


Pavana ci accoglie con una ferita aperta: quella di una locanda dove un uomo, Lee Dong-cheol (Park Hae-joon), giura amore eterno davanti a un piatto caldo, solo per poi svanire non appena il successo bussa alla sua porta. Dong-cheol è un attore che, dopo anni passati nell’anonimato più grigio, trova la gloria con un’opera dal titolo evocativo, Il tradimento della ninfea.
Ma il vero tradimento è quello privato: un figlio segreto e una moglie (Lee Bong-ryeon), abbandonati con una busta piena di soldi, un risarcimento gelido che funge da pietra tombale su un’intera esistenza. È in questo clima di abbandono che cresce il protagonista, Gyeong-rok (Moon Sang-min), un ragazzo che impara precocemente la lezione del distacco. “Mamma, non morire, ti prego. Ma non pensare di vivere per me”, dice al genitore rimasto, “se lo facessi, mi sentirei lo scarto di mio padre”. In questa frase c’è tutto il peso di un’identità costruita sulle macerie del rifiuto altrui, e sulla pietà verso la madre che fa sacrifici per lui, traslata in seguito su altre cenerentole (Mi-jeong e la madre di Yo-han).
Anni dopo, Gyeong-rok è un giovane uomo dal volto impenetrabile, un guscio emotivo che sembra aver rinunciato a vibrare. Lo troviamo a lavorare part-time nel parcheggio di un lussuoso megastore di cosmetici, un tempio dell’apparire che però nasconde le ombre di chi non è considerato all’altezza. Divide le sue giornate con Yo-han (Byun Yo-han), un ragazzo biondo ossigenato, eccentrico e solo, figlio del capo, ma in perenne fuga da un destino già scritto. Yo-han è colui che rompe la barriera del silenzio di Gyeong-rok, bowiano come lui. Il suo spirito osservativo e empatico lo porta ad essere ben presto il suo miglior amico.
In uno scenario dominato dalla perfezione estetica del beauty store, a un certo purto in pavanA appare Mi-jeong, interpretata da Go Ah-sung.
Mi-jeong è l’antitesi del suo ambiente lavorativo. Nonostante le eccellenti capacità, viene declassata a causa del suo aspetto fisico poco aggraziato. L’azienda trova infine il luogo perfetto per “nasconderla”: il magazzino. Lì sposta cartonati di modelle bellissime tra polvere e scatoloni. I colleghi la chiamano crudelmente “il dinosauro”, evitandola persino a pranzo.
Gyeong-rok, spinto inizialmente da una compassione che Yo-han definisce giustamente pericolosa (“Non puoi stuzzicarla solo per pietà, le farebbe troppo male. Se non provi amore, stalle lontano”), comincia ad aiutarla. Il suo interesse è inizialmente una “falsa cortesia”, dovuta a un pietismo dettato dai punti in comune di Mi-jeong con la madre. Ma il legame si approfondisce. Ascoltano la stessa stazione radio di musica classica, la medesima che trasmette la Pavana per una principessa morta di Maurice Ravel, un brano che diventerà il leitmotiv della loro storia: una danza lenta, solenne, dedicata a qualcuno che non c’è più. Come è preconizzante “This Photograph Is My Proof” di Duane Michals, testimonianza tangibile di un amore ormai finito.
Gyeong-rok e Mi-jeong iniziano a parlare, e nelle loro conversazioni emerge la stanchezza di chi corre senza meta.
Lui le confessa di aver rinunciato al sogno della danza moderna per risparmiare soldi e andare in Islanda, perdendosi però in una routine dove ogni giorno è uguale al precedente. Lei gli regala una perla di saggezza tratta dalla cultura dei nativi americani: l’idea che a volte sia necessario scendere da cavallo e fermarsi per aspettare che la propria anima ci raggiunga. È l’invito a vivere al proprio ritmo, rifiutando la velocità frenetica di un mondo che non ci riconosce.
Mentre Se-ra (Lee E-dam), una ragazza bellissima e invidiosa, cerca di marcare il territorio intorno a Gyeong-rok, lui sceglie la sincerità di Mi-jeong. Yo-han, in un atto di protezione, finge che i due siano cugini per giustificare la loro vicinanza agli occhi delle colleghe. Ma durante un pranzo Gyeong-rok dichiara davanti a tutte che una persona lo affascina proprio perché è diversa, perché con lei sente di poter essere una persona migliore, più sincera. E proprio mentre sta per dire che questa persona è Mi-jeong, Yo-han corre un’altra volta in soccorso della coppia, baciando Gyeong-rok sulla bocca, davanti alle ragazze pietrificate.
Pavana prosegue con Mi-jeong che, piuttosto che esserne lusingata, prova un misto di imbarazzo e risentimento, visto che la confessione di Gyeong-rok avrebbe potuto rendere il suo lavoro un inferno ancor più di quel che è.
E La vita di Mi-jeong è già un abisso di oscurità.
Bullizzata fin dalla scuola, non possiede un cellulare per sfuggire ai creditori. Deve provvedere a un padre malato e a due fratelli, sebbene il film non approfondisca questi dettagli. Quando interroga Gyeong-rok sul suo interesse verso di lei, la risposta è disarmante. “Non puoi chiedere a uno che annega perché sia caduto in acqua”. Questa sincerità svela la natura irrazionale del sentimento, aprendo finalmente il cuore della ragazza.
L’amore tra i due fiorisce tra le corsie del magazzino e le frequenze delle ricetrasmittenti regalate da Yo-han, ma è una fioritura che porta con sé il presagio della fine. Gyeong-rok insegue il suo sogno di diventare un ballerino, ma nel farlo finisce per distaccarsi da Mi-jeong non solo fisicamente. Mi-jeong decide allora di sparire. Sente che lasciandolo potrà preservare il ricordo perfetto di quei giorni, evitando che l’inquietudine e la realtà degradino la bellezza del loro incontro.
Ma Gyeong-rok inizia a sentire la mancanza dell’amata e, inaspettatamente, è proprio Se-ra a placare la sua sofferenza comunicandogli dove poter ritrovare Mi-jeong.

Titolo Originale
파반느 (pa-ban-neu)
Genere
Drammatico, Romantico, Melodramma
Regia
Lee Jong-pil
Sceneggiatura
Lee Jong-pil, Son Mi
Interpreti
Go Ah-sung, Byun Yo-han, Moon Sang-min, Lee E-dam, Han Yoo-eun, Seo Yi-ra, Kwon Do-gyun, Woo Jung-won, Shin Jung-geun, Park Hae-joon, Lee Bong-ryeon, Lee Sang-jin
Corea del Sud, 2024, 113′

Ispirato al romanzo Pavana per una principessa defunta di Park Min-gyu, l’ultima opera di Lee Jong-pil si configura come una meditazione elegiaca sull’amore e sulla sua natura intrinsecamente illusoria.
Nella sequenza iniziale, apparentemente marginale, è già contenuto il destino di tutti i personaggi: l’amore nasce come promessa, ma si rivela ben presto una costruzione fragile, esposta alle intemperie dell’ambizione e del tempo. La figura del padre diventa il primo fantasma che abiterà l’esistenza del figlio Gyeong-rok. Non è solo l’assenza paterna a definirlo, ma la consapevolezza di essere stato sostituibile, intercambiabile.
Questa consapevolezza plasma la sua identità adulta di giovane disilluso, e Mi-jeong, incarnazione vivente dello scarto, si prefigura come un’occasione per conoscere sé stesso, per esprimersi e per comprendersi, poiché quella che inizialmente sembra pietà, si trasforma gradualmente in qualcosa di più complesso. Entrambi si stimolano a vicenda attraverso poche ma significative parole, e illuminano ognuno l’oscurità dell’altro. Lei si sente per la prima volta preziosa, mentre lui comincia a uscire dal suo mutismo fonetico e spirituale. Non è un caso pertanto che Gyeong-rok snobbi la bella Se-ra, simbolo di superficialità vanesia, in favore di un’anima pura che possa completarlo.
Proprio per questo, il dolore che Gyeong-rok prova quando percepisce di averla perduta assume una dimensione devastante. Non è un dolore spettacolare, ma implosivo. Lee lo filma mentre ascolta una canzone che apparteneva al loro passato comune, e il volto del protagonista, fino a quel momento impenetrabile, finalmente si incrina. È una delle rare occasioni in cui Pavana concede accesso diretto all’interiorità del suo protagonista, e proprio per questo risulta insostenibile. Il dolore non deriva solo dalla perdita di Mi-jeong, ma dalla perdita della versione di sé che esisteva accanto a lei. Come dice Yo-han: “Fa male perché, anche solo per un po’, lei ti ha fatto sentire vivo. Ti manca quella sensazione, e vorresti morire.”
Dal canto suo Mi-jeong non riesce a metabolizzare la felicità, essendo non abituata a sostenere certe attenzioni.
Nella sequenza dell’ascensore, il regista compie una scelta visiva cruciale. Il volto della ragazza appare riflesso e deformato dopo l’ennesima umiliazione. Non è un semplice espediente, ma un gesto teorico. Lee visualizza così la violenza dello sguardo sociale. Questa forza altera la percezione di sé fino a renderla irriconoscibile. Mi-jeong non viene solo esclusa, ma trasformata in qualcos’altro, privata della possibilità di esistere come soggetto integro. La deformazione del riflesso non mostra come appare agli altri, ma come finisce per apparire a se stessa.
La Pavana di Ravel e l’Arabesque di Debussy accompagnano le loro rispettive mutazioni. La prima avvicina Gyeong-rok a Mi-jeong tramite la sua passione per la musica classica, e la seconda risuona nella poetica scena del furgone della disinfestazione. Mentre la nube chimica avvolge ogni cosa, Mi-jeong ne esce fuori felice dell’amore ricevuto, nonostante le avversità. Cade per terra, ma si rialza sorridente. La stessa scena si ripete più tardi, quando Gyeong-rok protegge la cicala (estensione di Mi-jeong) dai fumi nocivi e la poggia delicatamente su un albero, mentre nella sua mente riverberano le parole dell’amata, che sono al contempo una dichiarazione d’amore e d’addio, per via dell’inquietudine che il sentimento porta.
Ma Pavana non si esaurisce nel melodramma. Rilevante è anche la sua narrazione, affidata a uno Yo-han che finisce però con l’interrompere il flusso diegetico. La sua storia personale, con il suo carico di traumi familiari e tentativi di autodistruzione, introduce una trama parallela che, per un certo periodo, sottrae centralità alla relazione tra i due protagonisti. Questa scelta disperde la tensione emotiva accumulata e produce anche un effetto di straniamento, trasformando temporaneamente Gyeong-rok e Mi-jeong in figure periferiche all’interno della narrazione.
Tuttavia, è proprio il personaggio di yo-han a condurci verso un bivio crudele tra la verità grigia e l’illusione luminosa, che è il cuore di pavana.
Il “lieto fine” che vediamo si rivela essere il romanzo di Yo-han, un atto di estrema pietà creativa. Nella realtà, la luce che illumina il volto di Gyeong-rok sull’autobus non è solo la metafora di un amore ritrovato, e nemmeno un incidente di percorso. Dopo aver lasciato Mi-jeong ad attendere il suo pupazzo di neve finché si scioglie, Gyeong-rok non potrà che lasciare sensi di colpa nel cuore dell’amata. Ciò nonostante Yo-han, riscrivendo la tragedia, decide che l’amore merita l’eternità della menzogna letteraria.
Questa scelta di correggere il destino trova la sua giustificazione filosofica nel dialogo in cui Yo-han evoca il finale di Nuovo Cinema Paradiso. Se in quel capolavoro Alfredo intimava a Totò di andarsene e dimenticare tutto per poter diventare grande, Yo-han ribalta radicalmente la prospettiva: pur spingendo l’amico verso il proprio futuro, gli chiede di non dimenticare mai i giorni passati insieme, perché è solo restando ancorati a quel “noi” che la gioventù può farsi eterna.
Mentre Alfredo vedeva nel passato una zavorra da recidere, Yo-han vi vede l’unico spazio in cui la verità non può essere corrotta dal dolore. Il suo romanzo diventa così il montaggio finale delle scene tagliate della loro vita, un atto di ribellione contro la crudeltà del caso. Pavana si chiude dunque su un’immagine impossibile: tre indiani a cavallo in un prato, una gioventù che non finisce. Sappiamo che è un’illusione, ma dopotutto l’amore è proprio questo: la capacità di continuare a sognare, restando per sempre fermi lì, a cavallo, ad aspettare che l’anima nostra e di coloro che amiamo ci raggiunga.


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