


In The World of Love Lee Joo-in (Seo Su-bin) è una diciassettenne popolare tra i compagni, una ragazza vivace che parla apertamente di sesso con le amiche e pratica taekwondo. Frequenta superficialmente Chan-woo (Kim Ye-chang), ma quando lui vuole spingersi oltre, lei lo respinge. A casa vive con la madre Kang Tae-seon (Jang Hye-jin), che lavora in un asilo e beve di nascosto, e con il fratello minore Lee Hae-in (Lee Jae-hee), appassionato di giochi di prestigio. Il padre (Kim Suk-hoon) è assente, ritiratosi in un paesino, mentre la nonna Bae Yeon-ja (Byun Joong-hee) cerca di insegnarle a pregare.
Nella comunità sta per essere rilasciato Hwang Jae-yeol, un pedofilo che otto anni prima aveva aggredito una bambina. Il compagno di classe Soo-ho (Kim Jeong-sik), che cresce da solo la sorellina Noo-ri (Park Ji-yoon) perché il padre è sempre al lavoro, avvia una petizione contro il suo ritorno. Tutti firmano tranne Joo-in, che si rifiuta di sottoscrivere una frase in cui si afferma che la violenza sessuale distrugge per sempre la vita e l’anima della vittima. Soo-ho l’accusa di non capire la gravità di un abuso sessuale, ma lei replica che quella petizione serve solo ad abbellire il curriculum del ragazzo.

Titolo Originale
세계의 주인 (se-gye-eui ju-in)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Yoon Ga-eun
Interpreti
Seo Su-bin, Jang Hye-jin, Kim Jeong-sik, Kang Chae-yun, Lee Jae-hee, Park Ji-yoon, Kim Ye-chang, Go Min-si, Baek Hyun-joo, Byun Joong-hee, Lee Sang-hee, Lee Dae-yeon
Corea del Sud, 2025, 119′

The World of Love di Yoon Ga-eun rivoluziona il linguaggio del trauma e restituisce il diritto a vivere alle sue vittime
QUESTA RECENSIONE CONTIENE SPOILER ESTESI
The World of Love inizia con una scena inusuale nel cinema coreano. Joo‑in e il suo ragazzo Chan‑woo si baciano, e non in quel modo calcolato e coreografato che siamo abituati a vedere sugli schermi. Si baciano appassionatamente in modo estremamente realistico. La sua amica Gong Yoo‑ra (Kang Chae-yun) ironizza: “Vacci piano con il romanticismo”. E Joo‑in ribatte: “Tu vacci piano con i fumetti sconci”, visto che durante l’ora di educazione fisica stava disegnando delle vignette sessualmente esplicite.
È il cinema di Yoon Ga-eun: la regista che, dall’infanzia di Sprout, passando per l’età scolare di The World of Us, fino alla preadolescenza di The House of Us, ha trasformato l’osservazione della vita quotidiana dei giovani, qui in età adolescenziale, in una forma d’arte che non ha bisogno di urlare il proprio significato. Ma quella naturalezza, quell’apparente semplicità, è la trappola più grande che la regista ci tende. Perché quello che sembra uno slice‑of‑life spensierato si trasforma lentamente, inesorabilmente, in un’indagine chirurgica su come la società consuma, giudica e spesso distrugge le vittime di violenza sessuale. Non con le aggressioni, ma con lo sguardo, con i dubbi, con le parole non dette.
The World of Love sceglie di non mostrare mai la violenza, rifiuta qualsiasi spettacolarizzazione del dolore e vive di piccoli gesti, biglietti anonimi, riflessi di sguardi preoccupati su uno smartphone spento, lezioni di taekwondo e serate al karaoke. Il paradosso è solo apparente. The World of Love fa qualcosa di rivoluzionario: non ci mostra il trauma, ma la vita dopo il trauma. E, cosa ancora più importante, ci mostra una ragazza che si rifiuta di farsi etichettare come “vittima”.
La doppia vita di Lee Joo‑in: spensieratezza come atto di resistenza
Lee Joo‑in, interpretata dall’esordiente Seo Su-bin in una performance impressionante per il suo realismo, è una ragazza vivace e senza filtri. Parla con le amiche di visite ginecologiche, discute di assorbenti e mestruazioni, cambia fidanzati con una disinvoltura che fa parlare. Inoltre, tiene banco nei balletti con le amiche e al karaoke, pratica taekwondo con entusiasmo, e frequenta un gruppo di volontariato. A casa vive con la madre Tae‑seon (Jang Hye-jin, che il pubblico internazionale ricorderà per il suo ruolo in Parasite), che dirige un asilo e beve più del dovuto, e con il fratellino Hae‑in, un illusionista in erba che adora far sparire oggetti con giochi di prestigio. Il padre è assente da tre anni, reclusosi in un paesino di montagna, e non risponde ai messaggi della figlia.
La struttura familiare, sulla carta, è quella di un nucleo ferito dall’assenza paterna, ma Yoon Ga-eun si guarda bene dal rappresentarla come disfunzionale. Le conversazioni tra Joo‑in e sua madre hanno spesso il tono scherzoso e complice di un rapporto quasi tra sorelle. Il fratello che fa “magie” la sera è una presenza tenera. La casa è calda, piena di risate. La regista ci mostra la felicità di Joo‑in senza mai sottintendere che non sia autentica. È felice, e basta.
Eppure, ci sono segnali in the world of love che mettono in discussione questo quadro idilliaco:
la madre che beve troppo, il fratello che nasconde lettere, la nonna che invita la nipote a pregare facendole discorsi pesanti “proprio ora che sta cercando di riprendersi”. La sottile tensione è tutta nella stratificazione di un dettaglio sull’altro. In una scena apparentemente insignificante, la professoressa Yang Bo‑ah (Lee Sang-hee) chiede a Joo‑in quale sia la sua vocazione, e le offre una mela. Joo‑in finge un malore per scansare la domanda, poi ribatte: “La mia vocazione dovrebbe farmi piacere le mele?”. È un’obiezione che sembra solo spiritosa, ma che in realtà è la dichiarazione di un’intera filosofia di vita: il rifiuto di farsi definire da un percorso precostituito, di aderire alle aspettative che gli altri hanno su di lei.
La petizione: il linguaggio del trauma si scontra con la realtà di una sopravvissuta
Il motore narrativo si innesca quando Joo-in rifiuta di firmare la petizione avanzata da Soo‑ho, a causa della frase “la violenza sessuale lascia profonde ferite che non si rimarginano mai, e distruggono completamente la vita e l’anima della vittima”. E non la condivide perché è stata stuprata da bambina, e la sua vita, per quanto difficile, non è affatto “distrutta”. La rivelazione emerge quasi per caso, durante una lite con Soo‑ho: “Io lo so di cosa parlo”, dice, “perché sono stata una vittima di violenza sessuale. Sto scherzando”. Ma non sta scherzando. Si sta solo proteggendo da ciò che avverrà in seguito.
Quando poi infatti la verità viene a galla, il film adotta per la prima volta una prospettiva in terza persona: non ci limitiamo a seguire la protagonista, ma osserviamo come il mondo la guarda, la giudica e parla di lei. Il segreto di Joo‑in diventa di dominio pubblico, e la scuola si trasforma in un tribunale diffuso.
I biglietti anonimi: il dubbio come arma di controllo sociale
Joo‑in comincia a trovare bigliettini nella scarpa, nello zaino, sul banco. Sono messaggi anonimi che mettono in discussione la sua autenticità: “Come posso crederti se cambi continuamente la tua storia? Cosa vuoi da tutto questo? È divertente confondere la gente?”. Più avanti: “Joo‑in, stai davvero bene? O vuoi solo credere di stare bene? Qual è la tua vera te stessa? C’è niente di reale in te?”. La regista sceglie di inquadrarli a lungo, lasciando che lo spettatore li legga per intero. Non c’è una rivelazione sul mittente, e il dubbio che quei foglietti instillano è il vero veleno della storia.
THE WORLD OF LOVE esamina la tendenza della società a etichettare le vittime di trauma come “degne di pietà” o “sfortunate”, e ad aspettarsi che restino tali.
Ma Joo‑in, in questa girandola di pregiudizi, continua a vivere. Va al karaoke. Ride con le amiche. Si rimette con Chan‑woo, che oltre ad averla difesa dal giudizio degli altri si scusa per non aver rispettato i suoi limiti, e a lei piace che si scusi. Ma quando lui tenta di nuovo di spingersi oltre, lei lo respinge. I segnali contrastanti diventano per Chan‑woo insopportabili una volta che lui conosce la sua storia e non si sente in grado di affrontarne il carico emotivo, portandolo a lasciare la ragazza. Alcuni compagni cominciano addirittura a insinuare che la sua spensieratezza sia una recita, e che la sua facilità nel cambiare ragazzi e nel cercare il contatto fisico sia un sintomo del trauma, non una sua libera espressione.
Si instaura così un processo di colpevolizzazione: Se sei stata aggredita, devi comportarti da aggredita. Il lutto deve essere pubblico. La guarigione deve essere lineare. Joo‑in si ribella a questo copione non con un discorso, ma con la sua esistenza quotidiana. E la società la punisce per questo.
Famiglie, silenzi e colpevolizzazioni secondarie: il rimbalzo del dolore
Il film non si limita al microcosmo scolastico. Allarga lo sguardo a una costellazione di personaggi che, in varia misura, portano lo stesso peso. C’è la madre, Tae‑seon, che ha somatizzato il trauma in mal di stomaco e problemi al fegato: la sua cistifellea scoppierà e le verrà diagnosticata una cirrosi che potrebbe degenerare in cancro. La sua colpa, reale o presunta, è di non aver capito, di non aver visto, di aver lasciato che la figlia subisse violenza per troppo tempo.
“Avresti dovuto capirlo dalla mia faccia”, le urlerà Joo‑in nella scena dell’autolavaggio. “Avresti dovuto credermi”. Tae‑seon non risponde, e quel silenzio diventa l’unica risposta possibile: il senso di colpa non ha bisogno di parole. Senso di colpa che poi si ripresenterà quando Soo-ho si rivolgerà al personale dell’asilo chiedendo quali siano i limiti entro i quali deve ignorare i lividi presenti sul collo di Noo-ri, con Tae-seon che ascoltando in lontananza si sente chiamata in causa per aver ignorato i segnali mandati a suo tempo dalla figlia.
C’è poi il fratello Hae‑in, affetto da atopia, che nasconde sotto il letto le lettere che lo zio, il molestatore, spedisce a Joo‑in dal carcere. La sua passione per i giochi di prestigio (far sparire preoccupazioni, problemi, lettere) trova una spiegazione devastante quando Joo‑in trova la bozza di una lettera che lui vuole inviare allo zio: “Smettila di mandare lettere a mia sorella. Vorrei che tu semplicemente sparissi”. Hae‑in non vuole solo proteggere la sorella: vuole cancellare l’uomo, annullarlo con un tocco di magia. La scena in cui Joo‑in lo coccola facendo finta di menarlo, senza mai far trasparire la commozione, comportandosi spensierata come sempre, è una delle più dolci e toccanti del film.
C’è infine il padre, fuggito in montagna per la vergogna, non per la violenza subita dalla figlia, ma perché il molestatore era suo fratello.
Non risponde ai messaggi della figlia, non partecipa allo spettacolo di magia del figlio, fino al momento in cui, dal suo eremo, scrive un timido messaggio: “Mamma sta bene? Volete visitarmi durante le vacanze?”. È un messaggio che Joo-in ha sempre aspettato, poiché la figura paterna le è mancata nel suo processo di sviluppo, così come manca la figura materna a Noo-ri, ma Joo-in ha imparato a fare a meno di chi non può offrirle l’unica cosa che pretende dalla vita: l’amore.
Mi‑do e il processo: “Come hai fatto a vincere una medaglia se eri traumatizzata?”
Ma la sottotrama più potente è quella di Mi‑do (Go Min-si, in una performance che la valorizza, dopo il successo commerciale di Sweet Home). Ex medagliata nel taekwondo, ventenne, Mi‑do è la “mentore di vita” di Joo‑in. Ma Mi‑do è anche una sopravvissuta: studentessa delle superiori, fu stuprata dal padre. Lo ha denunciato, e ora lo sta portando in tribunale. L’unica scena di aula giudiziaria del film è un pugno nello stomaco. L’avvocato difensore le chiede: “Come hai fatto a vincere una medaglia se eri traumatizzata?”. E Mi‑do risponde con una semplicità che lascia senza fiato: “Perché mi ero allenata duramente. E a quel tempo non capivo nemmeno che fosse molestia sessuale”.
L’avvocato la incalza: “hai chiesto soldi extra a tuo padre per la tua attività sportiva? Hai mandato messaggi affettuosi a tuo padre, con cuoricini?”. “Mi sentivo in diritto di chiedergli tanto, visto quello che avevo passato”, spiega Mi‑do. “Ma lui non me li ha mai dati, e ho dovuto abbandonare lo sport”. La difesa la dipinge come una opportunista che sfrutta il processo per estorcere denaro. Mi‑do perde la causa. Ma alla fine del film, quando Joo‑in le chiede cosa farà, risponde che farà appello. Perché, come tutte le altre vittime di stupro, non ci si abbatte.
La sequenza del processo smonta l’idea stessa che esista un “modo giusto” di essere una vittima.
Le domande dell’avvocato non riguardano la coerenza della testimonianza, ma la coerenza del personaggio. Mi‑do ha sorriso dopo aver vinto una medaglia, quindi non può essere stata davvero traumatizzata. Ha mandato un cuoricino al padre, quindi non lo ha mai odiato veramente. Ha chiesto soldi, quindi è una calcolatrice. L’incoerenza, per la società, è la prova della menzogna. Ma l’incoerenza è forse la conseguenza più autentica di un trauma.
L’autolavaggio e il pizzicotto: il linguaggio dei gesti
Due scene, in particolare, sono fondamentali e potenti, non solo a livello narrativo e tematico ma soprattutto a livello puramente artistico e cinematografico. La prima è la scena dell’autolavaggio. Joo‑in e sua madre sono in macchina. Il rullo dell’autolavaggio si attiva. La camera è fissa, le inquadra da dietro. Joo‑in esplode. Colpa della madre di non essersi accorta di nulla, di non averla protetta, di essersi concentrata sul lavoro e non su di lei. Le urla si mescolano al rumore meccanico delle spazzole, che puliscono l’auto mentre le lacrime di Joo‑in lavano la sua anima sporcata. La madre, impassibile fuori ma in travaglio dentro, non risponde. Poi Joo‑in si autoassolve con una domanda atroce: “Che cosa cazzo ho fatto per meritarmi questo?”. È un crollo emotivo che è il climax del film, un momento incredibilmente doloroso tra madre e figlia e di potenza per Seo come attrice esordiente.
La seconda scena è più sottile, e la sua eco si propaga per tutto il film
È la scena del pizzicotto. Joo‑in pizzica la piccola Noo‑ri, ripetendo probabilmente un gesto che lo zio ha fatto a lei. La madre vede il video. Poi Noo‑ri pizzica Tae‑seon e dice: “Ti fa male se ti pizzico qui? Se ti fa male dillo. Mentire fa ancora più male”. Sono le parole di Joo‑in. E Tae‑seon capisce che sua figlia ha raccontato la verità per non dover più mettere in quarantena un dolore incapace di essere processato più dagli altri che da sé stessa. Quando poi Tae-seon darà a sua volta un pizzicotto alla figlia, le farà capire di aver compreso cosa prova. Il pizzicotto, da probabile simbolo di abuso su minore per imitazione si tramuta in stimolo a reagire, a esprimere il proprio dolore, a liberarsi del peso di un macigno personale quanto sociale.
La regista non mostra mai l’abuso, ma ne mostra le conseguenze nei gesti e nelle parole di ogni giorno. E una delle scene più sottili, e al tempo stesso più feroci, avviene proprio all’asilo dove lavora Tae‑seon. Una collega, con leggerezza professionale, commenta: “Se i bambini fanno esperienze dure quando sono giovani, la loro mente cambia, e per quanto tu li possa aiutare non riescono a riprendersi”. Tae‑seon ascolta, ma la frase la colpisce come una condanna. Perché sta parlando di sua figlia. Sta dicendo che Joo‑in, ormai, è irrecuperabile. È una violenza secondaria, mascherata da pedagogia, e Tae‑seon reagisce indispettita.
Il finale a più voci di the world of love: la catarsi corale
L’ultimo biglietto che Joo‑in trova è diverso. È in classe, accanto a una mela caduta che lei raccoglie e sistema sul banco. Il biglietto dice: “Joo‑in, scusami. Volevo solo conoscere la verità. A dire il vero, sono come te. Anch’io ho subito abusi quando ero giovane”. Poi la voce narrante del biglietto cambia: “Ma sono diverso da te, per me sta ancora accadendo”. Un’altra voce subentra: “Cosa accadrebbe se dicessi la verità? Potrei vivere una vita normale come te?”. Le voci si alternano, maschili e femminili, ragazzi e ragazze della sua stessa classe. Il film, che per tutto il tempo aveva nascosto il mittente del biglietto, rivela che esso/a possa essere chiunque, perché chiunque può aver subito abusi, e che, osservando Joo‑in (come chiesto da quest’ultima a Yoo-ra), si è arrivati a comprenderla, dopo averla giudicata in base al pregiudizio sul come dovrebbe comportarsi una vittima di stupro.
La tecnica usata in questa scena è la stessa del finale di Poetry, e forse non è un caso che Yoon Ga-eun inserisca la stessa mela del film di Lee Chang-dong come correlativo oggettivo. La regista non mostra i volti di chi effettivamente parla (presumibilmente, ma non effettivamente), solo Joo‑in che ascolta ciò che legge, e finalmente, per la prima volta in tutto il film, si commuove. Sempre trattenuta, sempre guardinga, ma commossa. Il biglietto si chiude con un “Non saprai mai chi sono, ma mi ricorderò sempre di te. Grazie Lee Joo‑in”.
La vocazione di Joo‑in, quella che la professoressa le aveva chiesto all’inizio e che lei aveva rifiutato di esprimere, quella che vorrebbe perseguire alla stregua del perdonare sé stessi di Mi-do, alla fine si rivela.
“È l’amore”, dice. “Voglio godermi l’amore romantico e vivere una vita piena d’amore”. Non è ingenuità. È una dichiarazione di guerra contro il cinismo di chi pensa che una sopravvissuta non possa più desiderare, non possa più sognare, non possa più essere “proprietaria del proprio mondo”, come recita il titolo originale del film, 세계의 주인. Un gioco di parole che il titolo internazionale The World of Love tradisce, ma che in coreano risuona con il nome stesso della protagonista, Joo‑in, che suona come “padrona”.
The World of Love non ha bisogno di mostrare la violenza per farla sentire
La mostra nelle chiacchiere in classe, nei biglietti anonimi, nella parete bruciata della palestra di taekwondo che l’allenatore non vuole ridipingere perché, metaforicamente, la macchia rimane addosso a Mi-do e ci deve convivere. È una filosofia della cicatrice che il film adotta come propria: il gioco di prestigio di Hae-in non riesce a far sparire i problemi con una bacchetta magica, non c’è cancellazione del dolore, né guarigione totale. C’è solo la possibilità di imparare a conviverci e di non farsi definire dalla ferita.
Forse è per questo che, nonostante la durezza dei temi, The World of Love riesce a essere un film profondamente ottimista. Non perché offra soluzioni facili. Anzi, la petizione non fermerà il rilascio del molestatore, Mi‑do perderà la causa, le famiglie resteranno rotte. Ma perché mostra che si può scegliere la vita. Si può ballare al karaoke anche dopo essere state spezzate, si può ridere con le amiche anche quando gli altri ti sospettano, si può, soprattutto, essere “padroni del proprio mondo” anche quando il mondo intero cerca di scrivere la tua storia al tuo posto.
Lee Joo‑in, alla fine, non vince una battaglia legale, non ottiene giustizia pubblica, non riconcilia la sua famiglia. Vince una cosa molto più grande: vivere la propria vita, non sopravvivere a un trauma. E per una ragazza che ha subito l’inferno, questo è il trionfo più radicale che si possa immaginare.


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