


In My Name is Loh Kiwan, il disertore nordcoreano Loh Kiwan (Song Joong-ki) si nasconde in casa per sfuggire alla polizia cinese di Yanbian. Quest’ultima lo cerca per aver difeso un collega picchiato dal suo capo. Non appena la madre, che lo mantiene, muore in un incidente stradale, Kiwan è costretto a rifugiarsi clandestinamente a Bruxelles.
Tuttavia, in Belgio, Kiwan fatica a farsi riconoscere il suo status di rifugiato politico, e diventa un senzatetto. L’opportunità di risollevarsi arriva quando la coreana Marie (Choi Sung-eun) gli ruba il portafogli per estinguere un debito col malvivente Cyril (Wael Sersoub). Dopo aver restituito il maltolto al ragazzo, Marie gli trova un lavoro e i due iniziano a provare qualcosa l’una verso l’altro. La situazione però si complica quando Cyril minaccia di uccidere Kiwan nel caso Marie non vincesse delle gare clandestine di tiro a segno per lui.

Titolo Originale
로기완 (ro-gi-wan)
Genere
Melodramma
Regia e Sceneggiatura
Kim Hee-jin
Interpreti
Song Joong-ki, Choi Sung-eun, Jo Han-chul, Kim Sung-ryung, Lee Il-hwa, Lee Sang-hee, Seo Hyun-woo, Wael Sersoub, Woo Kang-min
Corea del Sud, 2023, 131′

Da dramma inerente alle condizioni degli immigrati clandestini in Europa, My Name is Loh Kiwan si perde in rivoli melodrammatici e fuori tema che disattendono le premesse iniziali.
Eppure la prima parte del film, come nel pregevole The Journals of Musan di Park Jung-bum, si concentra sulle asperità di un profugo nordcoreano alle prese con le disillusioni di un occidente non proprio accogliente. A cominciare dalle autorità competenti che, invece di regolarizzare un immigrato, lasciano che intanto questi si arrangi con i propri inesistenti mezzi, consegnandolo mani e piedi all’indigenza o alla delinquenza organizzata. Per non parlare poi della xenofobia di chi l’estraneo non può proprio soffrirlo, non disdegnando manifestazioni d’intolleranza.
Interessanti poi sono le dinamiche che ruotano intorno a Seon-joo (Lee Sang-hee), costretta a tradire la parola data per non essere espulsa e provvedere così alle cure della figlia. Il suo personaggio offre anche spunti di riflessione su una società che impoverisce nonostante si lavori, che costringe a rubare carne poiché i soldi bastano a malapena a coprire affitto e mobilità.
Purtroppo, al di là di alcune recitazioni enfatiche, il melodramma prende il sopravvento con l’introduzione del personaggio di Marie (tra l’altro dal background non approfondito). Oltre a deviare il corso della storia in una direzione romantica, aggiunge tanta carne al fuoco (crime story, droga, eutanasia) che poco si amalgama con il tema dell’immigrazione.


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