


In The Frog Jeon Yeong-hwa (Kim Yun-seok) gestisce una casa vacanze immersa nei boschi. Lì cerca di affrontare il dolore per la perdita della moglie e la distanza dalla figlia. La sua vita viene sconvolta dall’arrivo di Yoo Seong-a (Go Min-si), una donna enigmatica che si presenta con un bambino e soggiorna nella sua proprietà. Quando Seong-a se ne va senza il bambino, Yeong-hwa inizia a sospettare che la donna sia responsabile della sua morte. Pur avendo tra le mani indizi compromettenti, decide di non rivolgersi alla polizia, convinto di poter evitare conseguenze peggiori per sé e per la propria famiglia.
Mentre Seong-a torna più volte nella casa vacanze insinuandosi sempre più nella vita dell’uomo, la detective Yoon Bo-min (Lee Jung-eun), nota per la sua capacità di individuare ciò che gli altri trascurano, inizia a seguire una serie di anomalie che riguardano Yeong-hwa e Seong-a. Parallelamente emerge una vicenda ambientata vent’anni prima, quando il proprietario di un motel, Goo Sang-joon (Yoon Kye-sang), vide la propria esistenza andare in pezzi dopo aver ospitato inconsapevolmente un serial killer. Le due storie procedono in parallelo mostrando come un singolo atto di violenza possa distruggere la vita non solo delle vittime, ma anche di chi vi si trova coinvolto indirettamente.
Con il passare del tempo Yeong-hwa si ritrova intrappolato in una spirale di paura, sensi di colpa e compromessi.
Il suo tentativo di ignorare la verità permette a Seong-a di diventare sempre più pericolosa, mettendo a rischio le persone che ama. Mentre Bo-min si avvicina alla soluzione, vecchi segreti, desideri di vendetta e nuove morti si intrecciano fino a condurre tutti verso uno scontro finale in cui ciascuno sarà costretto a confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte.

Titolo Originale
아무도 없는 숲속에서 (a-mu-do eobs-neun sop-sok-e-seo)
Regia
Mo Wan-il
Sceneggiatura
Son Ho-young
Interpreti
Kim Yun-seok, Yoon Kye-sang, Go Min-si, Lee Jung-eun, Jo Eun-soul, Roh Yoon-seo, Lee Nam-hee, Lee Sung-wook, Park Ji-hwan, Ryu Hyun-kyung, Hong Ki-joon, Chanyeol
Corea del Sud, 2024, 8 Episodi

The Frog è una MINIserie thriller coreanA che trasforma una domanda filosofica sull’ontologia della percezione in una riflessione sulla responsabilità e sul senso di colpa
C’è una domanda che apre ogni episodio di The Frog. Se un albero cade in una foresta e nessuno è lì per sentirlo, fa rumore, oppure crolla nel silenzio più totale? La risposta sembrerebbe irrilevante. L’albero è caduto. Il rumore c’è stato o non c’è stato, ma il tronco è a terra, e la foresta è cambiata per sempre. Non importa se qualcuno ha visto, non importa se qualcuno ha sentito. Le conseguenze esistono a prescindere dai testimoni, e l’assenza di uno sguardo esterno non cancella né il crimine né il dolore. Tuttavia l’impossibilità che il rumore sia captato fa gioco a chi ha scelto di voltarsi dall’altra parte.
Il titolo originale, che si traduce letteralmente come “Nel bosco in cui non c’è nessuno”, non è il titolo di un thriller. È la descrizione di uno stato dell’anima: quella di chi ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere e ha deciso, per paura o per calcolo, di far finta di niente, di diventare, come ha insegnato un assassino seriale a un ragazzino troppo piccolo per portare quel peso, un fantasma.
Il titolo internazionale scelto da Netflix, The Frog, porta con sé un proverbio coreano che la serie cita esplicitamente e che costituisce il vero cuore tematico dell’opera:
una rana viene colpita da un sasso lanciato senza pensare. “Chi ha lanciato il sasso? Perché ha colpito proprio me?” La rana, mentre il suo corpo appassisce e il respiro si fa più debole, può solo continuare a farsi queste domande, chiedersi il perché, trovare in sé stessa la chiave d’interpretazione del proprio destino, darsi la colpa.
Il genio di questa serie sta nell’aver trasformato quel proverbio non in una semplice metafora della sfortuna, ma in una riflessione stratificata e spietata sul caso, sull’innocenza perduta, sulla colpa e su quella, ancora più corrosiva, che ci si auto-infligge. Perché la rana non ha fatto nulla di sbagliato. Eppure ne paga le conseguenze. E ha il peso di chiedersi se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso, se avrebbe potuto schivare il sasso, se in qualche modo la responsabilità fosse anche sua.
Questa domanda avvelena le vite di tutti i personaggi di the frog, in modi diversi e a distanza di vent’anni.
Sang-joon è la rana colpita dal caso puro. Non sapeva nulla, non poteva sapere nulla, eppure la sua vita è stata distrutta. Yeong-hwa e Gi-ho sono invece qualcosa di più complicato e di più interessante. Sono le rane che hanno visto il sasso volare, hanno avuto il tempo di schivarlo, ma hanno scelto di non farlo. E ora non riescono più a smettere di chiedersi se la colpa sia loro. Il personaggio di Yeong-hwa è caratterizzato da una profonda ambiguità morale. Nasconde un omicidio avvenuto nella sua proprietà e per autodifesa fa di tutto per tenerlo nascosto, pur avendo le prove in mano. Ma la sua lotta interiore con il senso di colpa e i ricordi che lo perseguitano è sempre visibile.
Kim Yun-seok, che il pubblico coreano e internazionale conosce soprattutto per film come The Yellow Sea e The Chaser di Na Hong-jin, costruisce questo personaggio con una tecnica attoriale che è l’opposto della teatralità. Yeong-hwa non urla, non crolla, non fa grandi gesti. Trattiene. Ogni decisione sbagliata che prende viene portata sullo schermo con una compostezza che è essa stessa una forma di terrore, perché lo spettatore sa che sotto quella superficie controllata sta avvenendo qualcosa di irreversibile. Kim Yun-seok mantiene un atteggiamento calmo e composto, spesso riflettendo sulla moglie scomparsa. Nonostante questa calma esteriore, è intuitivo, percepisce il pericolo incombente, e la tensione che porta dentro di sé è trasmessa in modo sottile piuttosto che apertamente dichiarato.
Di fronte a lui, Go Min-si costruisce uno dei personaggi femminili più inquietanti del thriller coreano degli ultimi anni.
Per la prima volta nella sua carriera, la star di Sweet Home interpreta un personaggio pericolosamente psicotico. Offre una performance al tempo stesso agghiacciante e magnetica. Yoo Seong-a è una femme fatale nel senso più letterale e più sovversivo del termine. Arriva, seduce, manipola, uccide, sparisce, torna, sa infliggere e incassare colpi. Go Min-si incanta fino alla fine, attraverso un abbigliamento ricercato e una presenza scenica che non lascia mai indifferenti. A far storcere il naso è più che alto una scrittura che non motiva più di tanto i suoi gesti escrabili.
La detective Yoon Bo-min, interpretata da Lee Jung-eun, è la terza gamba di questo triangolo e la più interessante dal punto di vista narrativo, perché è l’unica che non è mai stata colpita direttamente dal sasso ma ha scelto di stare nella foresta comunque, per mestiere e per vocazione. Lee Jung-eun, che il pubblico occidentale ha imparato ad amare in Parasite di Bong Joon-ho, porta qui una quiete diversa da quella di Kim Yun-seok. È la quiete di chi ha visto abbastanza da non sorprendersi più, ma non ha ancora smesso di cercare.
Il suo metodo investigativo è un’inversione epistemologica di rara eleganza.
Bo-min non guarda quello che c’è. Guarda quello che non c’è quando dovrebbe esserci. Le emozioni che le persone non mostrano, le parole che non dicono, i periodi di tempo che saltano, le cose che evitano di guardare. È un metodo che è anche, in modo sottile, una critica al modo in cui normalmente giudichiamo gli altri. Ci fidiamo di quello che vediamo, ci fidiamo delle apparenze, e lasciamo che ciò che manca rimanga invisibile.
Il collegamento tra passato e presente passa sempre attraverso di lei. È Bo-min giovanissima, al suo primo giorno come agente di polizia nel 2001, a ricevere la telefonata silenziosa e impaurita di Eun-kyeong; è Bo-min del presente a intuire che qualcosa non torna nel comportamento di Yeong-hwa. E non può essere altrimenti per una cercatrice, per l’unica che sente l’albero caduto pur se non con l’udito.
Goo Gi-ho, il figlio di Sang-joon interpretato da Park Chanyeol (noto al grande pubblico come Chanyeol degli EXO), è il personaggio che porta sulle spalle il peso più insostenibile in the frog.
Ha visto Hyang-cheol portare la sua vittima in camera d’albergo quando era bambino. Il serial killer gli ha insegnato a diventare un fantasma, a non vedere e non sentire. E lui lo ha fatto. Per vent’anni ha portato quel silenzio dentro, mentre sua madre si suicidava, suo padre impazziva, i bulli della scuola lo perseguitavano, e lui costruiva un fucile per corrispondenza nel motel abbandonato in cui viveva da solo. La sua vendetta, messa in atto in una sequenza stilosa, non può che essere eseguita e graziata, a differenza di Yeong-hwa, che ha modo e tempo per evitare di serbare lo stesso rancore di Gi-ho.
Il serial killer Ji Hyang-cheol, che appare nella linea temporale del passato come l’evento scatenante di tutto, merita un discorso a parte proprio per il modo in cui la serie sceglie di trattarlo. Non è un mostro sovrannaturale, non è un genio del male cinematografico. È un uomo che in carcere è diventato una celebrità, che scrive lettere e riceve visite, che quando Sang-joon va a trovarlo non chiede scusa. Dice che in fondo è colpa di Sang-joon se l’ha invitato nel suo motel, mentre lui se ne stava fermo a farsi i fatti suoi. Questa battuta, pronunciata con una tranquillità assoluta, è forse la più disturbante dell’intera serie, perché contiene una verità rovesciata che la rana comprende troppo bene. Il sasso lanciato senza pensare non si è mai preoccupato della rana. Sang-joon, pertanto, può spiegarsi il suo destino solo colpevolizzandosi.
La struttura temporale di the frog è uno dei suoi punti di forza ma anche più contestabili.
La sceneggiatura di Son Ho-young non si preoccupa di segnalare chiaramente i salti tra passato e presente, e questo può disorientare, specialmente nelle prime due ore. C’è una scena nel terzo episodio che è emblematica di questo approccio: Yeong-hwa si sveglia di notte, sente qualcuno scavare nel giardino, e per un momento tutto sembra suggerire che sia Seong-a a seppellire qualcuno. Poi la regia rivela che è la moglie, nel passato, che coltiva il suo orto. Il montaggio inoltre spesso anticipa immagini e situazioni che troveranno una spiegazione soltanto in seguito, rendendo però farraginosa la continuità narrativa. Questa capacità di alternare il passato e il presente ad ogni modo non è mai gratuita. Ogni flashback risponde a qualcosa che sta succedendo nel presente, o pone una domanda a cui il presente dovrà rispondere.
Il difetto principale di the frog è la debolezza nella costruzione dei moventi secondari, oltre a quelli principali di Seong-a, di cui abbiamo già detto.
La motivazione di Gi-ho per uccidere Hyang-cheol è comprensibile emotivamente ma fragile sul piano logico. Sua madre è morta, suo padre è impazzito, ma lui non è un congiunto della vittima del serial killer. Il senso di colpa per aver fatto il fantasma è il vero motore della sua azione, ed è un motore psicologicamente plausibile ma narrativamente non sempre ben costruito. Così come sarebbe più logico che fossero i parenti delle vittime degli omicidi a far visita all’assassino, piuttosto che il gestore dell’hotel fallito a causa degli eventi. A suscitare perplessità è anche il dialogo fuori campo tra Yeong-hwa e Gi-ho. Essendo sparso in vari momenti della serie, produce un effetto straniante e che confonde le acque.
Eppure questi difetti non scalfiscono ciò che The Frog riesce davvero a fare, che è qualcosa di raro nel panorama del thriller contemporaneo: costruire un universo morale in cui le vittime non sono completamente innocenti, chi è davvero innocente vive sentendosi colpevole, e in cui la vera violenza non è quella che si vede sullo schermo ma quella più silenziosa, quella che non fa rumore perché avviene in un bosco in cui non c’è nessuno.
Yeong-hwa che brucia le prove, che non chiama la polizia, che cede al ricatto della foto con il cerchio rosso sulla figlia, non è un cattivo. È un uomo che ha paura e che ha già perso troppo, e fa finta di niente, come Gi-ho. A subirne le conseguenze, pur non essendo una vittima del serial killer, è chi, come Sang-joon, non ha avuto nemmeno la possibilità di scegliere di occultare, e la cui gentilezza disinteressata è stata ripagata con un sasso lanciato da un destino che gli ha lasciato in dote irragionevoli sensi di colpa che lo portano alla pazzia.
La scena più importante di tutta la serie, quella che contiene la sua morale in forma di dialogo, arriva quasi alla fine.
Bo-min dice a Yeong-hwa che anche lui si comporta come la rana, che si chiede perché la pietra abbia colpito proprio lei e si dà la colpa per una sfortuna che è solo sfortuna. Ma Yeong-hwa sa di avere una colpa diversa, reale, non immaginaria: non aver parlato del bambino ucciso. È da quel silenzio, da quella prima scelta di non vedere, che è partita la catena di eventi che ha quasi distrutto tutto ciò che amava. La serie non lo assolve. Ma neanche lo condanna. Si limita a mostrare la differenza tra chi viene colpito dal caso e chi sceglie di non muoversi quando avrebbe potuto farlo. È una distinzione sottile, quasi crudele nella sua precisione, ed è il cuore di tutto. Non ogni dolore è colpa, ma non ogni colpa è solo sfortuna.


Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.