


In The Preparation, In-gyu (Kim Sung-kyun) è un trentenne con il quoziente intellettivo di un bambino di 10 anni. Non essendo autosufficiente, sua madre Ae-soon (Go Doo-shim) lo aiuta in ogni cosa. Tuttavia, a Ae-soon viene diagnosticato un tumore terminale al cervello. Grazie all’aiuto di un assistente sociale (Park Chul-min), Ae-soon riesce a trovare un lavoro a In-gyu. E mentre si avvicina il momento della sua dipartita, insegna al figlio come cavarsela da solo.

Titolo Originale
채비 (chae-bi)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Cho Young-jun
Interpreti
Go Doo-shim, Kim Sung-kyun, Yoo Sun, Park Chul-min, Kim Hee-jung, Kim Ha-yeon, Kim Young-jae, Kim Jung-hwan, Kim Gye-seon, Shin Se-kyung, Ha Min, Kwon Hyuk-joon
Corea del Sud, 2017, 114′

Pur essendo un melodramma strappalacrime, The Preparation affronta più o meno onestamente il tema del lutto e dell’abbandono.
Il titolo infatti non esemplifica soltanto l’intento di Ae-soon di rendere autonomo il proprio figlio disabile, ma soprattutto quello di prepararlo al lutto più devastante della propria vita. E cosa c’è di più angosciante per un bambino (che In-gyu mentalmente è) dell’acquisire consapevolezza che verrà abbandonato dalla propria genitrice?
Ae-soon fa di tutto per far scendere suo figlio a patti con la realtà. Gli regala dei pulcini in fin di vita, che mostrino plasticamente cosa sia la morte. E gli sfata le favolette su un paradiso in cui riabbracciarsi, consapevolizzandolo non solo su una continuità rassicurante che scientificamente non esiste, ma soprattutto sul significato dell’assenza.
A dire il vero il suo atteggiamento risulta anche fin troppo cinico, quando, ad esempio, chiede alla maestra d’asilo di insegnare la disillusione amorosa al proprio figlio. Tuttavia In-gyu reagisce (non senza aiuto esterno) con una maturità dettata proprio dall’innocenza e dall’ingenuità tipiche della sua età psichica, che gli consentono anche di sorridere al funerale della madre. Sorriso che in realtà tradisce un dolore marcato da una immancabile lacrimuccia, pronta e servita per l’effetto melodrammatico.
Coraggioso poi (considerando il target a cui è rivolto il film) è il risentimento verso una religione che non consola, salvo poi placarlo affidandole il compito di tradurre il senso della morte a In-gyu.
Per quanto Go Doo-shim sia convincente nel ruolo della madre apprensiva che si arrovella tra senso di colpa e urgenza di svezzamento, stesso non si può dire di Kim Sung-kyun, che sembra un trentenne nei panni di un trentenne che simula una disabilità mentale.
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