


A Mahador, nel sud-est asiatico, un’operazione di Human Intelligence (HUMINT), ovvero raccolta di informazioni strategiche tramite fonti umane, condotta dal National Intelligence Service (NIS), fallisce ancor prima di iniziare.
Soo-rin (Joo Bo-bi), una donna nordcoreana ridotta alla prostituzione forzata, è stata picchiata e drogata. L’agente Jo (Zo In-sung) la trova in fin di vita, e le mette al polso un braccialetto per monitorare i parametri vitali e verificare se mente. Lo scopo del NIS è infatti quello di ottenere dalla fonte informazioni che possano essere utili a sgominare un traffico di droga proveniente dalla Corea del Nord e che si sta diffondendo in Corea del Sud. Jo promette a Soo-rin di portarla via in cambio delle informazioni richieste. Dalle parole di Soo-rin però emerge una storia che parla sì di droga, ma soprattutto di tratta di esseri umani.
Il Partito l’aveva mandata a Vladivostok per guadagnare valuta “straniera”, costringendola a lasciare marito e figlio. Lì lavorava in un ristorante frequentato da funzionari del consolato nordcoreano, mentre veniva addestrata. Un giorno, durante una retata dei servizi segreti nordcoreani, le dissero che sarebbe stata rimpatriata via nave verso Rajin. Invece fu consegnata a un gruppo di russi che la usarono come un giocattolo e le iniettarono una sostanza chiamata bingdu, “la droga di ghiaccio”.
Per i superiori del NIS, però, quella parola è l’unica cosa che conta. Se Soo-rin conferma che si tratta davvero di metanfetamina, fornendo prove, allora l’operazione di salvataggio può essere autorizzata, perché giustificata come indagine sul narcotraffico. Se invece parla di tratta, non ci sono fondi per recuperarla, né interesse strategico. Jo tenta di salvarla comunque. La porta al rifugio del NIS, ma Soo-rin muore poco dopo, in seguito a un’iniezione letale dei suoi aguzzini.
Un braccialetto regalatole da Soo-rin e il senso di colpa per non averla potuta salvare, aprono in jo una ferita che gli servirà come monito per il futuro
Al quartier generale, il capo del NIS usa la testimonianza di Soo-rin per collegare la metanfetamina nordcoreana allo spaccio nel quartiere di Daechi-dong a Seoul. Secondo il rapporto, Pyongyang starebbe drogando gli adolescenti sudcoreani per distruggere la futura generazione. Jo prova a spiegare che il vero schema è un altro: donne nordcoreane consegnate alla mafia russa via Vladivostok, drogate e spostate tra Russia, Cina, Europa, Sud-Est asiatico e perfino Sudafrica. Dietro c’è il consolato nordcoreano. E gli viene ordinato di andare proprio a Vladivostok per approfondire.
Lì, nel ristorante Arirang, Jo incontra Chae Seon-hwa (Shin Se-kyung), cameriera nordcoreana. La sua storia è quasi identica a quella di Soo-rin. Anche lei è lì per guadagnare valuta estera per il regime, è costretta a prostituirsi con i clienti e riceve dosi controllate di bingdu dalla direttrice del locale, da versare nei drink dei clienti per renderli dipendenti e poi vendergli la sostanza.
Ma Seon-hwa ha una madre malata di tumore. Jo le procura dei farmaci, le promette di portare lei e sua madre in Corea del Sud, e le ricorda un articolo della costituzione sudcoreana: l’intera penisola è territorio della Corea del Sud. Anche lei, tecnicamente, è cittadina sudcoreana. Le chiede pertanto di collaborare.
Intanto l’agente nordcoreano Park Geon (Park Jeong-min) sta indagando sulla scomparsa di connazionali consegnati alla mafia russa da intermediari corrotti.
Ad alimentare questo traffico è il console Hwang Chi-seong (Park Hae-joon), e Park Geon deve indagare anche su di lui per ordine del Partito. Tuttavia Hwang non solo sabota l’interrogatorio di Park Geon con un intermediario, simulando il suicidio di quest’ultimo, ma colpisce Park Geon nel suo punto debole. E lo fa spiando Seon-hwa, con cui l’agente ha avuto una storia d’amore, e portando alla luce la collaborazione della donna con il NIS. Nonostante Park Geon cerchi di accampare scuse nel tentativo di proteggere Seon-hwa, Hwang ordina di rimpatriarla e metterla sotto processo.
Ma in realtà la consegna alla mafia russa, e l’agente Jo, sentendosi responsabile per l’incolumità della sua HUMINT, cerca di salvarla. Intanto Park Geon va alla ricerca della cellula dei NIS responsabile della situazione, per consegnarla al Partito e scagionare Seon-hwa.

Titolo Originale
휴민트 (hyu-min-teu)
Genere
Azione
Regia
Ryoo Seung-wan
Interpreti
Zo In-sung, Park Jeong-min, Park Hae-joon, Shin Se-kyung, Lee Shin-ki, Woo Jung-won, Jung Eugene, Joo Bo-bi, Park Myung-shin, Jo Eun-hyung
Corea del Sud, 2025, 119′

Con Humint, il regista Ryoo Seung-wan torna al territorio che conosce meglio: lo spionaggio come guerra morale, prima ancora che geopolitica.
Dopo The Berlin File e Escape from Mogadishu, questo film sembra il terzo capitolo ideale di una trilogia non dichiarata sull’intelligence coreana all’estero. Ma qui il bersaglio non è più il confronto tra blocchi, bensì l’uso sistematico delle persone come strumenti usa e getta.
Il termine HUMINT, human intelligence, diventa la chiave tematica del film. Non si parla di intercettazioni (seppur sia presente una scena che ricorda La Conversazione di Coppola), satelliti o dati digitali. Si parla di corpi, di voci, di paura, di fiducia tradita. Le persone sono la fonte diretta di informazione. E, di conseguenza, la prima vittima.
Ryoo costruisce un thriller che sembra di spionaggio ma in realtà è un film sull’utilitarismo morale delle agenzie di intelligence. In HUMINT non c’è distinzione netta tra buoni e cattivi in base alla bandiera. C’è invece una linea chiarissima tra chi considera gli esseri umani “prove”, “merce” o “danni collaterali” e chi, ostinatamente, continua a vederli come persone.
Visivamente e narrativamente, il film riprende lo stile nervoso e concreto di The Berlin File: macchina a mano, ambienti freddi, città straniere rese ostili e anonime. Ma qui la regia è ancora più asciutta, meno spettacolare, più sporca. L’azione è brutale, ravvicinata, fisica: pistole usate come corpi contundenti, coltelli, scontri a distanza zero. Non è solo coreografia, è sopravvivenza.
Se in Escape from Mogadishu il focus era la diplomazia e il caos politico, qui tutto si restringe a relazioni interpersonali: interrogatori, confessioni, scambi di sguardi, micro-tradimenti. Il film è costruito quasi come una lunga serie di colloqui, pedinamenti, infiltrazioni. Esattamente ciò che definisce l’intelligence umana.
Il cuore emotivo del film è il conflitto tra due visioni dell’intelligence
Quella burocratica, che valuta le vite in base all’utilità informativa (la droga come prova che giustifica un’operazione); quella umana, che vede nella tratta di persone il vero crimine, anche quando non produce “valore strategico”.
Questo scontro attraversa tutto il film e tutti i personaggi, sia a Sud che a Nord. Ed è qui che Ryoo compie la sua operazione più interessante: mostra come Corea del Sud e Corea del Nord, pur opposte ideologicamente, finiscano per assomigliarsi nel modo in cui sfruttano i propri connazionali all’estero. Com’è marcio un sistema che condanna a morte i suoi cittadini per contrabbando di medicine indispensabili a una sopravvivenza non garantita dallo Stato, così è marcio un capitalismo mafioso, sprezzante dei diritti umani, come quello del console, non a caso indagato dal Partito.
Lo stile registico è coerente con questa idea: niente patriottismo enfatico. Solo agenti stanchi, compromessi, pieni di rimpianti. Persone che portano al polso braccialetti come memento, che devono abituarsi a vedere morire la gente da cui traggono informazioni senza garanzia di protezione. E persone costrette dal Partito a deludere chi si ama.
La messa in scena è gelida: Vladivostok, il confine tra Russia, Cina e Corea del Nord, interni di ristoranti, consolati, stanze d’hotel sorvegliate. Tutti luoghi chiusi, soffocanti, dove la sorveglianza è costante e la fiducia impossibile. L’atmosfera ricorda più un film di paranoia morale che un classico spy thriller, dove anche un personaggio inconsuetamente positivo come la padrona del locale è costretta a mentire per salvare la pelle alla propria famiglia.
In Humint Ryoo lavora molto anche sul parallelismo tra i personaggi
Agenti sudcoreani e nordcoreani, pur su fronti opposti, stanno in realtà indagando la stessa verità e cercando di proteggere le stesse persone. Questo crea una tensione sotterranea potentissima: il vero conflitto non è tra stati, ma tra coscienza individuale e sistema.
In mezzo a questa tensione morale, prende forma l’alchimia tra i due protagonisti, che Ryoo Seung-wan mette a confronto in sequenze d’azione spettacolari, sia all’arma da fuoco che all’arma bianca. Non sono semplici scene d’azione: sono dialoghi fisici tra due uomini che, pur appartenendo a sistemi opposti, si riconoscono sul piano umano e professionale. Emblematica è la scena della sparatoria tra le donne rinchiuse nelle scatole di vetro antiproiettile, che richiama quasi un’estetica da action hongkonghese, dove la coreografia della violenza diventa linguaggio narrativo. Allo stesso modo, la crudezza di momenti come le donne colpite dal console e lasciate agonizzanti nella neve spezza qualsiasi estetizzazione e riporta brutalmente lo spettatore alla dimensione tragica della vicenda.
Le lotte ad ogni modo sono coreografate con una precisione quasi chirurgica: lo scontro tra Park Geon e gli sgherri del console, così come quello tra Park Geon e la collega dell’agente Jo, servono a spettacolarizzare e a infondere ritmo alla narrazione. In questo contesto emerge anche una sottile ironia, percepibile solo in un dettaglio: il calcio della pistola che diventa per la seconda volta un’arma bianca, prima perché non si poteva sparare, ora perché non ci sono più proiettili. È un’ironia minima, quasi invisibile.
Per il resto, in humint l’ironia è assente. Ed è un’assenza voluta, coerente con l’impostazione profondamente cinica dell’opera.
Il film diventa così una riflessione durissima su tre temi intrecciati: tratta di esseri umani, narcotraffico, sfruttamento politico dell’informazione. E mostra come, nel mondo dello spionaggio, la tragedia umana diventi spesso solo un mezzo per ottenere fondi, autorizzazioni, coperture diplomatiche.
Rispetto alla filmografia di Ryoo, HUMINT è probabilmente la sua opera più pessimista. Se in The Berlin File c’era ancora un senso di missione, e in Escape from Mogadishu un’umanità che resisteva al caos, qui resta soprattutto il rimorso. Il senso che, anche quando “vinci”, hai comunque perso qualcosa di irreparabile. C’è chi perde chi ama e a cui non resta che ricominciare daccapo, c’è chi deve difendersi dall’accusa di aver anteposto i propri valori umani all’interesse operativo e politico, e chi non confessa alcun ultimo messaggio da eroe romantico, ma anzi manifesta tutta la sua fragilità di uomo attaccato fino all’ultimo alla vita.
Il risultato è un thriller teso, cupo, moralmente scomodo, dove la vera domanda non è chi stia mentendo, ma quanto valga una vita quando non produce informazioni utili. E la risposta che il film suggerisce è devastante: nel mondo HUMINT, le persone contano solo finché parlano. Poi diventano silenzio, non solo per chi le silenzia fisicamente come merce scaduta, ma soprattutto per chi le ignora dopo averle usate.


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