


In Dwiju, la professoressa Kim Ah-jin (Kim In-seo) lavora a un progetto curatoriale per la Dasong Gallery, diretta dal mecenate Kang Byeong-jik (Park Jeong-hwan). L’esposizione ruota attorno a un misterioso manufatto chiamato Dwiju, proveniente dalla Mongolia e usato, secondo una leggenda, come prigione dai nomadi. Per lei è un’occasione decisiva: se il progetto riuscirà, potrà ottenere finalmente un posto di ruolo stabile all’università. Con lei collaborano i giovani Jeong Woo-soo (Shin Gi-hwan) e Kim Hyeon-ah (Park Ye-ri), scelti per organizzare la mostra.
Nel contesto accademico deve però sottostare al professor Nam Bong-seop (Jung Sang-hoon), uomo privo di competenze ma ricco di conoscenze politiche. Costui firma i suoi lavori senza realizzarli e ha atteggiamenti sessisti. Un ex collega, Lee Joo-hyeon (Jang Hyeong-mo), la accusa inoltre di aver plagiato una sua opera, mettendo a rischio la sua posizione nel progetto.
Intanto la vita privata di Kim è segnata dall’assenza della figlia So-yoon, che vive con l’ex marito. In casa, piccoli dettagli, come delle scarpe da bambina nella scarpiera, richiamano costantemente questa mancanza. Quando Kim trova in casa propria la chiave che apre il Dwiju e decide di aprirlo, iniziano strani fenomeni. Strane voci provengono dall’interno del manufatto, e saltuariamente appare il fantasma di una ragazza dai capelli lunghi. Una leggenda racconta che un uomo vi avesse rinchiuso la figlia che aveva rifiutato un matrimonio imposto perché innamorata del proprio fratello non biologico.
Kim comincia a cambiare comportamento
Da vegetariana passa a mangiare carne in modo compulsivo e a rigurgitarla. Sostituisce le sue scarpe sobrie con tacchi rossi vistosi. Inizia una relazione con Woo-soo, innamorato di lei, e va a letto col suo ex nel tentativo di risolvere la questione del presunto plagio. Nel frattempo Nam la estromette dal progetto sia per l’accusa di plagio, sia perché non ha accettato di compiacere il finanziatore Kang durante una cena.
Hyeon-ah, determinata a farsi strada, ricatta Nam con un video compromettente per favorire il ritorno di Kim alla guida della mostra. Quest’ultima, in cambio le farà ottenere una borsa di studio all’estero. Intanto, le apparizioni della ragazza fantasma si fanno sempre più frequenti. Lee e Nam vengono aggrediti da questa presenza, e Kim perde progressivamente il controllo.

Titolo Originale
뒤주 (dwi-ju)
Genere
Horror
Regia
Kim Ji-woon
Interpreti
Kim In-seo, Park Ye-ri, Shin Gi-hwan, Jung Sang-hoon, Jang Hyeong-mo, Park Jeong-hwan
Corea del Sud, 2024, 85′

Con Dwiju Kim Ji-woon dirige un horror a basso budget che finge di parlare di una maledizione antica, mentre in realtà mette in scena l’orrore tutto umano dell’ambizione e del senso di colpa.
Dwiju adotta in apparenza i codici più riconoscibili dell’horror orientale: presenze femminili inquietanti, suoni che arrivano da spazi chiusi, jump scare calibrati, ma li utilizza come semplice rivestimento per un racconto che ha radici molto più psicologiche e sociali che soprannaturali. Quello che sembra inizialmente il classico film basato su un oggetto maledetto si rivela progressivamente un’analisi amara della pressione accademica, dell’ambizione personale e del senso di colpa che corrode dall’interno.
L’ambientazione legata alla mostra organizzata presso la Dasong Gallery diventa il contesto ideale per mettere in scena un sistema fatto di gerarchie opache, sessismo strutturale e potere esercitato da figure maschili (Nam, Lee e Kang) prive di reali competenze ma ben radicate nelle reti politiche e universitarie. Nam è incompetente ma si avvale di connessioni politiche, Lee plagia e ricatta, mentre Kang sfrutta la sua posizione di potere per avere “compagnia” interessata. In questo ambiente, il lavoro creativo e curatoriale si trasforma in terreno di scontro, manipolazione e compromesso morale.
La regia gioca con le aspettative dello spettatore, suggerendo a lungo una dimensione di maledizione legata al Dwiju, ma svuotando lentamente questa pista narrativa fino a renderla quasi irrilevante.
Ogni apparizione, ogni suono proveniente dal manufatto, ogni riferimento alla leggenda che lo accompagna sembra costruire un impianto horror tradizionale che però si dissolve man mano che emerge la fragilità mentale della protagonista. L’oggetto non è il centro del male, ma un MacGuffin, uno specchio su cui si riflettono traumi, frustrazioni e sensi di colpa.
La trasformazione della protagonista è raccontata attraverso dettagli quotidiani che assumono un valore disturbante proprio per la loro normalità: il modo di vestire, le abitudini alimentari, le relazioni con colleghi e studenti. Non c’è bisogno di effetti spettacolari per mostrare il crollo psicologico; bastano piccoli segnali che, accumulandosi, rendono evidente la perdita di equilibrio.
Particolarmente interessante è il contrasto generazionale tra due figure femminili (Ah-jin e Hyeon-ah) che reagiscono in modo opposto allo stesso ambiente tossico. Da una parte c’è chi viene schiacciata dal senso di colpa e dall’ambizione frustrata, dall’altra chi impara rapidamente a sfruttare le regole distorte del sistema per trarne vantaggio personale. Questo dualismo aggiunge una dimensione cinica al racconto, suggerendo che il problema non sia solo l’individuo, ma l’intero contesto che premia il compromesso e punisce l’integrità.
Il risultato è un film che acquista maggiore spessore se letto come thriller psicologico e critica sociale.
Il Dwiju, in fin dei conti, non è un oggetto maledetto, bensì un contenitore simbolico, un catalizzatore che porta alla luce ciò che era già presente nella mente e nella vita dei personaggi. Ma se l’evoluzione di Hyeon-ah sorprende, quella di Ah-jin è prevedibile fin dai primi fotogrammi. Capiamo fin da subito quale sia il suo trauma. Il finale chiarifica solo quanto la brama di successo abbia voce in capitolo nel suo senso di colpa.
In sintesi, in superficie Dwiju è un horror, ma in profondità è un racconto sul fallimento umano, sull’ossessione per il successo e su come il senso di colpa possa deformare la percezione della realtà fino a renderla più spaventosa di qualsiasi leggenda antica.
TRAILER
videorecensione
09/05/2026
Manuel Cappelli


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