


La trama di Merely Known as Something Else ruota attorno a Jeong-ho (Kam Dong-hwan), un giovane pittore che un giorno sparisce improvvisamente senza lasciare traccia. Costui lascia dietro di sé tre donne legate a lui in modi diversi e complessi: la sua attuale fidanzata, la pittrice Soo-jin (Gong Min-jung), la sua ex, l’attrice Yoo-jeong (Jung Hoe-rin) e la pittrice In-joo (Jung Bo-ram), un’amica che ha sempre nutrito sentimenti segreti per lui.
Ognuna di loro possiede una propria versione di Jeong-ho, un proprio ricordo, e una propria interpretazione della sua personalità.
La sua scomparsa non è solo un evento da spiegare, ma un vuoto che amplifica insicurezze, rimpianti e illusioni.
Soo-jin, apparentemente la persona più vicina a lui, nasconde in realtà un tradimento. Porta avanti una relazione parallela con il poeta Hoon-seong (Yu Eui-tae). Mentre In-joo, affetta da una possibile malattia terminale, decide di confessare finalmente il suo amore prima che sia troppo tardi. E Yoo-jeong, ancora tormentata dal senso di colpa per aver contribuito al dolore emotivo che aveva spinto Jeong-ho a un tentativo di suicidio in passato, vive la sua nuova relazione con il cineasta Woo-seok (Ryu Se-il) come qualcosa di fragile e incompleto.
Con il passare del tempo emergono dettagli, ricordi, frammenti di verità, ma nessuno di essi è sufficiente a ricostruire completamente ciò che è accaduto. E non emerge alcuna verità definitiva sulla sua scomparsa, perché Jeong-ho non è davvero scomparso: è semplicemente altrove, fisicamente presente, ma ormai fuori dal raggio emotivo delle tre donne.

Titolo Originale
다른 것으로 알려질 뿐이지 (da-reun geos-eu-ro al-lyeo-jil ppun-i-ji)
Genere
Drammatico, Romantico, Melodramma
Regia e Sceneggiatura
Jo Hee-young
Interpreti
Gong Min-jung, Jung Bo-ram, Jung Hoe-rin, Kam Dong-hwan, Ryu Se-il, Yu Eui-tae, Kim Hee-sang, Lee Jin-ha, Yang Eui-jin, Ahn Ah-reum, Ki Joo-bong, Ahn Min-young
Corea del Sud, 2024, 125′

Merely Known as Something Else è un film che si presenta inizialmente come il racconto di una scomparsa, ma che progressivamente rivela la propria natura più profonda di indagine esistenziale sulla percezione, sull’identità e sulla distanza incolmabile tra verità e rappresentazione.
Ciò che rende Merely Known as Something Else straordinariamente complesso non è la storia, ma il modo in cui viene raccontata. Il film rifiuta deliberatamente le convenzioni del melodramma tradizionale. Costruisce invece una narrazione frammentata, ellittica e profondamente soggettiva. La realtà non appare mai stabile, ma costantemente filtrata dalla memoria e dall’emozione.
La regista usa la scomparsa di Jeong-ho come dispositivo narrativo centrale. Attraverso questa assenza, esplora la natura stessa dell’identità. Suggerisce che una persona non esiste come entità unica e definita. Esiste invece come molteplicità di versioni nelle percezioni degli altri. Questa idea emerge sia nella sceneggiatura, sia nella regia. La regia privilegia inquadrature statiche e tempi dilatati. Utilizza composizioni che isolano i personaggi nello spazio. Questo crea una costante sensazione di distanza e alienazione.
Dal punto di vista tematico, il film si inserisce nella tradizione del cinema coreano contemporaneo. Questa tradizione riflette sulla soggettività e sull’instabilità della verità. Il film si distingue per la sua radicalità formale. Si distingue anche per la capacità di trasformare un racconto semplice. Lo trasforma in una meditazione filosofica sulla natura dell’esistenza.
Uno degli elementi più affascinanti di Merely Known as Something Else riguarda i personaggi femminili.
Ognuna rappresenta una diversa relazione con il passato e la memoria. Soo-jin vive il passato come qualcosa da nascondere, perché minaccia la sua immagine di sé. Il suo rapporto con Jeong-ho è sempre filtrato da un senso di colpa mai risolto. In-joo vive il passato come una possibilità mai realizzata. Non ha mai trovato il coraggio di confessare il suo amore. Questo sentimento diventa il simbolo di tutte le possibilità perdute. Yoo-jeong, infine, vive il passato come una ferita aperta, qualcosa che continua a influenzare il suo presente e a impedirle di costruire una nuova identità.
Il film suggerisce che la scomparsa di Jeong-ho non è solo un evento fisico. È anche un evento simbolico, perché rappresenta la dissoluzione di una certezza. Segna la perdita di un punto di riferimento fondamentale. Questa perdita costringe gli altri personaggi a confrontarsi con la propria solitudine. In questo senso, Jeong-ho diventa quasi una figura astratta. Diventa più un’assenza che una presenza concreta. La sua identità esiste solo attraverso i racconti degli altri.
La regia gioca un ruolo fondamentale nel creare questa atmosfera di ambiguità e incertezza.
Questa ambiguità non viene costruita attraverso eventi straordinari, ma tramite una costellazione di micro-situazioni quotidiane che, sommate, producono un senso continuo di sfasamento tra le persone.
Soo-jin accompagna la madre dal dentista per un dente del giudizio e finisce lei stessa per essere visitata, in una scena che sembra parlare indirettamente della sua incapacità di “vedere chiaramente” la propria situazione. Il suo orologio si ferma senza che lei se ne accorga, mentre continua a rimandare l’incontro con Jeong-ho con scuse sempre più fragili.
Yoo-jeong recita un testo per un provino che descrive i suoi turbamenti emotivi meglio di qualsiasi autoanalisi. E si trascina in una relazione non soddisfacente, ma da cui non vuole affrancarsi.
In-joo, convinta dagli altri di essere gravemente malata quando in realtà il tumore è benigno, diventa vittima di una narrazione che non le appartiene, proprio come Jeong-ho diventa una figura raccontata più che vissuta.
Le tre donne si incrociano ripetutamente senza mai incontrarsi: di spalle, fuori fuoco, in spazi condivisi che sembrano appartenere a linee temporali differenti.
Il culmine di questo meccanismo si ha nella scena del bar. Mentre Yoo-jeong legge un biglietto scritto da Jeong-ho, lui si trova fisicamente nello stesso luogo, passa dietro di lei, sale le scale, e i loro sguardi non si incrociano mai. Poco dopo, anche Woo-seok e Jeong-ho attraversano lo stesso spazio senza vedersi.
Jeong-ho stesso viene mostrato sempre di spalle, all’estero, o mentre toglie il telo da un quadro. È presente, ma visivamente sottratto. Esiste, ma non è più accessibile allo sguardo, né a quello dei personaggi né a quello dello spettatore.
Persino quando alcuni personaggi si trovano a casa sua ad aspettarlo mentre lui è uscito a comprare caffè, il film insiste su questa asincronia permanente che impedisce qualsiasi reale incontro. Utilizza spesso il fuori campo per suggerire eventi mai mostrati direttamente. Questa scelta produce una sensazione di incompletezza che rispecchia lo stato emotivo dei personaggi.
Personaggi che si sfiorano ma non si incontrano mai, tanto che se non fosse per personaggi in comune come Jeong-eun (Lee Jin-ha) e l’orologiaio (Ki Joo-bong), potrebbero tranquillamente appartenere a tre universi distinti. Anche Jeong-ho è un elemento condiviso, ma si manifesta nel presente tramite un biglietto da visita o un pacco postale, e svanisce nel frattempo nel passato di un’altra persona, per poi risparire nuovamente. Le tre protagoniste sembrano così vagare nel tempo e nello spazio senza un guinzaglio che le coordini, come lo stesso cane randagio che ognuna vede a turno.
Anche il montaggio evita deliberatamente la linearità. Crea una struttura narrativa che sembra seguire la logica della memoria piuttosto che quella della causalità. E questo rende lo spettatore smarrito nel processo di interpretazione, costringendolo a mettere in discussione continuamente ciò che vede.
Uno degli aspetti più potenti di Merely Known as Something Else è il modo in cui esplora il rapporto tra amore e percezione.
Suggerisce che amare qualcuno significa creare una versione mentale, che può essere molto diversa dalla realtà. Questo tema emerge in modo particolarmente evidente nel personaggio di In-joo, il cui amore per Jeong-ho esiste quasi interamente nella dimensione dell’immaginazione, e la sua sofferenza deriva non tanto dalla perdita di lui come persona reale, ma dalla perdita della possibilità di trasformare quell’immaginazione in realtà. Stesso discorso per le altre due protagoniste, perse in relazioni che non sono come vorrebbero (nel caso di Soo-jin sia con Jeong-ho che con Hoon-seong). Emblematica, da questo punto di vista, la scena in cui Yoo-jeong critica Woo-seok di diventare una persona che non ama più in presenza dei suoi amici.
Anche la performance degli attori contribuisce in modo significativo alla forza del film, perché le loro interpretazioni sono estremamente contenute e realistiche, evitando qualsiasi forma di drammatizzazione eccessiva, fatta eccezione per alcune scene tra rabbia esplosiva (In-joo e l’orologiaio, o Soo-jin e Jeong-eun) e affettata empatia (Joo-yeong verso In-joo) che ricordano il cinema di Hong Sang-soo. Questa scelta rende le loro emozioni ancora più credibili e dolorose. I silenzi, gli sguardi e i gesti minimi diventano strumenti espressivi fondamentali, e spesso ciò che non viene detto è più importante di ciò che viene detto.
Allo stesso modo, anche l’immagine sembra sottrarre più di quanto conceda, rinviando a qualcosa che non può essere posseduto visivamente, ma soltanto pensato.
Tutti questi episodi, apparentemente minimi e scollegati, preparano l’immagine conclusiva dell’installazione di vetri blu frammentati. Dopo aver mostrato per tutta la durata del film persone che condividono spazi senza condividere lo stesso tempo, che vedono cose che altri non vedono, che parlano di qualcuno che è presente ma irraggiungibile, il film approda a una forma che nega definitivamente la possibilità di ricomporre un’immagine unitaria.
L’immagine conclusiva dell’installazione composta da vetri blu frammentati rappresenta il gesto estetico e concettuale più radicale del film, non perché offra una sintesi, ma perché la nega definitivamente. Dopo aver costruito per tutta la sua durata l’illusione che un’identità potesse essere inseguita, ricostruita o almeno avvicinata attraverso il ricordo, lo sguardo e la rappresentazione artistica, Merely Known as Something Else si chiude su una forma che resiste a qualsiasi figurazione, che trasforma l’opera in una superficie che non restituisce più la presenza, ma soltanto la sua dispersione. Il blu freddo e uniforme non diventa mai immagine, non si lascia organizzare in figura, ma rimane materia separata, autonoma, irriducibile al desiderio umano di riconoscere e definire.
In questo senso, l’installazione non rappresenta Jeong-ho, ma la sua definitiva sottrazione al campo del rappresentabile, l’affermazione ultima di un’esistenza che può sopravvivere soltanto come traccia indiretta, come residuo opaco, come qualcuno semplicemente conosciuto come qualcos’altro.


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