


In Hidden Face la facoltosa violoncellista Soo-yeon (Cho Yeo-jeong) rompe tramite un videomessaggio la sua relazione con il fidanzato di umili origini Seong-jin (Song Seung-heon). Quest’ultimo è anche il direttore dell’orchestra finanziata da Hye-yeon (Park Ji-young), la madre di Soo-yeon. Con la figlia dileguata, Hye-yeon suggerisce a Seong-jin di assumere una nuova violoncellista. A presentarsi all’audizione è Mi-joo (Park Ji-hyun), una vecchia conoscenza di Soo-yeon che attrae Seong-jin. I due ben presto hanno rapporti sessuali nella villa appena comprata da Hye-yeon per la figlia e il futuro genero. Ma strane cose accadono in casa, e Soo-yeon è data per dispersa.

Titolo Originale
아마존 활명수 (a-ma-jon hwal-myeong-su)
Genere
Thriller
Regia
Kim Dae-woo
Sceneggiatura
Hong Eun-mi-I, Roh Deok
Interpreti
Song Seung-heon, Cho Yeo-jeong, Park Ji-hyun, Park Ji-young, Park Sung-geun, Byun Joong-hee
Corea del Sud, 2024, 115′

Remake dell’omonimo film spagnolo del 2011, Hidden Face è un thriller inusuale, in cui non ci sono vittime o carnefici, ma equilibristi tra l’essere e l’apparire.
La chiave del film infatti sta tutta nel dialogo tra Seong-jin e Hye-yeon, mentre quest’ultima gli mostra un’opera d’arte costituita in realtà da escrementi di zibetto. Il contenuto non è realmente importante, dice Hye-yeon, mentre la percezione è tutto. Per essere riconosciuti dalla società occorre pertanto sapersi presentare. E così fan tutti, a partire da Soo-yeon, che reprime la propria omosessualità per un matrimonio di convenienza. Convenienza che, nonostante lo opprima, cerca tra l’altro un Seong-jin non proprio innamorato della futura moglie.
Ma questa realtà di facciata, che per la società e il proprio quieto vivere è quella che conta, pretende di assaggiarla anche Mi-joo. Per quanto si senta usata e scaricata dall’amante, ella non cerca tanto la vendetta, ma quella vita agiata che figli di un ceto sociale minore come lei e Seong-jin agognano.
La peculiarità di Hidden Face tuttavia, sta nel non trovare per forza una dicotomia tra l’essere e l’apparire, in quanto non si può reprimere sé stessi. È possibile trovare pertanto un compromesso, un punto d’incontro, una stanza dove nascondere la propria identità agli occhi di una società che non l’ammetterebbe, per poter poi godere dei frutti della parvenza.
In questo contesto anche la più minima ipotesi di thriller viene vanificata, visto che non conviene uccidere l’insegnante (ennessimo personaggio tra l’altro poco edificante come il padre) che ha spettegolato all’amante il proprio carattere utilitarista. Perché il vero villain in realtà è una società giudicante, che per essere sconfitta deve essere ingannata.


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