


Dopo aver perso i genitori in un incidente stradale, Young-ju (Kim Hyang-gi) è costretta a prendersi cura del fratello Young-in (Tang Jun-sang) lavorando part-time in un supermercato. Inoltre, sua zia (Jang Hye-jin) vuole che venda l’appartamento in cui vivono lei e suo fratello per provvedere al loro mantenimento e guadagnarci sopra. Tuttavia Young-ju si rifiuta di vendere la casa, inimicandosi la zia.
La situazione precipita non appena la polizia arresta Young-in, reo di aver infranto la legge. Al fine di evitargli il carcere minorile, Young-ju deve trovare i soldi sufficienti a garantirgli la libertà vigilata. Si rivolge allora a una società di prestiti, che però la truffa rubandole tutti i suoi risparmi.
Disperata, va alla ricerca di Sang-moon (Yoo Jae-myung), l’uomo alla guida del camion che aveva investito i genitori, per esigere il giusto risarcimento, visto che il poco che ha ricevuto dall’assicurazione è bastato a malapena a saldare i debiti del padre defunto. Se non fosse che Sang-moon e sua moglie Hyang-sook (Kim Ho-jung) non solo portano il peso del senso di colpa, ma devono anche badare a un figlio in coma. Young-ju decide così di lavorare per loro omettendo la propria identità. Conoscendoli meglio, trova in loro i genitori gentili e premurosi di cui ha bisogno.

Titolo Originale
영주 (Yeong-joo)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Cha Sung-duk
Interpreti
Kim Hyang-gi, Kim Ho-jung, Yoo Jae-myung, Tang Jun-sang, Jang Hye-jin, Kim Yong-joon, Kang Dong-yoon, Park Ok-chool, Hyun Bong-sik, Jeon Woo-jong, Kim Soo-ah, Kim Min-yeop
Corea del Sud, 2017, 100′

Young-ju è un dramma crudele in cui l’ironia della scelta preclude l’unico spiraglio di gentilezza disinteressata in un mondo di relazioni mercificate.
Lo sguardo della regista Cha Sung-duk, qui al suo esordio, si posa infatti impietosamente su una società corrotta dal capitale. A cominciare da anonimi truffatori che sfruttano la disperazione di chi è costretto a chiedere un prestito, passando per un sistema giudiziario che consente la libertà vigilata solo a chi può economicamente permettersela, fino agli stessi parenti che dovrebbero dare affetto ma non fanno altro che pretendere denaro, nessuno sembra concedere alla protagonista, non dico un viaggio all’estero, ma almeno un supporto economico e soprattutto affettivo, che nemmeno i suoi genitori hanno potuto offrirle, avendola involontariamente (ma per Young-ju colpevolmente) abbandonata.
Tuttavia l’ironia vuole che a sostituire le figure genitoriali siano coloro che quelle figure gliel’hanno tolte.
Young-ju comprende che il risentimento non ha senso di esistere quando il carnefice, Sang-moon, è devastato dal senso di colpa e dall’autolesionismo (si è tagliato le vene). Come se non bastasse, ha un figlio in coma da dover accudire, a cui la protagonista non esita a confessare la propria invidia. Sebbene allettato e in stato di semi incoscienza, infatti Seung-il ha comunque un padre e una madre che si occupano di lui. E si occupano anche di lei, pervadendola di attenzioni inedite per chi si è sempre e solo assunta responsabilità verso il fratello.
Questa situazione paradossale, benché metabolizzata da Young-ju, non è compresa però da Young-in e dai suoi stessi datori di lavoro. Per quanto la religione cattolica e il tofu (simbolo di purificazione per chi è appena uscito di prigione) suggeriscano una volontà di redimersi e di fare pace con se stessi, non c’è perdono per chi non sa perdonarsi. E la confessione della verità da parte di Young-ju, da cui scaturisce l’incapacità per i due coniugi di affrontare il senso di colpa, non fa altro che soffocare il miracolo di un rapporto sui generis ma umano, e lasciare la protagonista di nuovo nella disperazione.


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