


In Murder Report una voce maschile telefona alla giornalista della MBS Baek Seon-joo (Cho Yeo-jeong) proponendole un’intervista esclusiva. L’uomo afferma di essere un serial killer responsabile di undici omicidi in due anni. I casi non presentano collegamenti apparenti. Seon-joo, che rischia il licenziamento dopo un’inchiesta fallita sul gruppo Ilsin, vede nell’intervista un’occasione per salvare la carriera. Inoltre, accetta perché, solo una volta completata l’intervista, l’assassino risparmierà la sua prossima vittima.
L’incontro viene fissato in un hotel le cui telecamere a circuito chiuso sono temporaneamente fuori uso per manutenzione. Il detective Han Sang-woo (Kim Tae-han), amante della giornalista, presidia il piano inferiore, pronto a intervenire nel caso Seon-joo fosse in pericolo. L’assassino, Lee Yeong-hoon (Jung Sung-il), si presenta come uno psichiatra e mostra a Seon-joo le registrazioni dei suoi omicidi. Spiega che le vittime avevano precedenti penali, ma che il suo scopo non era purificare la società. Tutto, a suo dire, nasce come pratica terapeutica. Ovvero eliminare le persone che causavano traumi psicologici ai suoi pazienti, rimuovendo quelli che definisce “tumori” dalle loro vite. In altre parole, li vendica al posto loro.
Yeong-hoon racconta la propria storia personale.
Sua moglie (Choi Soo-im), violentata quando era incinta, non riuscì a liberarsi dal ricordo dello stupro e si tolse la vita insieme al bambino. Il senso di colpa per non aver saputo curarla distrusse la sua identità professionale. Lo stupratore ricevette una pena lieve per infermità mentale e morì accidentalmente prima che Yeong-hoon potesse vendicarsi. Distrutto, lo psichiatra cadde nella dipendenza e nel desiderio di morire, finché un paziente (un uomo la cui moglie era morta per colpa di un automobilista ubriaco e il cui figlio era in stato vegetativo) gli offrì una nuova direzione. Yeong-hoon propose di vendicarsi al suo posto. Torturò e uccise l’ubriaco, mostrando poi il video al paziente, che provò sollievo. Da quel momento trasformò la vendetta in metodo terapeutico, arrivando a ipnotizzare i pazienti per liberarli dal senso di colpa.
Durante l’intervista, Yeong-hoon mette in discussione l’etica professionale della giornalista, accusandola di cercare l’esclusiva, più che salvare una vita.
Dimostra di percepire il suo stato emotivo dal battito del polso. Per mostrare la coerenza del proprio metodo, uccide, davanti a lei e al detective che osserva dalle telecamere, un fattorino del servizio in camera, Yoon Jae-sik, colpevole in passato di aver stuprato e ricattato una donna.
Yeong-hoon parla poi di un giovane violinista bullizzato, al quale il bullo aveva mutilato la mano con una lama di rasoio, compromettendone il futuro. Intende costringere il bullo, tramite ipnosi a distanza, a suicidarsi. Seon-joo teme che la responsabile possa essere sua figlia, avendo trovato una lama di rasoio nel suo zaino. Ma Yeong-hoon chiarisce che si tratta di due maschi. Ipnotizza la giornalista con una moneta e la spinge ad ammettere il difficile rapporto con la figlia.
Quando Seon-joo tenta di reagire con un taser fornito da Sang-woo, Yeong-hoon la anticipa, fa sedare il detective con del gas e stordisce lei, legandola e imbavagliandola. Rivela che la vera intervista riguarda lei, e le chiede di riflettere su quale colpa possa averla resa una sua potenziale vittima.

Titolo Originale
살인자 리포트 (sal-in-ja ri-po-teu)
Genere
Thriller
Regia e Sceneggiatura
Cho Young-jun
Interpreti
Cho Yeo-jeong, Jung Sung-il, Kim Tae-han, Choi Kwang-il, Park Kyung-seo, Choi Soo-im, Hwang Ji-ah, Byeon Chang-yeol, Park Joo-young, Kwon Hee-wook
Corea del Sud, 2023, 107′

In Murder Report di Cho Young-jun un’intervista con un serial killer diventa un processo alla coscienza tra etica, vendetta e verità
L’ambientazione, quasi interamente concentrata in una stanza d’hotel, trasforma il film in un dispositivo teatrale e mentale, dove lo spazio chiuso diventa una camera di risonanza per il conflitto etico tra i personaggi. La regia sfrutta questa unità di luogo per costruire una tensione crescente che non dipende dall’azione fisica, ma dal confronto verbale, psicologico e morale, in cui ogni scambio mette in discussione il ruolo sociale di chi parla: il medico, la giornalista e il poliziotto.
Il film lavora soprattutto sul rovesciamento delle funzioni professionali. La figura dello psichiatra viene progressivamente svuotata del suo significato curativo e trasformata in un paradosso inquietante. Mentre quelle della giornalista e del poliziotto vengono messe in discussione per presunto arrivismo e sostanziale sopravvivenza professionale. In fondo Seon-joo vuole salvare il proprio posto di lavoro. Così come Sang-woo vuole avanzare di carriera solo per poter difendersi dai ricatti. Il confronto tra i personaggi non è costruito come un semplice scontro tra bene e male, ma come una disputa sul concetto di responsabilità: responsabilità medica, responsabilità mediatica, responsabilità istituzionale. In questo senso, la sceneggiatura insiste su dialoghi lunghi e serrati che ricordano più un interrogatorio filosofico che un thriller convenzionale.
Uno degli elementi più interessanti in murder report è l’uso della messa in scena audiovisiva.
All’interno della stanza, le animazioni sugli schermi non sono semplici elementi decorativi, ma partecipano attivamente alla costruzione della tensione narrativa attraverso il mutamento dei colori e dei temi visivi. Inizialmente predominano tonalità bianche, che suggeriscono una condizione di apparente neutralità. Quando Yeong-hoon uccide il cameriere, il passaggio al blu accompagna e intensifica la crescente tensione. Infine, nel momento in cui Seon-joo si risveglia imbavagliata, lo schermo si tinge di rosso, colore che amplifica la percezione di pericolo e violenza imminente.
Altro elemeno di interesse è l’uso della musica, che nel finale sembra extradiegetica ma in realtà è diegetica, creando ironicamente un livello meta-narrativo che suggerisce come la coscienza del serial killer sia tutt’altro che scossa. Come lo è invece quella di Seong-joo, che dovrà convivere con il suo senso di colpa per aver ucciso un uomo. Così come Yeong-hoon elimina le coscienze sporche dei propri pazienti con l’ipnosi, così egli si deresponsabilizza considerando l’omicidio parte del suo lavoro, alienato dalla sua sfera emotiva privata. L’atto di uccidere diventa pertanto una vendetta per interposta persona, che soddisfa i pazienti senza che da borghesi piccoli piccoli si sporchino le mani e la coscienza, e non turba il carnefice, che sostituisce la giustizia con una giustificazione terapeutico-lavorativa.
Murder Report utilizza pertanto il genere del thriller per parlare in realtà di colpa, rimozione e autoassoluzione. La vendetta viene presentata non come pulsione irrazionale, ma come tentativo di razionalizzare il dolore, trasformandolo in un protocollo. Questo aspetto rende l’opera più vicina a un dramma psicologico che a un racconto di omicidi, e spiega perché il ritmo possa risultare volutamente lento e oppressivo.
Un altro punto ricorrente in murder report riguarda la critica implicita ai media e alle istituzioni.
Anche se ognuno cerca di farlo per sfuggire a situazioni in cui si trova incastrato, la ricerca dello scoop, la corruzione, il ricatto e l’uso strumentale della verità diventano speculari alla “terapia” del killer. Tutti i mondi, quello dell’informazione, quello della legge e quello della medicina, vengono mostrati come sistemi che possono perdere il proprio fine originario e trasformarsi in strumenti di potere personale.
La scelta di ambientare quasi tutto in un unico spazio e di basare la narrazione su dialoghi è il punto di forza del film, capace di creare una tensione claustrofobica e intellettuale. Questa impostazione contribuisce a dare al film un’identità precisa, distante dal thriller coreano più dinamico e spettacolare. Tuttavia, la visione si fa via via più ostica man mano che si inseriscono elementi che esulano dalla stanza e aggiungono troppa carne al fuoco. Come ad esempio la vicenda del gruppo Ilsan.
La recitazione è centrale nel sostenere l’impianto verboso di Murder Report
Cho Yeo-jeong (che il pubblico internazionale riconoscerà per il suo ruolo in Parasite) regge il film con una progressiva trasformazione del volto e del linguaggio corporeo, passando dalla sicurezza professionale alla disgregazione emotiva. Jung Sung-il costruisce un antagonista che evita l’eccesso istrionico, mantenendo un tono controllato e quasi clinico che rende ancora più disturbante la sua logica. La loro dinamica funziona come un duello in cui le armi non sono fisiche ma retoriche.
Nel complesso, l’opera si distingue per l’ambizione tematica (la razionalizzazione della vendetta, che sostituisce la giustizia) e per il tentativo di usare il genere come veicolo di riflessione morale. Più che raccontare una serie di delitti, mette in scena un processo alla coscienza dei suoi personaggi, lasciando allo spettatore il compito di interrogarsi su dove finisca la giustizia e dove inizi l’autoinganno.
TRAILER
videorecensione
14/05/2026
Manuel Cappelli


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