


In Hommage Ji-wan (Lee Jung-eun) è una regista in crisi. Il suo ultimo film ha incassato poco e non riesce a scrivere la sua prossima sceneggiatura. Intanto ci sono spese familiari da sostenere e i soldi scarseggiano. A venirle in soccorso è una proposta di lavoro ad ogni modo poco remunerativa, ovvero dirigere il doppiaggio di A Woman Judge. Quest’ultimo è un film del 1962 recuperato dal Korean Film Archive, tagliato dalla censura e parzialmente senza sonoro.
Ji-wan accetta l’offerta e, mentre dirige il doppiaggio, effettua delle ricerche sulla sceneggiatura del film, affinché questa possa aiutarla a restaurare i dialoghi della pellicola. Nel farlo s’imbatte in testimoni ancora vivi che le forniscono materiale e informazioni non solo sul film, ma anche sulla sua regista. E così Ji-wan scopre le difficoltà che le prime donne registe hanno dovuto affrontare per realizzare un sogno di breve durata.

Titolo Originale
오마주 (o-ma-ju)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Shin Su-won
Interpreti
Lee Jung-eun, Kwon Hae-hyo, Tang Jun-sang, Lee Joo-sil, Kim Ho-jung, Yoo Soon-chul, Ko Seo-hee, Oh Jung-woo-I, Lee Sang-hee-VI, Jung Ae-hwa, Dong Hyo-hee, Shin Dong-ryuk
Corea del Sud, 2021, 108′

Tributo alle pioniere del cinema coreano, Hommage si distingue soprattutto per una critica alla marginalizzazione delle donne dietro la macchina da presa, sia nel passato che nel presente
Ci sono molti punti nel film che collegano le due epoche. Ad esempio quando Sang-woo (Kwon Hae-hyo) recita le stesse battute di A Woman Judge, facendo proprio il vittimismo del protagonista. O più sottilmente quando il doppiatore non comprende perché la protagonista del film parli con il suo ex prima di sposarsi con un altro. Ji-wan adduce l’incomprensibilità ai tagli subiti dalla pellicola, ma in realtà è evidente che dipenda da un retaggio maschilista, per cui è inconcepibile vedere una donna come un soggetto indipendente dalla morale patriarcale.
Hommage mette quindi in luce le difficoltà incontrate dalle registe nel realizzare opere che riflettano la propria visione artistica, spesso ostacolate da limitazioni finanziarie, aspettative e risultati commerciali, ma anche da pregiudizi di genere. Certo i tempi sono cambiati rispetto a quando Park Nam-ok, prima regista coreana della storia, diresse The Widow, il suo primo e unico film, tra ristrettezze economiche e un bambino sulle spalle. O da quando successivamente Hong Eun-won diresse solo tre film a causa di un’industria cinematografica che la faceva sentire un fantasma. Ma la difficoltà a conciliare impegni familiari e realizzazione professionale sono ancora temi attuali, come dimostra Ji-wan, alter ego non solo della regista Shin Su-won, ma di un’intera categoria.


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