sulla sparizione di un’identità e finisce per diventare qualcosa di più inquietante.
Non chiede soltanto chi siamo quando qualcuno ci ruba il nome, il volto e la vita, ma cosa rimane di noi quando scopriamo che anche la persona che credevamo di essere potrebbe essere una costruzione. La serie a volte esagera con i propri giochi, ma quando smette di inseguire il colpo di scena per concentrarsi su questa domanda trova una dimensione sorprendentemente complessa. E proprio come nella fiaba del topo che mangia le unghie, il vero orrore non è che qualcuno possa assomigliarci. È che possa diventare noi.
TRAILER
videorecensione
Per votare devi accedere al tuo account.


Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.