


In Taklamakan Tae-sik (Cho Seong-ha) ha divorziato dopo aver perso il lavoro. Al fine di pagare gli alimenti alla moglie e al figlio e provvedere alla madre anziana, si arrangia vendendo oggetti trafugati in case abbandonate. Intanto Soo-eun (Ha Yoon-kyung) sogna di diventare una nail artist, ma si guadagna da vivere come escort. Sebbene non si prostituisca per rispetto della sua amata Hyeon-jin (Song Eun-ji), è costretta a farlo per estinguere un debito contratto con degli spietati strozzini. Il cliente con cui va a letto è però proprio Tae-sik, che la illude mentendo sulle proprie disponibilità economiche e non la paga dopo aver consumato il rapporto sessuale.

Titolo Originale
타클라마칸 (ta-keul-la-ma-kan)
Genere
Drammatico
Regia
Ko Eun-ki
Sceneggiatura
Ko Eun-ki, Song Hwa-jin
Interpreti
Cho Seong-ha, Ha Yoon-kyung, Song Eun-ji, Gong Sang-ah, Jang Bong-soo, Choi Won, Lee Soo-ja, Park Sang-hoon, Ahn Min-young, Kim Sun-hye, Sin Seung-hwan, Kim Hyun, Choi Won-tae
Corea del Sud, 2017, 107′

Con Taklamakan, Ko Eun-ki dirige Amabili Resti, sepolti in un deserto capitalista da cui è impossibile uscirne, una volta entrati.
Il deserto degli Uiguri è nel film un cumulo di macerie che i lavori di riqualificazione urbana si lasciano alle spalle, tomba della protagonista, che come nel film di Peter Jackson racconta la sua dipartita. Mentre l’altro protagonista, come in The Family di Liu Shumin, si sbarazza del corpo della ragazza per non incorrere in ulteriori problemi oltre a quelli che ha già.
Entrambi sono vittime di un capitalismo che li soverchia nello spirito e nel corpo. Il pollice schiacciato di Tae-sik e l’ignominia di “squallida puttana” marchiata a fuoco sulle spalle di Soo-eun ne sono l’evidenza plastica. L’una deve vendere il proprio corpo pur di ripianare un debito contratto da un’amica. Mentre l’altro è asfissiato da un lavoro degradante e umiliante (il suo capo è il suo ex dipendente). E deve farsi in quattro pur di non venire meno ai tanti obblighi familiari. Il suo gesto inconsulto, per quanto esecrabile, ne è la logica conseguenza. Anche lui, come Soo-eun, è perduto nel Taklamakan, in un circolo vizioso di miseria umana da cui è impossibile uscire.
Come dice la collega di Soo-eun, che investe sull’istruzione del figlio vendendo il proprio corpo, sono i beni materiali, non volubili, che hanno un valore, mentre le persone cambiano in un attimo e su di esse non si può contare.
Dopotutto il regista lo fa intendere con la descrizione controversa degli stessi protagonisti. Se nella prima parte Tae-sik sembra un brav’uomo vittima degli eventi, nella seconda si dimostra meschino e idiota (come egli stesso ammette). Allo stesso modo, se nella prima parte Soo-eun pare una prostituta arrivista, successivamente si rivela essere un personaggio su cui non si può non mostrare empatia. Come invece purtroppo non prova la sua amante, accecata dalla gelosia. È quest’ultima che cambia, e non certo Soo-eun, che come il mercurio da cui proviene il suo nome, non è soggetta a mutamenti. O meglio, non lo è il suo cuore, che è quello che conta, a differenza di un apparato genitale da cui si espletano i propri bisogni, a cui si dà un valore eccessivo.
L’apparenza inganna Hyeon-jin, ma anche Soo-eun non fa molto per farsi capire, rispondendo evasivamente sul marchio a fuoco sulle sue spalle, per poi prendersela con una chiesa totalmente assente, non solo nel momento in cui la interpella.


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