


In Ghost Train, Kim Da-kyeong (Joo Hyun-young) è una content creator specializzata in soggetti horror, ma il suo canale è in crisi. Le visualizzazioni scarseggiano e le storie sembrano essersi esaurite. Per risollevare le sorti della sua carriera, si reca alla stazione di Gwanglim, un luogo sinistro noto per un numero record di sparizioni e suicidi. Qui incontra un uomo che sostiene di essere il capostazione, un individuo cupo e malato che inizialmente la rifiuta, disprezzando chi lucra sul dolore altrui. Tuttavia, Da-kyeong riesce a corromperlo e l’uomo accetta di raccontarle delle storie terrificanti in cambio di liquori pregiati.
Attraverso i racconti dell’uomo emergono gli orrori della metropolitana.
Tra di essi spicca la storia di un giovane perseguitato dal fantasma di una donna che sbatte la testa contro le porte di un vagone. C’è poi la vicenda di una studentessa invidiosa della ragazza del suo professore, che finisce per essere tormentata da una figura inquietante dal naso rifatto. Un altro episodio narra di un senzatetto che scopre una magica moneta rossa in grado di far sparire le persone all’interno di un distributore automatico. Sullo sfondo, la stazione rivela un passato oscuro legato al suicidio di massa di una setta religiosa, avvenuto cinquant’anni prima proprio sotto le fondamenta della struttura.
Da-kyeong, spinta da un’ambizione sempre più arrogante, ignora gli avvertimenti di una ragazza che le intima di rimuovere i video sui misteri della stazione, per evitare di attirare nuove vittime. La sua determinazione non vacilla nemmeno di fronte alla scomparsa della rivale Lina, colpita da una maledizione. Infine, dopo aver ottenuto dal capostazione informazioni sul leader della setta responsabile dei suicidi di massa, Da-kyeong finisce per affrontare le inevitabili conseguenze del proprio arrivismo.

Titolo Originale
괴기열차 (goe-gi-yeol-cha)
Genere
Horror
Regia
Tak Se-woong
Sceneggiatura
Jo Bareun
Interpreti
Joo Hyun-young, Jeon Bae-soo, Choi Bomin, Lee A-yul, Jung Han-bit, Kim Woo-kyum, Han Dong-hee, Jin Sung-chan, Kim Sang-hyeok, Kim Na-yeon, Kim Ji-in
Corea del Sud, 2024, 94′

Horror antologico alla Creepshow, Ghost Train condanna in una sorta di contrappasso le colpe di un umanità metropolitana moderna, smarrita tra cinismo, ambizioni tossiche e schermi digitali.
Questa pellicola sudcoreana segue la tradizione dei racconti horror a episodi. Lo fa descrivendo con ferocia le derive morali della società contemporanea.
La narrazione si sviluppa tra i vagoni asettici della metropolitana di Seul. Questo luogo rappresenta solitamente la neutralità del transito urbano. Qui, invece, la stazione diviene un vero tribunale metafisico. La cornice che unisce i vari segmenti vede come protagonista Kim Da-kyeong, una YouTuber che si fregia del titolo di horror queen. Lavora per un’agenzia dove il valore di una persona è misurato esclusivamente in termini di visualizzazioni e metriche digitali. Da-kyeong incarna perfettamente l’arrivismo di chi è disposto a mercificare il dolore altrui pur di scalare le vette dell’algoritmo. È una tematica che attraversa l’intero film come un filo conduttore.
Il suo incontro con il capo stazione di Gwanglim segna l’inizio di una discesa agli inferi dove ogni storia raccontata non è solo un racconto di paura, ma una sentenza emessa contro l’apatia e l’egoismo.
Il narratore, che inizialmente rifiuta di parlare con lei perché stanco di chi specula sulle tragedie, viene convinto solo attraverso un atto di corruzione materiale. Lei gli offre infatti un liquore, sottolineando come in questo universo ogni interazione sia mediata dal profitto o dal vizio.
Il primo racconto ci introduce alla figura di un giovane studente sbronzo, un ragazzo che rappresenta la quintessenza dell’alienazione giovanile. Mentre mente alla madre al telefono fingendo di studiare, la sua attenzione è totalmente assorbita dal cellulare e da un cinismo che lo porta a trattare con sufficienza una cassiera di un minimarket. Il suo destino si compie in un vagone della metro dove la visione di una donna con i capelli lunghi, un tropo classico del cinema horror asiatico, che sbatte ossessivamente la testa contro la porta, si trasforma in un incubo tangibile.
Questo episodio stabilisce immediatamente il tono della pellicola: il terrore nasce dalle crepe di una condotta morale discutibile. La stazione di Gwanglim emerge così come un magnete per le anime perse, un luogo dove il tempo sembra ripiegarsi su se stesso e dove ogni suicidio registrato nasconde in realtà una punizione soprannaturale.
La critica sociale in ghost train si fa ancora più esplicita nel secondo frammento narrativo, dedicato all’ossessione per la bellezza artificiale.
In una Corea del Sud dove la chirurgia estetica è onnipresente e le pareti della metropolitana sono tappezzate di pubblicità che promuovono canoni estetici irraggiungibili, una studentessa vive il tormento di non sentirsi mai abbastanza bella. Vorrebbe ritoccarsi il naso dopo aver visto quello della ragazza del suo amato professore, che nota il suo intervento alla doppia palpebra. Successivamente, una presenza inquietante dal volto bendato in seguito a un intervento chirurgico, minaccia di gettarle addosso dell’acido, dopo averle ricordato di avere comunque un bel naso. Qui il contrappasso è brutale: chi soffre per ottenere ciò che non ha, finisce per perdere anche la propria identità.
Da-kyeong, lungi dall’essere scossa da queste storie, le vede solo come carburante per il suo canale, ignorando i segnali di un destino che sta iniziando a stringersi attorno a lei. Il film prosegue esplorando la disperazione economica attraverso la storia di un uomo che, dopo aver perso tutto, trova una moneta rossa accanto a un distributore automatico. Questo oggetto magico gli permette di prelevare una lattina che, se aperta, fa sparire le persone verso cui è puntata dentro il distributore, che li triterà vivi. In tal modo egli può impossessarsi dei loro beni. E può portare avanti una scalata sociale illusoria che lo vede trasformarsi da senzatetto a uomo elegante che non chiede più nemmeno il resto al minimarket.
Tuttavia, la legge del contrappasso non perdona. In un corto circuito temporale e visivo, l’uomo vede se stesso dall’altra parte della banchina, che aprendo una lattina per la prima volta, chiude il cerchio della sua avidità.
La narrazione si sposta poi sulla rivalità interna all’ufficio di Da-kyeong, mettendo a nudo l’invidia tra le content creator.
Laddove lo youtuber è in genere un imprenditore autonomo, qui diventa un dipendente che deve rispondere a dinamiche di gruppo. È responsabile verso il proprio datore e deve confrontarsi con una concorrenza interna asfissiante sul piano lavorativo e personale.
Lina, una youtuber di successo che punta tutto sulla bellezza, diventa il bersaglio del risentimento della protagonista. Non tanto per la sua avvenenza ostentata, ma perché flirta con il capo che, in realtà, ha occhi solo per Da-kyeong. Tuttavia entrambe le star del web, con l’ausilio della maledizione, finiscono per invidiarsi a vicenda. Lina non sopporta che la sua rivale ottenga il record delle visualizzazioni, l’altra si sente scavalcata sia sul piano lavorativo che affettivo.
Come dichiara anche il capo stazione, Da-kyeong odia Lina perché rivede in lei se stessa. Cerca le attenzioni degli altri, e quando le ottiene desidera averne sempre di più. La sua metamorfosi si traduce nel comportamento e nel vestiario, cinico e aggressivo, un lontano ricordo della Da-kyeong mansueta e impiacciata dell’inizio.
Il suo arrivismo la porta a ignorare gli avvertimenti di una donna misteriosa vittima della maledizione che infesta la stazione di Gwanglim. E non si ferma nemmeno dopo aver ascoltato la storia che riguarda Lina.
Anche lei subisce una muta, ma nel vero senso della parola, con vesciche che esplodono in fiori grotteschi, segno di una bellezza naturale che nasce dalle imperfezioni, e non dalla ricerca ossessiva dell’esatto opposto.
Ogni nuovo segmento di Ghost Train è collegato agli altri tramite incroci temporali che ne arricchiscono o mettono in dubbio il senso.
Comprendiamo ad esempio perché il senzatetto all’inizio viene ripreso dalla cassiera mentre tocca la merce sugli scaffali. Ovvero, per sottolineare il paradosso di essere di nuovo ripreso successivamente, ma per non aver preso il resto da irriconoscibile uomo elegante. E se all’inizio vediamo Da-kyeong, imbarazzata per il festeggiamento ricevuto dai colleghi, nel segmento di Lina la vediamo nella stessa scena gettare un’occhiata ambigua verso l’incredula avversaria.
Quello che fa Ghost Train è insomma accumulare depistaggi che facciano vacillare certezze, con il contributo di una maledizione che alimenta il caos cognitivo di pubblico e personaggi. Così vediamo Da-kyeong fraintendere una irreale tresca tra Lina e il capo. E lo stesso accade con le vittime della stazione, che vedono cose e persone inesistenti sul piano visivo ma non su quello sovrannaturale.
Ghost Train costruisce così un universo dove il soprannaturale non interrompe la realtà, ma la completa. La maledizione non è un’anomalia, bensì la naturale conseguenza di un mondo in cui ogni relazione è filtrata dall’interesse personale, dal desiderio di emergere e dalla volontà di trarre vantaggio dagli altri.
Il vero orrore, allora, non risiede nelle apparizioni che infestano la stazione di Gwanglim, ma nel sistema di valori che ha prodotto le loro vittime. Il soprannaturale diventa solo l’atto finale di una condanna che i personaggi avevano già iniziato a infliggersi da soli.
Perché a Gwanglim non si diventa dannati per ciò che si incontra, ma per ciò che si è diventati.


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