


“Love in the Big City” si apre tra le aule di un’università di Seul, dove l’esuberante Koo Jae-hee (Kim Go-eun) attira immediatamente i pregiudizi dei compagni. Mentre i ragazzi ne sono attratti, le ragazze ne invidiano la spensieratezza. Arrivano addirittura a etichettarla come una manipolatrice che sfrutta gli studenti più diligenti per il proprio tornaconto accademico.
In questo clima di giudizio costante si muove Jang Heung-soo (Steve Sanghyun Noh), un ragazzo schivo che ama Camus e sogna di laurearsi in francese, ma che vive nel terrore che la sua omosessualità venga scoperta in una società che lo farebbe sentire un errore della natura, come quegli animali albini bullizzati dal gregge che vede nei documentari.
Il loro legame nasce proprio da un segreto: Jae-hee lo vede pomiciare con il professor Olivier e, anziché ricattarlo, decide di proteggerlo. Quando i compagni iniziano a sospettare dell’orientamento del professore e di Heung-soo, lei si fionda su di lui fingendo una confidenza intima per sviare i sospetti, e gli dona un accendino che diventa il simbolo della loro alleanza.
Successivamente, Heung-soo ammira Jae-hee per il coraggio con cui si difende dall’infamia di una foto a seno scoperto postata nelle chat di gruppo, mentre lei lo sprona a non considerare la sua identità una debolezza. L’amicizia si trasforma così presto in una convivenza strategica per dividere l’affitto carissimo di Seul e per farsi scudo contro il mondo.
Insieme attraversano i vent’anni tra sbronze a Itaewon, acquisti di vestiti per appuntamenti galanti e crisi profonde.
Jae-hee affronta l’abbandono emotivo dei genitori e la violenza verbale di spasimanti come Jong-goo (Seo Byeok-jun), che la insulta pesantemente dopo averla usata. Heung-soo, dal canto suo, vive il tormento di un amore con Soo-ho (Jung Hwi) che non osa confessare alla madre (Jang Hye-jin), la quale ha cercato rifugio nella religione cattolica perché il figlio “rinsavisca”.

Titolo Originale
대도시의 사랑법 (dae-do-si-eui sa-rang-beop)
Genere
Drammatico
Regia
Lee Eon-hee
Sceneggiatura
Kim Na-deul
Interpreti
Kim Go-eun, Steve Sanghyun Noh, Jung Hwi, Oh Dong-min, Park Seon-hu, Kim Chae-eun, Kang Na-eon, Kwon Young-eun, Ryu Yi-jae, Seo Byeok-jun, Bang Jung-min
Corea del Sud, 2024, 118′

Con Love in the Big City, la regista di …ing riesce nel difficile compito di concentrare in un lungometraggio la complessità dell’omonimo romanzo di Park Sang-young
Non è un caso che nello stesso anno ne sia stata trasposta una serie, proprio per consentire di dedicare più tempo alle relazioni e alla vita del protagonista. Elementi che comunque Lee Eon-hee non omette a fronte dell’esigenza di sintesi. Anzi, amplifica tematiche e punti di vista, facendo dialogare il soggetto prettamente queer con quello dell’amicizia e del femminile.
Sì, perché Love in the Big City è prima di tutto un inno all’amicizia. Questo legame appare più solido dell’amore, che spesso si consuma tra ossessione e mancanza. Mentre l’amore romantico si rivela spesso per i protagonisti come un territorio di caccia o di sottomissione, la loro convivenza diventa un’oasi felice. Qui i protagonisti possono finalmente essere autentici. Non però in una Seul dove una donna single non può dividere casa con un uomo senza essere tacciata di immoralità. Ecco perché i due si trovano costretti a inventare identità fittizie. Lei finge di parlare al telefono con una coinquilina inesistente, lui con una sorella immaginaria che non lo renda eterosessuale agli occhi dei suoi spasimanti.
Ma solo nei loro confronti, perché di fronte al resto della società Heung-soo cela la propria sessualità. E lo fa per non dover subire le vessazioni a cui invece è sottoposto Soo-ho. L’incapacità di fare coming out persino con la madre lo spinge a meditare addirittura il suicidio. E come il John Merrick di cui indossa la maglietta, si sente un errore della natura costretto a nascondersi per non essere “esposto” al pubblico ludibrio.
Finché, ancora il cinema, con il suo potere legittimante affidato a Chiamami col tuo nome di Guadagnino, interviene nel far metabolizzare alla madre l’identità sessuale del figlio.
È un piccolo passo verso l’accettazione. Tuttavia, la realtà della società coreana appare ancora chiusa nei suoi schemi patriarcali. Qui convivono battute infelici sui gay e veri e propri linciaggi omofobi. A farne le spese di quest’arretratezza culturale è anche Jae-hee. È costretta a sentirsi sbagliata da donne che la giudicano senza conoscerla, come un’ostetrica antiabortista. Gli uomini, dal canto loro, la usano o la dominano per soddisfare i loro complessi di inferiorità.
Più passano gli anni e più entrambi finiscono col sopprimere la loro natura. Heung-soo fa il militare, come richiesto dalla madre, e il manovale per guadagnarsi da vivere. Subisce la pressione di seguire le orme del cugino, sistemato ma non realizzato. E il risultato è che accantona il suo sogno di diventare uno scrittore. Mentre Jae-hee non compra scarpe con tacchi alti per non urtare la suscettibilità del suo Ji-seok (Oh Dong-min) e si conforma, anche nel vestiario, al grigiore di un lavoro impiegatizio che contrasta con l’eccentricità della sua vita da studentessa.
La catarsi arriva però nel momento del massimo squallore, tra le mura di un commissariato di polizia. È qui che l’amicizia si riafferma come l’unica verità politica e umana possibile. Difendendo l’un l’altro dalle aggressioni di Ji-seok, i due non temono più le etichette usate dal mondo per ferirli: “sì, sono una puttana” e “sì, sono gay”, dicono all’unisono.
È un atto di liberazione che trasforma la “debolezza” in scudo. Jae-hee torna a essere la donna coraggiosa che fuma davanti ai colleghi maschi giudicanti, fiera della sua spensieratezza che non è superficialità, ma resistenza. Heung-soo ritrova la sua voce e la sua penna, comprendendo che l’ossessione non è amore e che la sua identità non è un difetto fisico da nascondere.
Love in the Big City risente di un finale eccessivamente frivolo, volto unicamente a ricollegarsi a un incipit misterioso che avrebbe meritato uno sviluppo meno accomodante.
Ma è tuttavia da apprezzare lo sguardo realista e sensibile della regista sia dal punto di vista umano che politico. Senza scadere in una nostalgia zuccherosa, bilancia i ricordi dolci della giovinezza con la cruda realtà sociale del periodo. E per fortuna non percorre la via del romanticismo, preferendo riflettere sulla natura delle relazioni, e rimarcando che se in amore è previsto l’addio, in amiciza esiste solo l’arrivederci.


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