


In The Day She Returns Bae Jeong-soo (Song Seon-mi) è un’attrice che ha smesso di recitare dopo il matrimonio. Divorziata e con una figlia di 11 anni, gira un film indipendente per tornare a lavorare. In occasione della prima del film viene intervistata da tre giornaliste. Durante le interviste, distanziate di circa venti minuti l’una dall’altra, cerca di rispondere alle domande nel miglior modo possibile. In seguito si reca al suo nuovo corso di recitazione, dove l’insegnante Kim Yeong (Jo Yoon-hee) le chiede di ricreare l’intervista appena sostenuta. Ma quando arriva alla parte più importante del colloquio, sembra non riuscire più a ricordare nulla. È stanca e desidera soltanto tornare a casa in fretta. Sua figlia la sta aspettando.

Titolo Originale
그녀가 돌아온 날 (geu-nyeo-ga dor-a-on nal)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Hong Sang-soo
Interpreti
Song Seon-mi, Jo Yoon-hee, Park Mi-so, Kang So-yi, Kim Sun-jin, Oh Yoon-soo, Ha Seong-guk, Shin Seok-ho
Corea del Sud, 2025, 84′

Con The Day She Returns Hong Sang-soo prosegue il suo percorso di progressiva sottrazione, firmando uno dei lavori più essenziali della sua recente filmografia.
Presentato nella sezione Panorama della Berlinale 2026, il film conferma la volontà del regista coreano di spogliare il cinema di qualsiasi artificio superfluo, riducendo la narrazione a pochi personaggi, un numero limitato di ambienti e una messa in scena rigorosamente controllata, senza controcampi e con un unico zoom che interviene neanche tanto convintamente a sottolineare un preciso passaggio del dialogo. Il bianco e nero, ormai presenza ricorrente nella sua filmografia, sospende il racconto in una dimensione quasi fuori dal tempo, dove ogni gesto, ogni pausa e ogni parola acquistano un peso superiore rispetto all’azione.
Più che raccontare una vicenda, Hong Sang-soo osserva un processo diviso in 5 capitoli. Le tre interviste concesse da Bae Jeong-soo dopo il suo ritorno sulle scene, la successiva lezione di recitazione e la ricostruzione finale non costituiscono episodi autonomi, ma variazioni della stessa esperienza. La ripetizione diventa così il principio che governa la struttura del film, oltre che lo stesso cinema del regista, come egli tende spesso ad ammettere giocandoci su. Ogni conversazione riprende temi già affrontati, ma li modifica attraverso impercettibili deviazioni (la birra prima rifiutata, poi ordinata e in seguito finita di bere), nuove confidenze e differenti sensibilità. Nulla ritorna, parafrasando il titolo del film, davvero identico. Ogni dialogo produce un piccolo scarto, invitando lo spettatore a osservare non ciò che si ripete, ma ciò che cambia.
Questa costruzione non è un semplice espediente formale.
Attraverso il susseguirsi delle interviste, Hong Sang-soo mostra come la stessa persona finisca per raccontarsi in modo diverso a seconda dell’interlocutore che ha di fronte. Il ritorno dell’attrice non viene mai trasformato in un evento spettacolare né in un racconto di rinascita professionale. Diventa piuttosto l’occasione per interrogarsi sul rapporto tra immagine pubblica e identità privata, tra ciò che scegliamo di raccontare di noi stessi e ciò che inevitabilmente rimane fuori dal linguaggio. Le interviste, nate per promuovere un film, finiscono così per trasformarsi in uno spazio di autoriflessione, dove il confine tra confessione, rappresentazione e conversazione diventa progressivamente più sfumato.
Sebbene seguano uno schema analogo, le tre interviste assumono progressivamente una fisionomia diversa. La prima rimane più vicina ai codici dell’intervista promozionale, pur sconfinando ben presto nella sfera privata dell’attrice. La seconda abbandona invece quasi subito il terreno dell’informazione per trasformarsi in una riflessione sul rapporto tra spettatore e opera. La terza, infine, amplia ulteriormente l’orizzonte, spostando il dialogo verso temi più universali, come la sincerità, l’amore, il lavoro dell’attore e il significato stesso dell’esistenza. Pur partendo da prospettive differenti, tutte e tre condividono però un identico movimento: il film diventa soltanto il punto di partenza di una conversazione che finisce inevitabilmente per parlare delle persone.
È proprio durante la seconda intervista che Hong Sang-soo esplicita con maggiore chiarezza la propria idea di cinema.
Una delle giornaliste ammette infatti di non aver compreso il film che dovrebbe recensire. Incapace di ricondurre quanto ha visto a una spiegazione univoca, cerca nell’attrice una chiave interpretativa che possa ricomporre i frammenti del racconto. Jeong-soo, tuttavia, si sottrae a questa richiesta. Più che offrire una risposta, mette in discussione il presupposto stesso della domanda, sostenendo che il valore di un’opera non dipende dalla possibilità di essere completamente spiegata, ma dalla libertà che concede a chi la guarda di costruire un proprio percorso.
Molte opere contemporanee, osserva implicitamente il regista attraverso le parole della protagonista, sembrano preoccuparsi di guidare costantemente lo spettatore: preparano ogni emozione, spiegano ogni passaggio e orientano ogni scena verso un’unica conclusione possibile. È un modello narrativo che tende a ridurre l’ambiguità e a trasformare la visione in un percorso già tracciato, se non manipolatorio.
The Day She Returns procede nella direzione opposta.
Non chiede di essere decifrato, ma attraversato. Le conversazioni non risolvono i dubbi che sollevano: ogni risposta apre nuove possibilità di lettura, invitando lo spettatore ad accettare che il significato possa restare mobile, incompleto, persino contraddittorio. L’esperienza della visione coincide così con quella dell’ascolto: comprendere non significa arrivare a una soluzione, ma restare disponibili a ciò che continua a sfuggire.
Il regista affida questa concezione direttamente alle parole della sua protagonista, implicitamente suo alter ego. Quando ella riflette sul film appena interpretato, le sue parole sembrano estendersi naturalmente al cinema di Hong Sang-soo nel suo complesso. Non hanno mai il tono di una dichiarazione teorica, ma quello di una conversazione spontanea, nella quale la poetica emerge quasi senza volerlo. È una modalità espressiva che il regista coltiva da anni: invece di formulare principi astratti, lascia che siano i personaggi, con le loro esitazioni e i loro dubbi, a dare forma a un pensiero sul cinema.
È attraverso una frase pronunciata quasi di sfuggita, però, che questo discorso sul cinema smette di essere solo un discorso sul cinema. “Tutte le interpretazioni, alla fine, conducono all’ansia.” Ciò che vale per lo sguardo sull’opera, suggerisce qui il film, vale altrettanto per lo sguardo sul mondo: la stessa domanda di senso che chiede di interpretare un film è quella che, applicata a ogni gesto e a ogni persona, finisce per generare inquietudine anziché comprensione.
Per Jeong-soo il problema non è interpretare troppo poco, ma interpretare incessantemente.
Ogni esperienza viene filtrata da aspettative, paure, rimpianti e desideri che impediscono di coglierla nella sua immediatezza. E non sfugge alla trappola neppure nella ricostruzione finale, dove subisce lo scacco della memoria. Per questo confessa che la sua vera ricerca non consiste nel capire il comportamento degli altri, bensì nell’osservare il funzionamento della propria mente. È uno spostamento decisivo: il centro del discorso non è più il mondo esterno, ma lo sguardo con cui lo attraversiamo.
Hong Sang-soo non trasforma mai il dialogo in una lezione filosofica, seppur accenni al Taoismo. Al contrario, lascia che idee complesse emergano da una conversazione quotidiana, tra un bicchiere di birra e una domanda apparentemente banale. È una modalità che rispecchia perfettamente il suo cinema: le intuizioni più profonde non arrivano attraverso affermazioni solenni, ma prendono forma lentamente, come se fossero la naturale conseguenza dell’ascolto reciproco e della capacità dell’alcol di liberare la coscienza dalle inibizioni.
In questa prospettiva acquista un significato particolare anche il ricordo dell’esperienza vissuta sul monte Seorak. Jeong-soo racconta di aver percepito, per un brevissimo istante, la realtà senza il filtro dei pensieri che abitualmente la deformano. Hong Sang-soo non ne offre alcuna rappresentazione spettacolare: lo affida unicamente al racconto della protagonista, rispettando fino in fondo l’impossibilità di tradurre un’esperienza interiore in un’immagine definitiva. È proprio questo pudore visivo a rendere l’episodio così significativo. Più che descrivere un’illuminazione, il film lascia intravedere la possibilità, rara e fragile, di sospendere per un istante il continuo lavorio dell’interpretazione, una tregua che la messa in scena, coerentemente, si guarda bene dal mostrare o dal spiegare.
Se The Day She Returns invita a diffidare delle interpretazioni che deformano la realtà, allo stesso tempo propone un’idea di autenticità che non coincide mai con la totale esposizione di sé.
Durante le interviste Jeong-soo viene più volte sollecitata a parlare del proprio divorzio, ma sceglie di non entrare nei dettagli. Non si tratta di reticenza né del tentativo di proteggere la propria immagine pubblica. La sua decisione nasce piuttosto dalla consapevolezza che ogni racconto coinvolgerebbe inevitabilmente anche una persona che non ha la possibilità di prendere la parola. In questo gesto di discrezione Hong Sang-soo suggerisce che il rispetto dell’altro può essere una forma di sincerità persino più profonda della confessione.
È un’idea che mette in discussione una convinzione largamente diffusa: quella secondo cui essere autentici significhi dire sempre tutto ciò che si pensa. Una delle giornaliste osserva come l’onestà possa trasformarsi in una forma di violenza quando ignora la sensibilità di chi ascolta. La sincerità, allora, non coincide con l’assenza di filtri, ma con la capacità di assumersi la responsabilità delle proprie parole. Comprendere una persona richiede tempo, ascolto e fiducia; nessuna confessione può sostituire questo percorso.
La stessa coerenza emerge nel modo in cui Jeong-soo racconta la fine del proprio matrimonio.
Non descrive il divorzio come un gesto di ribellione né come una liberazione, ma come l’impossibilità di continuare a vivere una relazione ormai svuotata di verità. Per questo afferma di voler condividere la propria vita soltanto con chi ama davvero: sua figlia, il suo cane e prima di tutto sé stessa. È una frase che potrebbe apparire provocatoria, ma che rivela una scelta profondamente coerente con tutto ciò che il film ha raccontato fino a quel momento. Meglio una solitudine autentica che una felicità costruita sulle convenzioni.
Lo stesso principio guida anche il suo ritorno al cinema. Jeong-soo non accetta il nuovo ruolo per nostalgia del passato né per recuperare una notorietà perduta. Torna a recitare perché riconosce nella sceneggiatura del giovane regista una sincerità che sente sempre più rara. E, nonostante l’esperienza accumulata, decide di iscriversi nuovamente a un corso di recitazione. È un gesto privo di qualsiasi compiacimento: ricominciare significa accettare di rimettersi in discussione. Per Hong Sang-soo l’autenticità non consiste nella sicurezza delle proprie certezze, ma nella disponibilità a restare aperti al cambiamento.
Gli esterni rappresentano gli unici momenti in cui questo flusso di pensieri e parole si interrompe.
Jeong-soo esce dal ristorante, svapa o fuma, osserva distrattamente la strada. La chitarra che accompagna queste brevi parentesi non sottolinea uno stato d’animo particolare né prepara ciò che accadrà dopo. Introduce semplicemente una pausa, lasciando che il film ritrovi il proprio ritmo prima di tornare ai dialoghi. Anche in questi passaggi apparentemente marginali Hong Sang-soo evita qualsiasi enfasi, confermando una regia che preferisce osservare piuttosto che dirigere lo sguardo dello spettatore, che finisce per guardare un cassonetto ribaltato senza alcuna funzione diegetica.
Alla fine, il ritorno evocato dal titolo non riguarda soltanto quello sulle scene di Bae Jeong-soo. Ritornano le parole, che cambiano significato ogni volta che vengono pronunciate; ritornano i ricordi, inevitabilmente trasformati dalla memoria, fallace nel suo processo interpretativo e riorganizzativo; ritorna perfino il cinema di Hong Sang-soo, chiamato a confrontarsi ancora una volta con il confine sottile tra rappresentazione e vita. Il regista non offre risposte né cerca conclusioni definitive. Invita piuttosto ad accettare che ogni esperienza rimanga aperta, incompleta, disponibile a essere guardata di nuovo da una prospettiva diversa. È proprio in questa fiducia accordata allo spettatore che The Day She Returns trova la propria forza più autentica: non chiede di essere risolto, ma semplicemente abitato.
trailer
VIDEORECENSIONE
Per votare devi accedere al tuo account.


Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.