


The East Palace è ambientato durante la dinastia Joseon e segue le vicende di Goo Cheon (Nam Joo-hyuk), un uomo capace di vedere gli spiriti dopo essere sopravvissuto da bambino a un evento che avrebbe potuto costargli la vita. Quando una serie di morti colpisce gli eredi del Palazzo Orientale e il principe Yeongan (Cho Dan) viene posseduto da una presenza maligna, il re (Cho Seung-woo) lo convoca a corte affinché individui l’origine della maledizione che sembra perseguitare la famiglia reale. Contro la sua volontà, Goo cheon è costretto a rimanere nel palazzo fino a quando non avrà risolto il caso. Il Re gli affianca la principessa Saeng Gang (Roh Yoon-seo), figlia del sovrano, che riesce ad ascoltare gli spiriti.
Mentre indaga, Goo cheon distingue le diverse entità soprannaturali che infestano il palazzo. E comprende che il responsabile delle tragedie non è un semplice spirito, ma un won-gwi, un’anima consumata dal rancore. Le sue ricerche riportano alla luce eventi accaduti trent’anni prima. A quel tempo numerose dame di corte furono accusate di complottare contro la Regina Vedova (Jang Young-nam) e morirono in circostanze misteriose. Da allora lo spirito dello stagno continua a colpire gli eredi della dinastia, alimentando la convinzione che il Palazzo Orientale sia vittima di una maledizione.
Proseguendo nelle indagini, Goo cheon e Saeng Gang scoprono che lo spirito dello stagno appartiene all’ex favorita del defunto re.
Donna di umili origini, era rimasta incinta del comandante delle guardie reali, ma la Regina Vedova la fece torturare dopo aver scoperto la relazione. La donna perse il bambino e morì nutrendo un profondo rancore verso la famiglia reale, trasformandosi in uno spirito vendicativo. Le rivelazioni riportano alla luce una lunga catena di intrighi di palazzo, omicidi e insabbiamenti che coinvolgono la Regina Vedova, il re e numerosi membri della corte.
Nel tentativo di salvare il principe Yeongan, Goo cheon affronta ripetutamente il mondo degli spiriti. Facendolo, consuma la propria energia vitale fino a rischiare di trasformarsi egli stesso in una creatura soprannaturale. Intanto Saeng Gang ricostruisce il passato della propria famiglia. Scopre che anche sua madre fu eliminata perché conosceva la verità sulle morti avvenute a corte. Le indagini portano inoltre a nuove rivelazioni sulle misteriose scomparse dei precedenti principi ereditari. Mostrano come dietro le presunte maledizioni si nascondano anche ambizioni politiche, avvelenamenti e lotte per la successione al trono.
Con il susseguirsi degli eventi, Goo cheon e Saeng Gang devono affrontare sia gli spiriti nati dal rancore sia i responsabili delle cospirazioni che hanno segnato il destino della famiglia reale. Mentre il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottiglia sempre di più, i due cercano di spezzare il ciclo di vendette che da decenni grava sul Palazzo Orientale, riportando alla luce la verità sulle antiche colpe della corte e sul destino degli eredi della dinastia.

Titolo Originale
동궁 (dong-gung)
Genere
Fantasy, Costume, Serie TV
Regia
Choi Jung-kyu
Sceneggiatura
Kwon So-ra, Seo Jae-won
Interpreti
Nam Joo-hyuk, Roh Yoon-seo, Cho Seung-woo, Jang Young-nam, Lee Hwan, Park Su-yeon, Hwang Young-hee, Kwak Dong-yeon, Tae In-ho, Cho Dan, Lee Hong-nae, Seo Eun-sol
Corea del Sud, 2026, 8 Episodi

The East Palace è un sageuk che intreccia folklore, horror e intrighi di corte, trasformando il soprannaturale in uno strumento per raccontare il potere.
L’idea di affiancare il fantasy al dramma storico non rappresenta certo una novità nella serialità coreana. Produzioni come Kingdom o The Haunted Palace hanno già dimostrato quanto il folklore possa integrarsi efficacemente con il sageuk. The East Palace, tuttavia, sceglie una strada leggermente diversa. Pur non rinunciando agli elementi horror, costruisce il proprio racconto come un mystery investigativo. Ogni apparizione, più che generare paura, contribuisce a ricomporre un passato frammentato e a svelare i meccanismi di un potere fondato sull’occultamento della verità.
È un’impostazione che fa gioco a una sceneggiatura divisa in due dalla presenza di due colpi di scena molto simili nella struttura. Il secondo nega il precedente, ribaltandone completamente il significato e ridefinendo la percezione dell’intera storia. Fa gioco perché consente alla serie di respirare e costruire intrecci da sbrogliare in più tempo rispetto a un lungometraggio.
Gli indizi sono disseminati con gradualità, le rivelazioni arrivano solo quando lo spettatore ha ormai consolidato determinate certezze e i continui cambi di prospettiva impediscono alla narrazione di adagiarsi su una soluzione apparentemente definitiva. Più che sull’accumulo di colpi di scena, The East Palace punta infatti sulla loro rielaborazione. Trasforma ogni nuova scoperta in una rilettura di quanto visto fino a quel momento. Una scelta che tuttavia rende lo sviluppo diegetico alquanto complesso e farraginoso.
Questo continuo slittamento di prospettiva non ridefinisce soltanto gli eventi, ma anche il modo in cui sono percepiti i personaggi.
Sono soprattutto le figure secondarie a beneficiare di questa costruzione, perché ogni nuova rivelazione ne modifica il ruolo all’interno della vicenda e costringe lo spettatore a riconsiderarne motivazioni e responsabilità.
La regina vedova ne è l’esempio più evidente. Per buona parte della serie viene presentata come la principale artefice della tragedia. È lei a perseguitare la favorita, a estorcere una falsa confessione alla guardia reale, a provocare la morte della donna e del figlio che portava in grembo, oltre a eliminare le dame di corte che avevano scoperto la verità. Quando, però, il mistero viene ricomposto, emerge come la sua sia soltanto una parte di una cospirazione molto più ampia. Le sue colpe rimangono enormi, ma la serie evita di trasformarla nell’unica responsabile delle sciagure che hanno colpito la famiglia reale.
Il re segue un percorso quasi speculare.
All’inizio appare come un sovrano freddo, disposto a sacrificare chiunque pur di proteggere il trono e l’autorità della monarchia. Progressivamente si scopre che anche lui è figlio di un sistema costruito sulla violenza. La madre aveva fatto assassinare i precedenti principi ereditari affinché fosse lui a salire al trono, trasformandolo inconsapevolmente nel beneficiario di una lunga serie di delitti. Questa rivelazione, tuttavia, non lo assolve. Al contrario, il momento in cui scopre che il principe ereditario è il responsabile dell’avvelenamento dei suoi figli rappresenta il punto di non ritorno del personaggio. Anziché consegnarlo alla giustizia o lasciare che la verità emerga, sceglie di avvelenarlo a sua volta e di attribuirne la morte alla maledizione che grava sul Palazzo Orientale, alimentando lo stesso meccanismo di menzogne che aveva condannato lui. Da vittima del sistema, il re diventa così il suo principale continuatore.
È proprio qui che The East Palace trova una delle sue intuizioni migliori. Il secondo colpo di scena non sostituisce semplicemente un colpevole (la regina vedova) con un altro (il principe ereditario). Piuttosto, redistribuisce le responsabilità, mostrando come ogni generazione finisca per perpetuare i peccati della precedente. La tragedia non nasce dalle azioni di un singolo individuo, ma da una catena di ambizioni, vendette e compromessi che attraversa l’intera dinastia, rendendo quasi impossibile distinguere nettamente vittime e carnefici.
E dopotutto non può essere altrimenti in un ambiente in cui la fiducia non è garantita (neanche di una nipote verso la propria nonna) e la conoscenza della verità implica la soppressione fisica da parte di chi non può tollerare che questa venga rivelata.
E proprio perché the east palace rifiuta una visione manichea dei suoi personaggi, evita di adottarla anche nei confronti del soprannaturale.
Il ggeomeoksali ne è l’esempio più interessante. Pur essendo un parassita di energia vitale non viene presentato come una creatura ostile. La sua presenza introduce momenti di leggerezza che stemperano la tensione senza alterare l’equilibrio complessivo della serie.
Solo quando il protagonista si trova realmente in pericolo rivela una natura completamente diversa, trasformandosi in una creatura feroce pronta a proteggerlo. Una dinamica che, almeno per chi conosce One Piece, può ricordare quella di Chopper, capace di alternare un aspetto rassicurante a una forza improvvisamente devastante quando è chiamato a difendere i propri compagni.
Il ggeomeoksali rappresenta però soltanto una delle numerose entità che popolano il Palazzo Orientale. La serie costruisce infatti un immaginario soprannaturale sorprendentemente vario. Distingue chiaramente tra ak-gwi, gwi-maee e won-gwi. Quest’ultime, definite come anime consumate dal rancore, continuano a vagare nel mondo dei vivi incapaci di accettare il torto subito. Questa differenziazione impedisce al soprannaturale di ridursi a un semplice catalogo di mostri. E attribuisce a ogni presenza una funzione precisa all’interno della narrazione.
A completare questo immaginario interviene la rappresentazione dell’oltremondo.
È una dimensione alla quale Goo Cheon può accedere soltanto immergendosi nell’acqua. È difficile, osservando queste sequenze, non pensare a Stranger Things, dove anche Eleven utilizza l’immersione come punto di accesso a una dimensione diversa da quella reale. Il richiamo, tuttavia, non si limita a questo espediente narrativo.
Anche dal punto di vista visivo emergono evidenti punti di contatto. L’oltremondo riproduce infatti gli stessi ambienti del mondo reale in una versione corrotta e decadente, popolata da creature mostruose e immersa in un’atmosfera mefitica dominata da tonalità rossastre. Come il Sottosopra della serie dei fratelli Duffer, anche questo spazio sembra esistere come un riflesso deformato e lovercraftiano della realtà.
Se il worldbuilding rappresenta uno dei principali punti di forza di the east palace, gran parte del merito va alla regia di Choi Jung-kyu
Pur muovendosi all’interno di un genere ormai ampiamente esplorato dalla serialità coreana, il regista riesce a mantenere un equilibrio convincente tra dramma storico, horror e fantasy, evitando che uno di questi elementi prevalga sugli altri. Le sequenze più tese non fanno affidamento esclusivamente sui jump scare, ma sfruttano il silenzio, gli spazi del Palazzo Orientale e una fotografia che alterna la compostezza del sageuk a improvvise incursioni nell’inquietudine. Il risultato è un’atmosfera costantemente sospesa, nella quale la sensazione di pericolo nasce più dall’attesa che dall’effettiva comparsa delle entità soprannaturali.
Anche sul piano tecnico The East Palace conferma l’ambizione della produzione. Le scenografie ricostruiscono un Palazzo Orientale capace di apparire solenne durante le vicende di corte e profondamente inquietante quando il soprannaturale prende il sopravvento. Corridoi, cortili e padiglioni assumono progressivamente un valore narrativo, trasformandosi in luoghi impregnati della memoria degli eventi che vi si sono consumati. La fotografia accompagna questa trasformazione privilegiando toni freddi negli interni e colori più saturi durante le incursioni nell’oltremondo. Contribuisce a rendere immediatamente riconoscibili i due piani della narrazione senza ricorrere a soluzioni eccessivamente vistose.
Convince anche il comparto degli effetti speciali. Pur facendo ampio ricorso alla computer grafica per dare vita alle numerose creature del folklore, la serie evita quasi sempre l’effetto artificiale che spesso caratterizza produzioni televisive di questo tipo. Il lavoro svolto sul make-up prostetico e sugli effetti pratici permette infatti agli spiriti di mantenere una presenza fisica credibile. Qualche soluzione appare inevitabilmente meno rifinita, ma nel complesso il livello tecnico rimane costante lungo tutti gli episodi.
Sul fronte delle interpretazioni, Nam Joo-hyuk affronta uno dei ruoli più complessi in the east palace.
Dopo personaggi maggiormente introspettivi come quelli interpretati in Remember e Josee, qui è chiamato a sostenere una figura costantemente sospesa tra investigatore, medium e combattente. La sua interpretazione convince soprattutto nella capacità di alternare momenti più leggeri a passaggi di maggiore intensità drammatica senza perdere credibilità. Costruisce un protagonista che evita sia l’eroismo assoluto sia l’eccessiva vulnerabilità.
Roh Yoon-seo conferma invece il percorso di crescita che l’ha resa una delle interpreti più interessanti della nuova generazione. Dopo 20th Century Girl, Crash Course in Romance, Hear Me: Our Summer e The Frog, affronta un personaggio più sfaccettato di quanto possa apparire inizialmente. Saeng Gang non rimane confinata al ruolo di semplice comprimaria del protagonista. Acquisisce invece progressivamente autonomia narrativa, contribuendo in maniera determinante allo sviluppo dell’indagine e offrendo alla serie alcuni dei momenti emotivamente più efficaci.
Pur mantenendo il mystery al centro della narrazione, The East Palace lascia spazio anche a una componente romantica che, pur rimanendo costantemente sullo sfondo, contribuisce a definire il rapporto tra Goo Cheon e Saeng Gang. La serie evita infatti di trasformare la loro relazione in uno dei motori principali della narrazione, preferendo costruirla attraverso una fiducia reciproca che nasce progressivamente nel corso delle indagini. Il legame tra i due si sviluppa senza accelerazioni forzate e senza interrompere il ritmo dell’indagine, risultando credibile proprio perché non pretende mai di prendere il sopravvento sulle altre linee narrative.
La solidità del cast trova ulteriore conferma nella presenza di due interpreti di grande esperienza come Cho Seung-woo e Jang Young-nam.
Il primo, forte di una carriera che comprende titoli come Chunhyang, The Classic e Marathon, conferisce al sovrano un’autorità che non viene mai meno neppure quando il personaggio mostra tutte le proprie fragilità. Ogni esitazione, ogni scelta moralmente discutibile viene restituita senza eccessi, lasciando emergere un uomo intrappolato in un ruolo che finisce per condizionare ogni decisione.
Appariscente è invece il lavoro di Jang Young-nam. La sua Regina Vedova è volutamente sopra le righe, costruita attraverso una recitazione teatrale fatta di sguardi, pause e improvvisi cambi di tono che accentuano il carattere dominante del personaggio. Un’interpretazione che, in mani meno esperte, avrebbe potuto facilmente sfociare nella caricatura, ma che l’attrice riesce invece a mantenere credibile grazie alla capacità di lasciare emergere, dietro la freddezza, le paure di una donna che ha trascorso l’intera vita cercando di preservare un equilibrio destinato inevitabilmente a crollare.
Se il comparto tecnico e il cast mantengono sempre un livello elevato, è invece il ritmo narrativo a mostrare qualche oscillazione.
La necessità di conciliare mystery investigativo, dramma politico, horror e fantasy porta inevitabilmente la serie ad accumulare un numero considerevole di informazioni, soprattutto nella parte centrale. Alcuni episodi complicano l’indagine per introdurre nuovi elementi o approfondire eventi del passato, con il rischio di mettere troppa carne al fuoco.
Le regole che governano il mondo soprannaturale poi non risultano sempre perfettamente omogenee. Alcuni poteri vengono chiariti soltanto quando diventano funzionali alla narrazione, mentre determinate dinamiche dell’oltremondo o delle diverse entità vengono introdotte progressivamente senza che la serie senta la necessità di definirne con precisione ogni limite. Una scelta che, da un lato, preserva il senso di mistero, ma che in alcuni passaggi può lasciare l’impressione di un sistema meno rigoroso di quanto l’impianto investigativo farebbe pensare.
Nonostante queste incertezze, The East Palace riesce a distinguersi all’interno di un filone ormai molto frequentato. Più che affidarsi alla spettacolarità delle apparizioni o all’accumulo di colpi di scena, costruisce un racconto in cui il soprannaturale diventa uno strumento per riflettere sul peso delle responsabilità, sulle conseguenze delle scelte compiute da chi detiene il potere e sulla difficoltà di spezzare un ciclo di violenza che si tramanda di generazione in generazione.
Alla fine, ciò che rimane maggiormente impresso non sono tanto le creature che popolano il Palazzo Orientale o gli elementi horror disseminati lungo il racconto, quanto la capacità della serie di utilizzare il folklore come parte integrante della propria narrazione. Gli spiriti non rappresentano soltanto un pericolo da esorcizzare, ma la memoria di colpe che nessun sovrano è riuscito a cancellare davvero.
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