


In The King’s Warden è il 1452 e la dinastia Joseon è sconvolta dalla lotta per il potere all’interno della famiglia reale. Sul trono ascende l’adolescente Lee Hong-wi (Park Jihoon). La sua posizione, però, è fragile. Privo dell’autorità e dell’esperienza necessarie per governare in un’epoca dominata da intrighi di corte e violente rivalità politiche, il giovane re si trova circondato da funzionari e nobili divisi tra la fedeltà alla corona e l’ambizione personale.
A guidare la fazione più pericolosa è suo zio, il principe Suyang, deciso a conquistare il potere. Attraverso un colpo di Stato, Suyang elimina progressivamente gli uomini più vicini al giovane sovrano e costringe Hong-wi ad abdicare. Il ragazzo viene così privato della corona e costretto all’esilio.
Han Myeong-hoe (Yoo Ji-tae), funzionario fedele a Suyang, manda Hong-wi lontano dalla capitale, nella remota regione di Yeongwol. È qui che entra in scena Eom Heung-do (Yoo Hae-jin), il capo di un villaggio situato in una zona isolata del regno. Heung-do è un uomo pratico, ambizioso e profondamente interessato al benessere della propria comunità. In un territorio povero e lontano dai centri del potere, la presenza di un funzionario di alto rango può rappresentare un’importante opportunità. I villaggi della zona, infatti, cercano di attirare gli esiliati più prestigiosi, nella speranza di beneficiare delle risorse e dei privilegi che la loro presenza può portare.
Quando Heung-do scopre che un insediamento vicino ha ospitato un importante funzionario caduto in disgrazia, rimane colpito dalla prosperità del luogo.
Convinto che ospitare un esiliato di alto rango possa migliorare le condizioni del proprio villaggio, decide di rivolgersi alle autorità per ottenere una persona altrettanto importante. La sua richiesta, tuttavia, produce un risultato completamente diverso da quello che immaginava.
A Yeongwol arriva infatti un giovane accompagnato da una piccola scorta. Heung-do si aspetta di ricevere un potente funzionario, ma scopre presto che il nuovo esiliato non è un semplice aristocratico: è Lee Hong-wi, l’ex re di Joseon, ora chiamato Nosan. La notizia sconvolge il capo villaggio. Un sovrano deposto è una presenza estremamente pericolosa, soprattutto in un momento in cui il nuovo regime teme qualsiasi tentativo di restaurazione. Il ragazzo, pur non avendo più alcun potere ufficiale, rappresenta ancora una minaccia politica per chi ha conquistato il trono.
Heung-do si ritrova così responsabile della sicurezza di un giovane re privato di tutto. Inizialmente, il rapporto tra Hong-wi e Heung-do è difficile. Con il passare del tempo, però, la distanza tra i due comincia a ridursi. Il giovane sovrano comincia così a entrare in contatto con gli abitanti di Yeongwol e con i problemi quotidiani della comunità, finendo per creare un legame con le persone che lo circondano. Anche Heung-do, che all’inizio aveva cercato di attirare un esiliato importante per il proprio interesse e per il vantaggio del villaggio, sviluppa progressivamente un sincero senso di responsabilità nei confronti del ragazzo.
Nel frattempo, la situazione politica nella capitale Hanyang continua a deteriorarsi.
Il nuovo governo non può permettere che Hong-wi diventi il punto di riferimento di una ribellione capeggiata dal principe Geumseong (Lee Jun-hyuk), fratello di Suyang. La vita di Hong-wi e degli abitanti del villaggio viene quindi sconvolta dall’arrivo di nuove minacce. Heung-do comprende che la sua comunità è ormai coinvolta in una lotta molto più grande di quanto avrebbe mai potuto immaginare. Proteggere Hong-wi significa esporsi direttamente alla volontà del nuovo potere e mettere in pericolo la vita di tutti coloro che gli sono vicini.

Titolo Originale
왕과 사는 남자 (wang-gwa sa-neun nam-ja)
Regia
Jang Hang-jun
Sceneggiatura
Hwang Seong-goo, Jang Hang-jun
Interpreti
Yoo Hae-jin, Park Jihoon, Yoo Ji-tae, Jeon Mi-do, Kim Min, Lee Jun-hyeok, Kim Soo-jin, Oh Dal-soo, Lee Jun-hyuk, Park Ji-hwan, Ahn Jae-hong, Kang Joon
Corea del Sud, 2025, 110′

Con The King’s Warden, Jang Hang-jun dirige un film storico sul coraggio di fare ciò che è giusto, anche quando significa subire una disgrazia
La storia di Danjong è una delle più conosciute e tragiche della storia della Corea. Nel 1452, Lee Hong-wi salì al trono a soli dodici anni. Un anno dopo, suo zio, il Gran Principe Suyang, lo depose e salì al trono con il nome di re Sejo. Nel 1457, l’ex sovrano, allora diciassettenne, venne esiliato a Yeongwol, dove sarebbe stato ucciso.
Il destino di Danjong è quindi noto fin dall’inizio. The King’s Warden non cerca di costruire la suspense intorno a ciò che accadrà al giovane re, ma sceglie di concentrarsi su un aspetto meno conosciuto della sua storia: il rapporto con le persone comuni che lo circondarono durante l’esilio e, soprattutto, con Eom Heung-do, il capo villaggio locale che si prese cura di lui anche dopo la sua morte.
È proprio questa prospettiva a distinguere il film da molti drammi storici ambientati nella corte Joseon. Jang Hang-jun non costruisce una grande ricostruzione politica fatta di palazzi, battaglie e intrighi di corte. Tanto che Suyang, di cui Han Myeong-hoe è estensione fisica, non viene mai nemmeno inquadrato. La storia si sposta invece in un remoto villaggio di montagna, lontano dal centro del potere. Il re, privato del trono, entra in contatto con persone che fino a quel momento non avevano avuto alcun rapporto con la politica del regno.
Da questa premessa nasce una prima parte di the king’s warden caratterizzata da una forte componente comica.
Componente che si regge sicuramente sulle spalle di una maschera da commedia come Yoo Hae-jin. Ma dipende sopratutto da un paradosso alimentato dalla diseguaglianza: per ottenere prosperità e pari opportunità, come quella che cerca il figlio di Heung-do, i capi villaggio devono contendersi gli scarti del potere. Solo in questo modo possono aspirare ad ascendere la scala sociale e a migliorare il proprio futuro. Ne consegue quindi una divertente battaglia di opportunismi tra i piccoli villaggi per brillare della luce riflessa dei potenziali ospiti, sgraditi all’aristocrazia, ma vitali per la plebe.
Il processo è comunque osmotico da entrambe le parti. Se i bambini del villaggio possono essere finalmente istruiti a dovere, il re deposto esce dal suo isolamento tossico che lo aveva debilitato mentalmente e fisicamente. Il contatto con la comunità gli restituisce progressivamente una dimensione umana che la corte, e soprattutto la sua condizione di sovrano, gli avevano negato. Il paradosso è che Lee Hong-wi può aiutare gli abitanti del villaggio a uscire dalla condizione che li tiene ai margini della società, mentre sono proprio loro a restituirgli qualcosa che il potere gli ha sottratto: la possibilità di vivere.
È in questo scambio che The King’s Warden trova la sua dimensione più interessante. La storia non racconta semplicemente l’incontro tra un re e dei sudditi. Racconta l’incontro tra due gruppi di persone che, pur trovandosi ai lati opposti della gerarchia sociale, sono entrambe prigioniere della propria condizione.
the king’s warden cambia però progressivamente registro quando la presenza di Lee Hong-wi torna a essere percepita come una minaccia dal potere centrale.
Finché il giovane re rimane confinato nel villaggio, la sua condizione di esiliato sembra quasi poter essere trasformata in una nuova forma di vita. Ma la distanza dalla corte non significa che la corte abbia smesso di occuparsi di lui. È a questo punto che la commedia lascia spazio alla dimensione drammatica della vicenda. Hong-wi nulla può contro il potere di Myeong-hoe ma, sebbene titubante all’inizio, finisce con l’appoggiare la ribellione di Geumseong, ribellandosi a un destino già segnato.
È proprio in questo momento che il rapporto tra il capo villaggio e il re deposto si rovescia. Fino a quel momento era stato Eom Heung-do, da buon “The King’s Warden” a badare a Lee Hong-wi. Era stato lui a sottrarlo all’isolamento, a introdurlo nella vita del villaggio e, soprattutto, a ricordargli come si vive al di fuori del ruolo di re. Ora, però, è il giovane sovrano a proteggere il suo guardiano, non solo scagliando la freccia contro la tigre.
Davanti a Myeong-hoe, Hong-wi dichiara che è stato Heung-do a tendergli una trappola. È una menzogna evidente, ma proprio per questo efficace: attribuendogli la responsabilità della propria cattura, salva la vita a lui e agli abitanti del villaggio. Non può opporsi apertamente al potere. Non può sconfiggere Myeong-hoe e non può impedire che il proprio destino venga compiuto. Può però espletare il suo ruolo di re senza corona in favore del popolo che un monarca dovrebbe salvaguardare.
Ma è soprattutto lo sguardo che rivolge a Heung-do a dare alla scena il suo significato.
Hong-wi gli sta dicendo, pronunciando parole di senso opposto: io salvo la tua vita e quella del villaggio, ma tu non mostrarti debole davanti al nemico. È una supplica, ma anche un ultimo insegnamento: non farti schiacciare dal potere.
Per tutto il film, Heung-do aveva cercato di sfruttare la situazione a vantaggio della propria comunità. Ma il gesto di Hong-wi cambia le coordinate di Heung-do. Come una corda aveva trascinato il re deposto dalla riva opposta del fiume verso il villaggio, accogliendolo in una nuova comunità, ora è un’altra corda a condurlo verso la morte: quella legata all’arco con cui aveva salvato Heung-do dalla tigre e che il capo villaggio tira dalla porta, azionando il meccanismo che uccide Hong-wi. Dopodiché, Heung-do sceglie di fare ciò che il potere ha ordinato di non fare: si reca immediatamente a piangere la morte del re, prepara una bara e lo seppellisce. Heung-do sa perfettamente che cosa rischia: il governo ha ordinato di perseguire chiunque osi occuparsi del corpo di Hong-wi.
Ma proprio per questo il suo gesto rappresenta la conclusione della trasformazione del personaggio. L’uomo che all’inizio cercava di sfruttare la presenza di un nobile per migliorare la condizione del proprio villaggio ora accetta consapevolmente di mettere a rischio la propria vita per restituire dignità a un uomo che il potere vuole cancellare anche dopo la morte.
È da qui che nasce la frase attribuita a Eom Heung-do: “Fare ciò che è giusto e subire una disgrazia è qualcosa che accolgo con gioia, non qualcosa che temo.”
La frase non descrive un uomo che non ha paura delle conseguenze. Descrive un uomo che ha finalmente deciso che la paura non può più determinare le sue azioni. Hong-wi, salvando la sua vita, gli ha restituito la possibilità di scegliere. E Heung-do utilizza quella possibilità per compiere l’unico gesto che gli è ancora rimasto. Non può salvare il re. Può però impedire che muoia da solo. E può rifiutarsi di lasciare che il potere decida anche il modo in cui dovrà essere ricordato, visto che 241 anni dopo Lee Hong-wi fu riabilitato e riconosciuto come re Danjong, Eom Heung-do fu onorato come Signore della Lealtà e della Rettitudine e le tombe di Lee Hong-wi e Eom Heung-do si trovano ancora oggi una accanto all’altra a Yeongwol.
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