


In Toxic Parents, Yoo-ri (Kang An-na) è una studentessa modello di una famiglia benestante che si suicida insieme a un gruppo di sconosciuti incontrati su internet. Sua madre Hye-yeong (Jang Seo-hee) crede fermamente che ad uccidere la figlia siano stati il professore Gi-beom (Yoon Jun-won) e la compagna di classe Ye-na (Choi So-yoon). Tuttavia il detective Oh (Oh Tae-kyung), indagando sul caso, scopre che Hye-yeong ha avuto un ruolo chiave nella morte di Yoo-ri.

Titolo Originale
독친 (dok-chin)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Kim Soo-in
Interpreti
Jang Seo-hee, Kang An-na, Choi So-yoon, Yoon Jun-won, Oh Tae-kyung, Yoon Seo-jin, Zo Hyung-gyun, Choi Eun-jun
Corea del Sud, 2022, 104′

Esordio alla regia di Kim Soo-in, Toxic Parents è un atto d’accusa contro una genitorialità oppressiva, figlia a sua volta di una società esigente.
Dopo Next Sohee, ecco un’altra indagine che procede a ritroso per verificare le cause che hanno portato al suicidio di una studentessa. Se nel film di July Jung ad uccidere sono le falle all’interno del sistema degli stage formativi, in Toxic Parents sono genitori incapaci di esserlo.
Mentre July Jung opta per un racconto degli eventi diviso in due blocchi ripartiti tra vittima e detective, la tecnica adottata sapientemente da Kim Soo-in è quella dei flashback scaturiti dalle testimonianze. Tale metodo si rivela efficace nell’esporre man mano dettagli sempre più determinanti alla composizione del puzzle. Tuttavia, rende la narrazione molto frastagliata, a causa di un montaggio un po’ dispersivo.
Ad ogni modo l’espediente narrativo è funzionale all’immedesimazione dello spettatore nei detective, che scoperchiano man mano il vaso di pandora di una maternità malsana.
Kim Soo-in, molto intelligentemente, ci mostra come le apparenze ingannino. Le raccomandazioni di Hye-yeong verso la figlia sembrano atti di premura. “Potrai comportarti come desideri quando andrai al college, ma intanto fai ciò che ti dico,” dice la madre alla figlia. Ma tali parole sono i prodromi di un senso di possessione che culmina con il finale in cui Hye-yeong lo dichiara apertamente. “È mia!”, esclama ai detective.
L’apparenza, dunque, non fa che sottovalutare l’atteggiamento deviante di una madre che arriva a reputare addirittura normale ledere la privacy della figlia sbirciando nel suo telefono, e che in sintesi non fa altro che riversare sulla propria prole l’educazione oppressiva ricevuta dalla sua di madre, in un circolo vizioso che può essere chiuso solo con la morte di uno dei soggetti coinvolti. Ancor più sottilmente, Hye-yeong finisce col comportarsi come la stessa donna odiosa che all’inizio le aveva esaltato il successo come unica opzione per una figlia, lo stesso successo che il padre di Gi-beom celebra per il primogenito, ma rimprovera al figlio minore di non aver voluto raggiungere, accontentandosi di un lavoro dignitoso, ma che non giustifica gli investimenti di un genitore esigente.
Al velo dell’apparenza non si sottrae nemmeno Yoo-ri.
La ragazza deve infatti immolarsi, per volere della madre, allo status di studentessa modello, nascondendo le proprie fragilità, ai danni però del suo equilibrio psichico (e fisico). Impressionante, da questo punto di vista, l’interpretazione di Kang An-na, capace, con poche espressioni, di evidenziare la condizione bipolare della ragazza.
Sotto accusa è di certo una madre troppo presente, che avvelena la figlia credendo di starla nutrendo, e che le impone di eccellere e di non frequentare “cattive” amicizie. Ma lo sono anche genitori talmente assenti da farsi sostituire dai manager di un’agenzia di Idol, come nel caso di Ye-na. A farne le spese sono figli che hanno solo bisogno di un amore empatico, che i propri genitori non sono in grado di distinguere da un abbraccio tossico verso la prossima vittima.


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