


Sugar racconta la storia di Kim Mi-ra (Choi Ji-woo), un ingegnere informatico e madre di famiglia che conduce una vita ordinaria. Vive con il marito marito ricercatore Joon-woo (Min Jin-woong) e il figlio dodicenne Dong-myeong (Ko Dong-ha), appassionato di baseball. Durante un allenamento della squadra, il ragazzo sviene improvvisamente mentre si nasconde in un cesto per fare uno scherzo al coach. In ospedale la famiglia scopre che Dong-myeong soffre di diabete di tipo 1. Si tratta di una malattia cronica che richiede controlli frequenti della glicemia e iniezioni quotidiane di insulina.
La diagnosi cambia radicalmente la vita della famiglia: il ragazzo deve controllare i livelli di zucchero nel sangue fino a sette volte al giorno. Questi controlli servono a evitare crisi di ipoglicemia e perdita di conoscenza. La gestione della malattia diventa pertanto una sfida quotidiana per il ragazzo e i suoi genitori. Tanto che il medico paragona la cura del diabete a una lunga maratona.
Per facilitare il monitoraggio del figlio, Mi-ra acquista dall’estero un innovativo dispositivo che misura la glicemia senza dolorose punture al dito. Lo strumento permette a Dong-myeong e ai suoi genitori di controllare facilmente i livelli di glucosio. Altri genitori coreani di bambini diabetici scoprono il dispositivo online. Molti di loro non conoscono l’inglese. Per questo chiedono a Mi-ra di aiutarli a procurarselo. E lei decide quindi di ordinarne diversi dall’estero per loro.
Questo gesto altruistico la mette però nei guai
Le autorità doganali la accusano di importazione illegale di dispositivi medici non approvati e di evasione delle tasse. In Corea del Sud la legge consente l’importazione per uso personale. La legge però non consente la rivendita dei dispositivi. Questo vale anche se il denaro serve solo a coprire le spese di spedizione. Per questo motivo Mi-ra viene trattata come una contrabbandiera. La situazione peggiora quando un procuratore particolarmente rigido (Kim Young-sung) indaga su di lei. E anche sul lavoro subisce conseguenze che portano al licenziamento.
Nel frattempo Dong-myeong, frustrato dalle restrizioni della malattia, si sente oppresso anche dal controllo costante della madre. Come reazione cerca di vivere una vita normale. Arriva perfino a spegnere il sensore del dispositivo. Lo fa per mangiare il suo amato tteokbokki. Scambia anche il dispositivo di monitoraggio con un compagno di classe. In questo modo può giocare a baseball di nascosto. Durante una partita si rompe un braccio. L’incidente provoca tensioni e sensi di colpa nella famiglia.
Nonostante le accuse e l’umiliazione pubblica, Mi-ra continua a lottare. Un’ispettrice (Kim Sun-young) arriva addirittura ad accusarla di avere la sindrome di Münchausen per procura. Secondo l’ispettrice, Mi-ra avrebbe trasferito i suoi problemi psicologici al figlio. Mi-ra però continua a battersi per cambiare la legge. Vuole rendere i dispositivi accessibili ai pazienti diabetici. Il caso mostra quanto le normative sanitarie siano rimaste indietro, e le leggi non rispondano ai bisogni reali dei malati.

Titolo Originale
슈가 (syu-ga)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Choi Shin-choon
Interpreti
Choi Ji-woo, Min Jin-woong, Ko Dong-ha, Kim Young-sung, Kim Si-woo-II, Park Chul-min, Kim Sun-young
Corea del Sud, 2025, 106′

Ispirato a una storia vera, Sugar è un melodramma che trasforma una vicenda privata in un discorso più ampio su diritti dei pazienti e accesso alle cure.
Prodotto, scritto e diretto da Choi Shin-choon, qui alla sua prima regia, Sugar si inserisce nel filone dei drammi familiari sudcoreani che combinano emozione e denuncia sociale. Oltre al melodramma, il film costruisce infatti un racconto umano che riflette sulle difficoltà quotidiane delle famiglie che convivono con una malattia cronica e sui limiti delle istituzioni nel rispondere ai bisogni dei cittadini.
La regista riesce a trasmettere esaustivamente il calvario a cui devono andare incontro genitori catapultati dalla sera alla mattina nella gestione autonoma di una malattia. Autonoma perché si è costretti a risolvere personalmente problemi a cui dovrebbero far fronte le istituzioni. Istituzioni che invece applicano inflessibilmente normative tanto legali quanto inopportune, senza curarsi del contesto.
Emblematico da questo punto di vista il botta e risposta tra Mi-ra e il procuratore, in cui si evince che la legge viene meno al suo principio fondamentale di protezione dei cittadini. Ovviamente può essere riformata, se non risponde ai bisogni del cittadino, ma intanto c’è un erroneo reato da perseguire.
Il muro di gomma di un’istituzione cieca è ben rappresentato da tre personaggi che corrispondono a rispettivi gradi di intransigenza.
Prima di tutto abbiamo il cameo di Park Chul-min che, da noto commediante, interpreta un agente della dogana rigido quanto confuso. Il suo ritenere per sbaglio che Mi-ra smerci mutandine anziché dispositivi medici, strappa un lieve sorriso, che dura però il tempo di rimettere la legge sul suo piedistallo.
Successivamente è il turno del procuratore, una figura di certo irremovibile, anche se eccessivamente caricaturizzata come villain. La regista fa di tutto per farlo odiare, non solo presentandolo come personaggio bidimensionale di per sé. Ma lo inserisce anche in improbabili ripetute coincidenze negli incontri con la protagonista. Non solo è il padre di Myung-woo, il rivale di Dong-myeong, che discrimina per avvantaggiare il figlio. Ma Mi-ra se lo ritrova anche in procura quando deve subire, indifesa e mortificata, l’interrogatorio, che l’uomo porta avanti senza alcuna empatia. Per non parlare della scena in flashback che mostra da dove abbia origine il rancore dell’uomo verso la donna. Episodio abbastanzo tirato per i capelli, a dir la verità.
Inoltre lo vediamo in una scena passare il testimone (e la fermezza) all’ispettrice del Ministero della Sicurezza Alimentare e dei Farmaci. Se sul procuratore la regista getta una timida ombra di giustificazione (è un padre single, ansioso per la salute del figlio), l’ispettrice è il volto indifferente dell’istituzione. E oltre a insultare la protagonista, inoculando nello spettatore il dubbio che Mi-ra trasferisca i suoi traumi infantili al figlio, non riesce nemmeno a guardarla negli occhi nel momento in cui l’imbarazzo la definisce come il personaggio ignobile che è.
Ai guai giudiziari si aggiungono quelli personali, che rendono Sugar anche un dramma familiare
Lo è per Mi-ra, che si prende sulle spalle tutta la responsabilità per la cura del figlio. Non solo impara a gestire la nuova situazione, ma s’informa per trovare alternative più efficienti. Sforzi che ad ogni modo non evitano ansie che alimentano i sensi di colpa sia in lei che nel figlio. Nonostante infatti quest’ultimo si ribelli alla propria condizione debilitante sul piano sportivo, detesti il controllo della madre e il suo rivolgere l’attenzione a un’altra causa che non sia solo la sua, finisce col ricredersi non appena è Mi-ra a sentirsi male per una colpa che Dong-myeong crede essere sua.
Se il melodramma è incentrato soprattutto nella dialettica tra il figlio e una madre indispensabile come lo zucchero, Joon-woo ha la funzione di esacerbarlo. Inizialmente quasi inutile e superfluo, sia come padre che come marito, giustifica la sua esistenza solo quando rimbrotta alla moglie di dedicarsi più agli altri che al figlio.
Eppure, in SugAR, quella di Mi-ra non è una battaglia ideale, ma più personale di quanto si possa pensare
Aiutare persone nelle sue stesse condizioni, se non ancora più svantaggiate dal punto di visto economico e culturale, è soprattutto una promessa fatta a se stessa. Lei che ha potuto soccorrere il figlio neonato febbricitante solo grazie all’aiuto disinteressato di una venditrice ambulante, si sente in obbligo di aiutare a sua volta chi ne ha bisogno. E in tutta risposta, quelle stesse persone, sentendosi in debito con lei, la supportano dimostrandosi decisive nella sua battaglia legale.
Ciò che sembra suggerirci pertanto Choi Shin-choon in Sugar è che solo la solidarietà, sorretta da empatia e buonsenso, può scardinare le maglie di un’istituzione asettica. E lo può fare perché è contagiosa e forma una catena che non si può spezzare. Come dice Mi-ra a suo figlio, non deve vergognarsi di chiedere aiuto, perché tanto troverà sempre qualcuno disposto a dargli una mano spassionatamente. Perfino il suo rivale si rivela essere il suo miglior alleato. Pertanto bisogna avere fiducia nel prossimo, che mostrerà il suo vero cuore nei momenti difficili.
Ed è la stessa Kim Mi-young, la persona a cui si è ispirata la regista per il ruolo di protagonista, a dichiararlo in un finale post credit che rende giustizia alle tribolazioni sue e del suo personaggio in Sugar.


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