

In By the Stream una docente universitaria di nome Jeon-im (Kim Min-hee) chiede a suo zio Si-eon (Kwon Hae-hyo) di sostituire un regista teatrale trovato ad amoreggiare con tre studentesse. Nel frattempo lei dipinge ogni giorno presso il ruscello di Suyu per ottenere modelli per il proprio progetto artistico. Lo zio è un attore e regista che non ha potuto lavorare per diversi anni perché inserito in una lista nera. Ora si mantiene gestendo un negozio di libri. Ha accettato di dirigere perché si è ricordato di aver diretto uno sketch quando era al primo anno in quella stessa università, 40 anni prima. E nel mentre, fa la conoscenza della professoressa Jeong (Jo Yoon-hee-I) del dipartimento tessile.

Titolo Originale
수유천 (su-yu-cheon)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Hong Sang-soo
Interpreti
Kim Min-hee, Kwon Hae-hyo, Jo Yoon-hee-I, Ha Seong-guk, Kang So-yi
Corea del Sud, 2024, 111′

Ennesima variante del solito pattern, By the Stream sembra essere più (auto)indulgente verso le figure maschili rispetto alle opere precedenti di Hong Sang-soo
Non che manchino personaggi maschili discutibili (su cui tra l’altro si abbatte l’irritazione di Jeon-im), come ad esempio l’ex regista donnaiolo. Ma a fargli da contraltare c’è Si-eon (alter ego del regista), che per quanto trovi conforto nelle attenzioni della professoressa Jeong si confronta con l’atro sesso con sincerità e senza secondi fini (il momento di catarsi alcolica con le studentesse).
Tuttavia la nipote lo redarguisce contestando a Si-eon e indirettamente ad Hong Sang-soo la sua relazione extra-coniugale. E fa specie che sia proprio Kim Min-hee ad alterarsi con l’alter ego di Hong, con cui ebbe una relazione che destò scandalo proprio perché il regista all’epoca era sposato.
Ma By the Stream accenna anche ad altre vicende autoreferenziali care al regista, come il fatto di essere messo all’indice dall’industria cinematografica, sempre per la sua relazione con Kim, o per il suo essere scarno nella messa in scena, anticonvenzionale e per questo “comunista.”
Ironicamente poi, gioca con le critiche di ripetitività e staticità narrativa del suo cinema, non solo valutando a sé stanti dei quadri che non vanno visti nel loro insieme, ma anche dichiarando nel finale che oltre il ruscello non c’è niente da vedere, o forse tutto.


Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.