


If Wishes Could Kill segue un gruppo di studenti della scuola superiore Seorin la cui vita viene sconvolta dall’apparizione improvvisa di un’app misteriosa, chiamata girigo, capace di esaudire desideri. Per attivarla bisogna scrivere su un foglio il proprio nome e il proprio saju (data di nascita), mostrarlo alla fotocamera e, con assoluta sincerità, esprimere un desiderio. Quando il desiderio viene esaudito, arriva una notifica e parte un conto alla rovescia di 24 ore.
Tutto sembra collegarsi a un evento avvenuto tempo prima, ricordato da una scritta rimasta su un muro con una data di nascita e un nome: Do Hye-ryung (Kim Si-a). La ragazza, prima di togliersi la vita registrandosi con lo smartphone, aveva espresso un desiderio carico di odio. Il video non è scomparso, ma è rimasto intrappolato in qualche modo nel sistema che, col tempo, si è trasformato in qualcosa di molto più pericoloso.
Nel presente, Se-ah (Jeon So-young), atleta promettente cresciuta con la zia dopo la morte dei genitori, ha un piccolo gruppo di amici. Con Geong-woo (Baek Sun-ho), il vicino di casa, ha una relazione affettiva che mantiene segreta. Questa vicinanza è però motivo di tensione con Na-ri (Kang Mina), che prova apertamente interesse per Geong-woo. Completano il gruppo Ha-joon (Hyeon Woo-seok), lo studente più brillante dell’Istituto, segretamente innamorato di Se-ah, e Hyeong-wook (Lee Hyo-je), un otaku pressato da genitori esigenti. Proprio per venire incontro alle aspettative di quest’ultimi, Hyeong-wook utilizza girigo.
Ma la situazione precipita perché i desideri iniziano ad avere conseguenze fisiche e violente.
Ogni volta che il timer scade, chi ha espresso il desiderio muore. A questo punto entra in scena Ha-young (Jeon So-nee), sorella di Ha-joon e sciamana, che riconosce l’origine soprannaturale di ciò che sta accadendo. Secondo lei, l’app è solo la forma di una maledizione generata da uno spirito vendicativo e legata a un oggetto chiamato maehyung, un contenitore intriso di potere maligno che collega il mondo dei vivi a quello dello spirito.
Mentre cercano di capire dove si trovi questo oggetto, emergono frammenti del passato che riguardano Kwon Si-won (Choi Joo-eun), figlia di una sciamana, e il suo legame con Do Hye-ryung. Precedentemente, in un club di programmazione, era nata l’idea di un’app per esprimere desideri. Gelosie, segreti, bullismo e rancori avevano trasformato un gioco pericoloso in qualcosa di irreparabile. Le confessioni fatte davanti a una fotocamera, i desideri dettati dall’invidia e dalla rabbia, e una serie di eventi tragici avevano dato origine alla maledizione che ora si ripete.
Nel presente, il gruppo tenta di spezzare il ciclo cercando il maehyung, mentre la maledizione continua a interferire con le loro menti, creando illusioni e tensioni tra di loro. I confini tra ciò che è reale e ciò che è manipolato diventano sempre più sottili. La lotta non è solo contro un’entità soprannaturale, ma contro i desideri più oscuri che ciascuno di loro ha espresso, spesso senza rendersi conto delle conseguenze.

Titolo Originale
기리고 (gi-li-go)
Regia
Park Yoon-seo
Sceneggiatura
Park Joong-seob
Interpreti
Jeon So-young, Kang Mina, Baek Sun-ho, Hyeon Woo-seok, Lee Hyo-je, Roh Jae-won, Yoon Sa-bong, Kim Si-a, Lee Kang-ik, Choi Joo-eun, Lee Sang-hee, Jeon So-nee
Corea del Sud, 2026, 8 Episodi

If Wishes Could Kill: lo young Adult horror coreano che trasforma i desideri della Gen Z in una condanna a morte
Ci sono serie horror che vivono dei loro mostri, e altre che vivono delle loro vittime. If Wishes Could Kill appartiene senza dubbio alla seconda categoria. La maledizione che attraversa tutti e otto gli episodi è certo il motore narrativo, ma il vero soggetto è altro: è la generazione che vive con uno smartphone in mano dalla mattina alla sera, che usa lo schermo spento come specchio per truccarsi, che si fabbrica documenti falsi tramite app per entrare in locali per maggiorenni, che si rifugia su Discord. È una generazione che non ha bisogno di andare a cercare il male: il male le arriva tramite notifica.
Da questa intuizione, semplice, brutale e perfettamente contemporanea, nasce If Wishes Could Kill, una serie che mescola la grammatica del J-horror di Ringu (per la trasmissione della maledizione come fonte di salvezza) con l’estetica patinata (Love Alarm) e sanguinolenta (All of us are dead) dei K-drama scolastici e gli espedienti da “Final Destination” delle teen-saga occidentali. Il risultato è un prodotto ibrido, talvolta squilibrato, ma genuinamente inquietante quando colpisce nel segno.
Non che la serie spaventi nel senso tradizionale del termine (i jump scare sono rari e prevedibili). La tensione è costruita più per accumulo che per esplosione. Non lesina comunque dettagli granguignoleschi, non solo dal punto di vista visivo, ma soprattutto sonoro. Particolarmente truculenti sono i suicidi, resi sensorialmente vividi e realistici. Il suono della recisione della trachea trasforma la morte in un’esperienza fisica, quasi tattile, e impedisce allo spettatore di rifugiarsi nella distanza rassicurante della finzione.
Eppure, il vero orrore di If Wishes Could Kill non è fatto di sangue o di timer
Invece, è fatto di silenzi, di sorrisi trattenuti, di sguardi che tradiscono un pensiero inconfessabile. È fatto di quelle dinamiche relazionali che ogni adolescente conosce bene: l’amica che dice di sostenerti ma che, quando si tratta di scegliere tra la tua felicità e la sua, non esita un secondo a mettere sé stessa al primo posto. La serie ha il coraggio di mostrare che la maledizione non attecchisce su cuori puri e innocenti, ma su relazioni già marcite alla base.
Non è l’app a trasformare Na-ri in una potenziale assassina: è la sua incapacità di accettare che Geong-woo ami Se-ah, e non lei, o che Se-ah non dichiari apertamente il suo amore per il ragazzo. Non è il girigo a spingere Si-won a umiliare Hye-ryung: è la sua disperata volontà di non essere scoperta come figlia di una sciamana, di non perdere la faccia davanti ai compagni del club di programmazione.
Apparentemente Si-won e Hye-ryung sono amiche
Ma sotto la superficie, la dinamica è tossica fin dall’inizio. Si-won non può permettere che si sappia che è lei la figlia della sciamana, perché quella verità la esporrebbe al ridicolo e all’emarginazione. Così, quando Hye-ryung varca la soglia della casa della madre di Si-won, quasi sostituendosi a Si-won come figlia, scatta qualcosa di irreparabile. La madre di Si-won, la sciamana, vede in Hye-ryung uno strumento, una discepola involontaria. Ma Si-won vede solo il tradimento: “Sei entrata per raccogliere informazioni per ricattarmi?” le chiede, e nella sua voce non c’è solo rabbia, c’è la consapevolezza che l’amicizia era già un campo minato.
Quando Si-won umilia pubblicamente Hye-ryung, facendo vedere a tutti il video del suo desiderio e facendo sì che Gi-tae la prenda in giro, non sta facendo altro che rivelare ciò che era già nell’aria: il loro legame era fragile, poiché nulla è più solido del mantenimento della propria reputazione. L’app girigo non fa che deflagrare un istinto di sopravvivenza di quella reputazione a detrimento di quella dell’amica, istinto che era già in nuce.
Esattamente la stessa dinamica si ripete tra Se-ah e Na-ri.
Le due ragazze sono compagne di classe, si frequentano, condividono lo stesso gruppo di amici. Ma Na-ri è apertamente interessata a Geong-woo, mentre Se-ah ha con lui una relazione segreta che tiene nascosta. Questo non è un tradimento attivo: Se-ah non lo fa per ferire Na-ri, forse solo per proteggere un rapporto nascente o per evitare tensioni. Ma è proprio quel silenzio, quella mancata trasparenza, a creare il terreno fertile per la maledizione.
Quando Na-ri scopre che i due stanno insieme, la sua rabbia non è solo per il tradimento sentimentale. È per la consapevolezza che Se-ah, che pure le sedeva accanto, che rideva con lei, che la chiamava “amica”, in realtà usciva con Geong-woo sapendo che lei ne fosse attratta. L’app, ancora una volta, non ha creato il conflitto: lo ha solo esacerbato, rendendolo ineludibile.
Le protagoniste, sia quelle del passato che quelle del presente, non sono ancora emotivamente adulte.
Non sanno gestire la gelosia, non sanno comunicare il proprio malessere, non sanno chiedere scusa se non in modo rituale e vuoto. Sono ragazze che hanno a disposizione una tecnologia potentissima (smartphone, app, chat) ma un vocabolario emotivo da bambine.
La serie suggerisce che la generazione Z (e, per estensione, chiunque viva connesso) ha imparato a desiderare in tempo reale, ma non ha ancora imparato a convivere con le conseguenze dei propri desideri. L’app girigo è solo un’accelerazione di un processo già in corso: si digita, si invia, e il mondo cambia. Ma nessuno ha insegnato loro che il cambiamento richiede responsabilità.
If Wishes Could Kill chiede cosa accadrebbe se lo spirito vendicativo non fosse altro che lo specchio delle nostre piccole cattiverie quotidiane. La risposta è scomoda, perché ci costringe a riconoscere che potremmo essere tutti, un po’ Si-won, un po’ Na-ri. Il vero maehyung (il contenitore della maledizione) non è un oggetto, ma una relazione. Quelle tossiche sono il vero contenitore: quella tra Si-won e Hye-ryung , quella tra Se-ah e Na-ri. Si può distruggere il telefono rosso, bruciare il computer, cancellare il server, ma come si distruggono la diffidenza, la gelosia e l’invidia che si annidano tra due persone che si dicono amiche ma che in realtà competono per lo stesso ragazzo, per lo stesso status, per la stessa sopravvivenza sociale?
Questa immaturità relazionale si riflette anche nella costruzione narrativa della serie.
La seconda puntata costringe ad esempio a riguardare mentalmente la prima sotto un’altra luce. Scopriamo che Se-ah aveva visitato Hyeong-wook prima della sua morte. Era andata a scusarsi per non poter partecipare alla festa. Gli aveva anche portato un regalo, con un gesto sincero. Questo dettaglio smentisce l’immagine fredda che lui aveva costruito, e di conseguenza anche lo spettatore. Il momento introduce uno dei temi centrali della serie. Nessuno coincide davvero con ciò che appare nei messaggi ricevuti. Le telefonate non restituiscono la verità delle relazioni. I video e le chat mostrano solo versioni parziali delle persone.
Questo meccanismo di distorsione della percezione ritorna in forme diverse lungo tutta la serie. Lo ritroviamo, per esempio, nella sequenza in cui Haetsal conduce Se-ah in una sorta di discesa agli inferi in chiave sciamanica coreana che cita esplicitamente il mito di Orfeo ed Euridice: Se-ah deve attraversare un labirinto spirituale e non voltarsi mai indietro, perché la maledizione proietta illusioni delle persone care (Hyeong-wook, i genitori, gli amici) per ingannarla. Se si girasse, l’entità che sta dall’altra parte vedrebbe anche Haetsal, che non potrebbe più tornare indietro. Anche qui, come nelle telefonate false, la percezione è manipolata.
La serie poi prosegue alternando momenti slapstick (la scena sul tetto) ad altri pseudo romantici tra Se-ah e Ha-joon, per arrivare al cuore tragico dell’antefatto
Ovvero, l’intero sesto episodio, che è sostanzialmente un breve film a sé sul bullismo, sulla vergogna sociale di classe, e sulla violenza orizzontale che le ragazze esercitano tra loro. L’horror passa quasi in secondo piano. Si-won non è una villain caricaturale: è una ragazza spaventata che fa scelte spaventose. Hye-ryung non è una santa: è una ragazza fragile che, ferita oltre il limite, sceglie la vendetta più radicale possibile.
Qui, però, la sceneggiatura inciampa su un grande problema di verosimiglianza: il telefono rosso si trova ancora lì, nel luogo dove Hye-ryung si è suicidata, dopo che in teoria la polizia avrebbe dovuto ripulire la scena. Un’incoerenza che non compromette del tutto l’insieme, ma che segnala i limiti di una costruzione narrativa che a volte privilegia l’efficacia simbolica sulla coerenza realistica.
E poi c’è quel cliffhanger finale che, se la seconda stagione arriverà, avrà retrospettivamente senso, ma se non dovesse arrivare lascerà un retrogusto di incompiutezza.
Sotto la superficie horror If Wishes Could Kill è dunque soprattutto una serie sulla fragilità adolescenziale nell’epoca della comunicazione digitale.
Ogni passaggio chiave avviene tramite un dispositivo. L’app maledetta non è l’unico strumento che altera la percezione. Notifiche, telefonate falsificate e chat online costruiscono una realtà manipolata. Anche i video si caricano automaticamente, senza un controllo umano evidente. Il confine tra esperienza diretta e mediazione tecnologica scompare progressivamente. I protagonisti vivono in una realtà costantemente filtrata dallo smartphone. Quando la mediazione mente, la realtà percepita mente a sua volta. Hyeong-wook non possiede gli strumenti emotivi per dubitare di ciò che sente. Na-ri reagisce alle voci senza interrogarsi sulla loro autenticità. Entrambi affidano la fiducia a ciò che proviene dal telefono. La loro percezione del mondo passa interamente attraverso lo schermo.
L’altro grande tema è la pressione scolastica, declinata attraverso la figura di Hyeong-wook che prende farmaci per la concentrazione spinto dai genitori e contromedicine chimiche procurate su Discord per gestire gli effetti collaterali: una fotografia precisa di un sistema scolastico, quello sudcoreano, particolarmente competitivo, denunciato senza moralismi, semplicemente mostrato.
C’è infine il tema della vergogna sociale di classe. Si-won bullizza l’amica per evitare che si sappia che sua madre è una sciamana, cioè per evitare di essere identificata come “diversa”. Il segreto familiare diventa il motore di tutta la tragedia, in un nervo scoperto della società coreana contemporanea (e non solo).
If Wishes Could Kill parla agli adolescenti e lo fa con gli strumenti del genere horror, che qui non sono mai un semplice rivestimento, ma parte integrante del discorso.
I vocali, i timer, le notifiche: tutto concorre a raccontare una generazione che ha imparato a desiderare in fretta, ma non ancora a pagare il prezzo dei propri desideri.


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