


In Dust-Man Tae-san (Woo Ji-hyun) è un trentaduenne senza fissa dimora che vive nei dintorni della stazione di Seoul, segnato da un trauma irrisolto: la morte del suo migliore amico, per cui si sente in qualche modo responsabile. Non lavora, non ha telefono, fuma nonostante l’asma, e trascorre le giornate insieme a Do-joon (Kang Gil-woo), con cui escogita piccoli espedienti per sopravvivere, e al signor Kim (Min Kyung-jin), anziano senzatetto che accudisce con discrezione e affetto. Il film si apre con la morte anonima di un altro clochard, il cui corpo viene portato all’obitorio dei non reclamati dalla polizia senza che nessuno intervenga. È una scena che fissa subito il tono di un racconto in cui l’invisibilità non è metafora ma condizione concreta.
Un giorno, transitando sotto un cavalcavia, Tae-san incrocia Mo-ah (Shim Dal-gi), studentessa d’arte intenta a dipingere un grande affresco sul muro del tunnel. La polizia la insegue perché sta imbrattando una superficie pubblica, e lui la aiuta a scappare. Nasce così un legame tra due persone che condividono la stessa inquietudine nei confronti dell’arte: la certezza di voler fare qualcosa senza riuscire a capire fino in fondo cosa. Mo-ah dipinge senza sapere cosa stia davvero dipingendo; Tae-san traccia figure sulla polvere pensando a qualcosa che non riesce a vedere, ma che desidera vedere.
Proprio come un Banksy della strada, Tae-san comincia a lasciare opere sui finestrini e sui cofani delle auto parcheggiate nei pressi della chiesa dove spolvera le carrozzerie in cambio di qualche spicciolo. Un camion sul cui cassone ha disegnato due mani giunte in preghiera diventa presto virale sui social, e le sue creazioni iniziano ad attirare curiosità e ammirazione, mentre lui resta nell’ombra, ignoto. Soo-yeon (Sung Ryung), la sorella dell’amico morto, riconosce le opere di Tae-san e lo cerca.
Il loro incontro riapre una ferita mai rimarginata.
Lei gli aveva un tempo rinfacciato di essere sopravvissuto al posto del fratello, e il senso di colpa di Tae-san si era cristallizzato in quell’accusa. In un momento di cedimento, salito a bordo della macchina verde dell’amico scomparso, che ha custodito tutto il tempo senza mai guidarla, Tae-san sembra sul punto di autodistruggersi.

Titolo Originale
더스트맨 (deo-seu-teu-maen)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Kim Na-kyung
Interpreti
Woo Ji-hyun, Shim Dal-gi, Kang Gil-woo, Min Kyung-jin, Sung Ryung, Jeon Woon-jong, Gwak Min-zun, Song Cheol-ho, Do Keon-woo
Corea del Sud, 2021, 92′

Con Dust-man Kim Na-kyung fa della dust art la metafora di un senso di colpa che, come la polvere, può essere spazzato via
La polvere si accumula dove nessuno guarda e si disperde al primo soffio. Kim Na-kyung sceglie questo materiale come principio organizzativo del suo film d’esordio. La polvere non è quella sottile la cui densità è prevista dal meteo. È una logica narrativa, una forma di pensiero che governa la struttura, i personaggi e il nodo morale dell’intera storia.
Dust-Man ricorre all’effetto Tyndall per formulare la sua ipotesi di base. La polvere sospesa nell’aria normalmente non si vede, ma diventa percepibile quando viene attraversata da un raggio di luce. Ogni anima che passa inosservata ha una storia, basta che qualcosa o qualcuno (Mo-ah) la illumini nel modo giusto. È su questo principio che si regge la dust art di Tae-san, il protagonista, che traccia figure su ciò che nessuno vede, le rende temporaneamente visibili, e le lascia sparire. Sparire, nel film, non è mai una tragedia. È la condizione naturale delle cose.
Mo-ah glielo fa comprendere ispirandolo. Quando lui le chiede perché abbia dipinto così bene il murales che sapeva sarebbe stato cancellato, lei risponde che era stato creato per sparire. Il valore di un gesto non dipende dalla sua permanenza. È la stessa logica che governa la dust art, ed è la stessa logica che Tae-san applicherà al senso di colpa che porta dentro da anni.
Il nodo centrale di Dust-Man è il senso di colpa.
Tae-san porta su di sé la responsabilità per la morte del suo miglior amico come se fosse una sostanza fisica, qualcosa che si è depositato su ogni superficie della sua vita e che non riesce a rimuovere. La dust art diventa allora il suo percorso terapeutico inconsapevole. Ogni volta che traccia una figura sulla polvere e la lascia andare, esercita il gesto che non riesce ancora a fare con il dolore.
La dust art non è l’unico canale attraverso cui Tae-san cerca di alleggerire il peso che si porta dietro. Vuole sentire la musica, non semplicemente ascoltarla. È una distinzione importante, quasi fisica, come se la musica dovesse attraversare il corpo e portare via con sé quello che non si riesce a nominare. Mo-ah gli regala un lettore cd con una compilation fatta da lei, e questo dono ha la stessa logica della dust art. L’arte, in tutte le sue forme, è nel film un mezzo catartico. Non una soluzione, ma un gesto che apre uno spazio dove prima c’era solo blocco.
Anche il signor Kim, a modo suo, spinge Tae-san nella stessa direzione. Prima di morire gli dice di andare a vivere la sua vita, che restare in strada non è un viaggio, è un’immobilità non transitoria. Quella frase trova la sua immagine più precisa nella macchina verde parcheggiata da anni nello stesso posto. È la macchina del suo amico morto. È rimasta ferma come lui, monumento involontario a un senso di colpa che non ha trovato sbocco. Quando Tae-san ci sale dentro con un coltello in mano, deciso a farla finita, Mo-ah interviene, come al solito, come la luce con il pulviscolo, spingendolo a far partire l’auto e a cominciare ad affrontare i suoi demoni.
Il rapporto tra Tae-san e Mo-ah non è romantico.
È qualcosa di più difficile da definire e per questo più interessante. Mo-ah non lo salva perché è brava a farlo o perché lo ama. Lo salva perché è fatta della stessa materia, perché conosce dall’interno cosa significa portarsi dietro un’inquietudine che non si riesce a mettere a fuoco. Le sue fragilità non la rendono meno efficace come presenza nella vita di Tae-san, anzi. È proprio perché non ha le risposte che riesce a stargli vicino senza soffocarlo. Si influenzano a vicenda senza che nessuno dei due abbia il ruolo fisso del salvatore o del salvato.
Lo scioglimento del senso di colpa passa per Soo-yeon, la sorella dell’amico morto. È lei l’unica che può restituire a Tae-san quello che si è tolto, cioè il diritto di essere sopravvissuto. Soo-yeon gli chiede scusa. È lei ad essersi sbagliata, ad avergli fatto pesare per anni una colpa che non era sua. Quell’abbraccio chiude il cerchio che la macchina verde aveva aperto.
Dust-Man si chiude sull’immagine che aveva aperto il sogno di Tae-san. Un albero, una collina, il cielo azzurro. Le foglie che svolazzano nel vento. Non è un ritorno al punto di partenza ma l’arrivo a qualcosa che prima esisteva solo come desiderio. Le opere di polvere sono già sparite, cancellate dalla pioggia, dal vento, dalla mano di qualche imbianchino. Non importa. Come il senso di colpa che Tae-san portava da anni, anche loro erano destinate a dissolversi. E dissolversi, in questo film, non è mai una perdita. È la forma più onesta che le cose possono prendere.


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