

In Yellow Door: 90s Lo-fi Film Club i membri dello Yellow Door, un cineclub attivo nei primi anni 90, si incontrano in videochat dopo tanti anni. Tra di essi vi è niente di meno che il pluripremiato Bong Joon-ho, che rammenta i suoi esordi da cinefilo prima e da regista poi. In particolare, viene sfatato il mito per cui “The White Man” del 1994 sia stato il primo cortometraggio diretto dall’autore. In realtà, il giorno di Natale del 1992, Bong presentò allo Yellow Door, davanti a una platea di una ventina di persone, il suo primo corto in stop motion, dal titolo “Looking for Paradise“.

Titolo Originale
노란문: 세기말 시네필 다이어리 (no-rang-mun: se-gi-mal si-ne-pil da-i-eo-ri)
Genere
Documentario
Regia
Lee Hyukrae
Interpreti
Choi Jong-tae, Bong Joon-ho, Im Hoon-ah, Lee Dong-hoon, Jang Eun-sim
Corea del Sud, 2022, 84′

Yellow Door: 90s Lo-fi Film Club è un prezioso documento che rivela i prodromi dell’ascesa del cinema coreano tramite la genesi del suo massimo rappresentante.
Yellow Door: 90s Lo-fi Film Club ha pertanto due meriti, descrivere un humus culturale e spiegarne le conseguenze sulla lunga distanza. Innanzitutto ci mostra come nei primi anni 90 nacquero quasi spontaneamente circoli studenteschi affamati di cinema. Anche perché non vi erano ancora sale d’essai, cineteche private o festival internazionali del Cinema (Busan sarebbe arrivato dopo). Fu come se il movimentismo studentesco degli anni passati si fosse riversato in altre forme di aggregazione e interpretazione della realtà. Oltre allo Yellow Door, che prese il nome della porta dipinta di giallo all’entrata del cineclub di Bong Joon-ho e sodali, ci sono da annoverare gli Jangsangot Hwaks, che diressero La Notte Prima Dello Sciopero, o gli Youth del futuro regista Jeong Ji-woo, semi cinefili che a partire dagli anni 2000 fiorirono, dando vita a una new wave che ha contraddistinto questo inizio di secolo.
Bong Joon-ho è forse chi più di ogni altro ha raccolto i frutti di questa grande semina.
E molto si deve alla sua tenacia, a una passione che non si è mai fermata davanti al semplice interesse. A differenza di molti dei suoi colleghi, dapprima affascinati e in seguito annoiati dal cinema d’autore, egli insistette nell’apprendere la materia, anche da autodidatta, visto che all’epoca esistevano pochi libri sul cinema, che egli stesso s’impegnò a tradurre.
Eppure era solo uno studente di sociologia che alle elementari era rimasto affascinato da Vite Vendute di Clouzot e Ladri di Biciclette di De Sica. Ma grazie al suo amico Lee Dong-hoon, che lo presentò al futuro regista Choi Jong-tae, ebbe l’occasione di fondare insieme a loro il cineclub Yellow Door. E così si immerse nella ricerca, copia e visione di videocassette introvabili, in discussioni da cineforum e nell’analisi certosina di scene e tecniche di ripresa. Disegnò addirittura uno storyboard di una scena del Padrino che, da adulto, confessò emozionato allo stesso Coppola di aver realizzato.
Da questa passione scaturì il suo primo cortometraggio, Looking for Paradise, un’animazione in stop motion su un gorilla di peluche che cerca di uscire da un ambiente claustrofobico e defeca un bruco d’argilla (l’interesse per il mostro, poi ripreso in The Host) che si avventa contro di lui.
Dopo quell’esperienza, alcuni membri del club intrapresero la carriera cinematografica, altri presero altre strade, e Bong abbandonò l’animazione per dedicarsi al live action. Il resto è storia.


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