


The Favor racconta la storia della famiglia di Yeong-beom (Kim Byung-chul), un medico, che si trasferisce nei pressi del villaggio isolato di Obok-ri. La moglie Seon-hee (Song Ji-hyo) e il figlio Jong-hoon (Jin Yu-chan) hanno subito un incidente. L’evento ha segnato irrimediabilmente le loro vite, costringendo Jong-hoon su una sedia a rotelle e Seon-hee a una cecità pressoché totale.
La madre è molto religiosa e cerca conforto nella fede, mentre il figlio rifiuta ormai qualsiasi speranza di guarigione. Non vuole più fare riabilitazione, né giocare a basket, e accusa il padre di non essersi mai davvero preso cura di lui, sentendosi inutile e senza motivo di vivere.
Strani eventi iniziano ad accadere nella nuova casa. Un corvo entra e si schianta sul tavolo. Yeong-beom investe accidentalmente un anziano (Kim Seol-jin) che sembra essersi buttato apposta sotto la sua auto per una truffa assicurativa. L’uomo, non identificabile neppure dalle impronte digitali rovinate, ha un tumore in fase terminale, e Yeong-beom lo porta a casa per operarlo e tenerlo sotto osservazione.
Da quel momento la presenza del vecchio si intreccia in modo inquietante con la vita della famiglia
Jong-hoon si ritrova misteriosamente a camminare dopo essersi ritrovato chiuso in un capanno insieme al vecchio. E intorno alla casa iniziano a radunarsi corvi, mentre una rosa sboccia nel cuore della notte. In paese si dice che Obok-ri un tempo fosse considerato un villaggio dei miracoli. La pastora Kim (Jung Jae-eun) viene a sapere della guarigione di Jong-hoon e insiste perché la famiglia condivida la propria testimonianza di fede con la comunità. Mentre un altro bambino, Min-jae (Oh Han-kyul), figlio della devota Choon-seo (Kim Hieora), comincia a zoppicare proprio quando Jong-hoon riprende a camminare.
Yeong-beom nota che Min-jae, Jong-hoon e l’anziano hanno tutti la stessa cicatrice sulla gamba o dietro il collo, segno di un legame oscuro. Un uomo misterioso, Dong-jin (Ahn Se-ho), anch’egli con la stessa cicatrice, cerca l’anziano. In passato quest’ultimo aveva compiuto un miracolo su sua figlia Soo-yeong, liberandola da una paralisi, ora però tornata. Si insinua così la verità che il miracolo non crei nulla, ma trasferisca la salute da una persona all’altra. Una sorte di maledizione che ruba occhi, gambe e vita a qualcuno per donarli a qualcun altro.
Anche Seon-hee, desiderosa di riacquistare la vista, finisce per ottenere il miracolo. Ma sempre ai danni di Min-jae, che perde, dopo l’uso delle gambe, anche quello della vista. Yeong-beom comprende che la presenza dell’anziano è la fonte di tutto. Ma si accorge anche che allontanandosi da Obok-ri il miracolo svanisce, costringendo la famiglia a tornare indietro.

Titolo Originale
구원자 (gu-won-ja)
Genere
Horror
Regia
Shin Joon
Sceneggiatura
Kang Da-hee
Interpreti
Kim Byung-chul, Song Ji-hyo, Kim Hieora, Kim Seol-jin, Jin Yu-chan, Ahn Se-ho, Jung Jae-eun-I, Oh Han-kyul, Kim Yeon-kyo
Corea del Sud, 2025, 103′

The Favor è un film che usa l’idea del miracolo non come evento consolatorio ma come meccanismo disturbante, capace di mettere a nudo il lato più egoista e disperato della fede umana.
The Favor mette in scena un horror che rinuncia quasi del tutto allo spavento immediato per costruire un disagio morale profondo e persistente. La tensione non nasce da ciò che pur irrompe dall’esterno, ma da ciò che i personaggi sono disposti ad accettare pur di continuare a credere che una salvezza sia possibile. In questo senso l’idea del miracolo diventa il fulcro concettuale del film: non un dono, non una benedizione, ma un trasferimento, un’appropriazione. Qualcuno guadagna soltanto perché qualcun altro perde, e ciò che viene sottratto non è un potere straordinario, ma la condizione minima di normalità senza la quale viene meno anche la motivazione a vivere.
Il film suggerisce un parallelismo amaro tra questa dinamica e quella del capitalismo, inteso come impulso profondamente umano ad arricchirsi sottraendo agli altri, non certo ricevendo manna dal cielo. I miracoli in The Favor funzionano allo stesso modo: non creano, redistribuiscono in modo crudele. Questo rende l’evento miracoloso qualcosa di eticamente intollerabile, ma al tempo stesso irresistibile per chi soffre. È qui che la religione perde il suo ruolo di rifugio consolatorio di speranza e diventa un velo, una copertura utile a non guardare in faccia la verità. La comunità della chiesa appare come un luogo in cui i fedeli trovano soprattutto conferma ai propri bias, un teatro di testimonianze che rafforzano la fede senza interrogarsi sul prezzo pagato da altri.
Seon-hee incarna perfettamente questa rimozione consapevole.
Il suo comportamento, il suo evitare la disperata Choon-seo, rivela che sa benissimo quale sia la fonte del miracolo e cosa comporti, ma sceglie di non vedere perché desidera troppo quel beneficio. La fede diventa così complicità silenziosa. Allo stesso modo la scienza, l’altro grande sistema con cui l’essere umano tenta di comprendere e dominare la realtà, si rivela impotente. Yeong-beom è un medico, un uomo razionale, ma si trova intrappolato nel senso di colpa di non poter guarire il proprio figlio, in un dilemma che non può risolvere con la logica, né con le competenze professionali. La situazione richiede un impulso primordiale, istintivo, irrazionale: proteggere la propria famiglia a qualunque costo, anche quando quel costo diventa moralmente insostenibile.
La regia di Shin Joon in the favor adotta uno sguardo estremamente cinico su questa condizione umana.
Non esiste liberazione, non esiste gesto redentivo definitivo, perché persino l’estremo sacrificio non spezza la maledizione, ma la perpetua. Il miracolo può continuare a esistere solo se qualcuno ne diventa, suo malgrado, il nuovo tramite. Ogni personaggio è disperatamente attaccato alla propria vita e a quella dei propri cari, e questa pulsione elementare rende comprensibili, pur senza giustificarle, le scelte più terribili.
In questo quadro l’anziano assume un valore simbolico potentissimo. È anonimo, privo di nome, di identità, di passato, e persino di parola. La sua funzione narrativa, legata anche ai volantini che servono a far entrare in scena Dong-jin, è solo una parte del suo significato. Più profondamente, rappresenta il meccanismo stesso del miracolo, una presenza neutra e impersonale che non giudica, non spiega, non consola, ma semplicemente risponde alle esigenze che alimenta, di cui è solo un tramite. I veri demoni sono gli istinti egoisti degli esseri umani.
Visivamente il film sostiene questa visione con un’estetica fredda, spazi chiusi, silenzi pesanti e dettagli ricorrenti che assumono un valore sinistro. Il ritmo lento, l’assenza di soluzioni rassicuranti e l’ambiguità costante tra soprannaturale e proiezione psicologica trasformano l’opera in qualcosa che va oltre il genere horror. La regia evita di affidarsi a jump scare convenzionali e sceglie invece di immergere lo spettatore in un’atmosfera di sospetto e tensione lenta, sospesa tra fede religiosa e ossessione psicologica. Ricorda per certi versi The Wailing di Na Hong-jin, soprattutto per il concentramento dell’elemento orrorifico esclusivamente nel trucco prostetico del personaggio chiave.
Tuttavia The Favor rimane addosso allo spettatore non per ciò che mostra, ma per la domanda che insinua: quanto saremmo disposti a ignorare, pur di poter chiamare “miracolo” qualcosa che in realtà è solo la sofferenza di qualcun altro?


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