


In The Ghost Game Ja-yeong (Kim Ye-rim) è una ragazza che vive ancora tormentata dalla scomparsa della sorella In-yeong (Yoon Byeol-ha), avvenuta anni prima. Una notte sogna la sorella che la strangola, ma al risveglio scopre soltanto dei graffi autoinflitti sul collo. Poco dopo partecipa a una videochiamata con i suoi amici Dong-joon (Lee Chan-hyeong), Mi-yeon (Kim Eun-bi), Ye-eun (Oh So-hyun) e Ki-ho (Seo Dong-hyun).
Quest’ultimo propone di realizzare un video per un concorso online: fingere una seduta spiritica e caricarla su YouTube per vincere un premio in denaro. Per completare il rituale serve una sesta persona e viene coinvolta Seo-woo (Park Seo-yeon), la sorellastra di Ja-yeong, che dovrà interpretare il ruolo della medium posseduta, il tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Il gruppo raggiunge un vecchio edificio abbandonato situato nella zona chiamata Shigu-dong, un luogo che durante l’occupazione giapponese veniva utilizzato per il trasporto e la sepoltura dei cadaveri. Sotto l’edificio si trova un enorme serbatoio idrico ormai prosciugato, dove secondo le leggende sarebbero rimasti intrappolati spiriti e fantasmi trascinati dalle acque e dalle fogne della città. Qui i ragazzi trovano i segni di un antico rituale evocativo.
Mentre gli altri intendono soltanto fingere, Ja-yeong insiste per eseguire il rituale autenticamente.
Convinta che possa permetterle di rivedere la sorella morta, utilizza un ciondolo appartenuto a In-yeong e convince il gruppo a procedere seriamente. Ognuno scrive una domanda su un foglio. Lei domanda se potrà rivedere ancora sua sorella.
Ben presto Seo-woo manifesta segni di possessione: i suoi occhi diventano completamente neri e sui fogli compaiono misteriosamente risposte segnate come positive o negative. Quando il rituale sembra terminato, accadono poi fenomeni sempre più inquietanti. Le uscite si bloccano, il segnale telefonico scompare e una presenza soprannaturale inizia a perseguitarli.

Titolo Originale
강령:귀신놀이 (gang-ryeong:gwi-sin-nor-i)
Genere
Horror
Regia e Sceneggiatura
Son Dong-wan
Interpreti
Kim Ye-rim, Lee Chan-hyeong, Seo Dong-hyun, Oh So-hyun, Kim Eun-bi, Park Seo-yeon, Lee Da-eun, Yoon Byeol-ha, Yoo Seung-ah
Corea del Sud, 2024, 94′

The Ghost Game si inserisce nel filone degli horror coreani che combinano rituali spiritici, fantasmi vendicativi e drammi adolescenziali
Tuttavia cerca di distinguersi attraverso una struttura narrativa costruita attorno al concetto della profezia autoavverante. L’elemento più interessante del film non è infatti il rituale in sé, quanto il modo in cui le domande formulate dai personaggi finiscono per determinare il loro destino, trasformando desideri, paure e segreti personali in una condanna inevitabile.
Pur introducendo una propria mitologia legata al rituale e alle profezie, il film mostra infatti un interesse maggiore per i rapporti tra i personaggi che per la costruzione dettagliata delle proprie regole soprannaturali. Le domande scritte durante il rituale permettono di far emergere rivalità, sentimenti nascosti, ricatti e sensi di colpa che esistevano già prima dell’evocazione. In questo senso il soprannaturale agisce più come catalizzatore che come causa diretta della tragedia, mentre morti e possessioni finiscono per amplificare tensioni già presenti all’interno del gruppo.
Questa attenzione ai conflitti interni del gruppo trova una delle sue espressioni più evidenti nel personaggio di Ki-ho.
Probabilmente è l’elemento più esplicitamente contemporaneo di The Ghost Game. La sua ossessione per le visualizzazioni, per il successo online e per la monetizzazione dei contenuti introduce una critica piuttosto evidente alla ricerca della notorietà digitale. Tuttavia il film evita di trasformare questo elemento nel proprio tema principale e lo utilizza soprattutto come motore narrativo. La sua ambizione personale contribuisce a spingere il gruppo oltre il punto di non ritorno. Anche se il film rivela successivamente motivazioni più profonde dietro l’intera vicenda.
La seconda parte della narrazione assume gradualmente una struttura più vicina alla tragedia che all’horror tradizionale. Con il procedere delle profezie, il film abbandona progressivamente il mistero iniziale per concentrarsi sulle conseguenze delle azioni di Ja-yeong. La rivelazione che sia stata lei a organizzare gli eventi modifica la prospettiva sull’intera vicenda e trasforma il racconto in una riflessione sul lutto e sull’incapacità di accettare la perdita. Il desiderio di riportare in vita la sorella non viene presentato come un gesto altruistico. Bensì come una forma di ossessione alimentata dal senso di colpa e dall’incapacità di elaborare il passato.
Kim Ye-rim sostiene gran parte del peso emotivo di the ghost game.
Il suo personaggio attraversa una trasformazione progressiva che la porta dalla condizione di vittima perseguitata a quella di principale responsabile della tragedia. Questa evoluzione risulta generalmente credibile perché il film dissemina fin dall’inizio numerosi indizi legati al suo attaccamento morboso nei confronti di In-yeong e alla sua determinazione nel portare a termine il rituale.
Il finale rappresenta probabilmente l’elemento più coerente dell’intera costruzione narrativa. La risposta alla domanda posta da Ja-yeong durante il rituale si realizza effettivamente, ma secondo una logica distorta e crudele. La protagonista riesce a rivedere la sorella che ha ossessivamente cercato di riportare indietro. Ma il risultato finisce per distruggere tutto ciò che sperava di salvare.
In questo modo il film chiude il cerchio aperto dalla sequenza iniziale e conferisce al racconto una struttura circolare che lega il destino di Ja-yeong al senso di colpa che l’ha accompagnata fin dall’infanzia. Il suo tentativo di annullare la morte di In-yeong e di correggere un evento ormai irreversibile si trasforma così nella causa della propria rovina, suggerendo come il lutto non possa essere superato attraverso la negazione della perdita, ma soltanto attraverso la sua accettazione.
Dal punto di vista visivo il film recupera, oltre all’ambientazione claustrofobica alla Saw, numerosi elementi ormai consolidati nell’horror asiatico contemporaneo.
I capelli che invadono lo spazio, i versi gutturali, i movimenti innaturali dei corpi posseduti, gli occhi completamente neri e le apparizioni improvvise richiamano modelli resi popolari da opere come Ju-on e Ring. Pur senza introdurre particolari innovazioni iconografiche, Son Dong-wan utilizza questi riferimenti con una certa efficacia, privilegiando un’atmosfera di minaccia costante rispetto agli spaventi improvvisi. Anche se a turbare è più il fatalismo narrativo che il linguaggio cinematografico.


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