


In Gyeong-ah’s Daughter, Gyeong-ah (Kim Jung-young), una signora di mezza età, fa una videochiamata alla figlia Yeon-soo (Ha Yoon-kyung). Quest’ultima si è appena trasferita in un nuovo appartamento per motivi di lavoro. Le chiede se è sola e la ragazza le mostra la casa per tranquillizzarla. Gyeong-ah lavora come badante per l’anziano Woon-gyoo (Im Hyeong-tae), colpito da demenza senile. Un giorno arriva la figlia di lui, Sang-soon (Lee Chae-kyung), un’avvocatessa dal carattere duro. Scopre che Gyeong-ah ha comprato delle sigarette al padre, si infuria e distrugge il pacchetto, minacciando di tagliargli i soldi se continua a fumare.
Yeon-soo lavora come insegnante, la madre ne è molto orgogliosa. A scuola si tiene una riunione tra i professori per discutere di un test di gravidanza negativo trovato nell’istituto. Yeon-soo prima riprende una coppietta di studenti che flirtano, poi prende da parte la ragazza della coppia e le parla con tono confidenziale. La sua vita privata però è complicata: l’ex fidanzato Sang-hyeon (Kim Woo-kyum), lasciato da lei perché non lo ama più, la tampina continuamente. Si presenta fuori dalla scuola in cui lavora con un mazzo di fiori, dice di aver fallito un esame per colpa della loro rottura, ma lei lo gela rispondendogli che semplicemente non era preparato.
Lo prega di non cercarla mai più e cancella il suo numero. Spaventata dall’insistenza del ragazzo e consapevole che Sang-hyeon sa dove abita, Yeon-soo va a dormire dalla madre. Sentendo alla TV che una ragazza è scomparsa dopo che un uomo l’ha obbligata ad entrare in macchina, Gyeong-ah rimprovera Yeon-soo per aver preso un taxi di notte e la ragazza si lamenta del suo atteggiamento iperprotettivo.
Madre e figlia ricordano il padre di Yeon-soo.
Gyeong-ah lo difende: beveva e si sfogava su di lei perché distrutto dal lavoro. Yeon-soo le fa notare che anche lei si è sempre fatta in quattro e ora ne paga il prezzo, con il corpo pieno di dolori. La madre replica che, dopotutto, quella casa l’hanno grazie a lui. La figlia, però, confessa che proprio per quel motivo quella casa per lei è diventata soffocante.
Vanno insieme al cimitero. Davanti alla tomba del padre, Gyeong-ah esorta la figlia a trovare una brava persona, a non ripetere i suoi errori e a non soffrire inutilmente come ha fatto lei. Ammette di aver bisogno di convincersi che la colpa sia tutta sua, perché solo così riesce a trovare un po’ di pace. Si chiedono a vicenda: «Hai qualcuno?» e si rispondono entrambe: «Ho solo te». Yeon-soo le propone di passare più tempo insieme.
Poco dopo, la ragazza butta via una scatola piena di ricordi. Intanto il suo telefono continua a squillare: è l’ex che non si rassegna. Il giorno seguente anche il telefono di Gyeong-ah vibra per un messaggio in arrivo. È anonimo, con un video in allegato: un contenuto destinato a cambiare per sempre la sua vita, quella della figlia e a incrinare il loro rapporto.

Titolo Originale
경아의 딸 (gyeong-a-eui ttal)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Kim Jung-eun
Interpreti
Kim Jung-young, Ha Yoon-kyung, Im Hyeong-tae, Lee Chae-kyung, Lee Ji-ha, Choi Hee-jin, Kim Woo-kyum, Lee Se-rang, Yang Heung-joo, Seokhee, Park Hye-jin
Corea del Sud, 2022, 119′

Gyeong-ah’s Daughter della regista esordiente Kim Jung-eun è un’opera prima su una cultura patriarcale che soffoca l’empatia matriarcale
C’è un momento, nelle prime scene di Gyeong-ah’s Daughter, in cui due volti femminili comunicano attraverso lo schermo di uno smartphone. Da un lato Gyeong-ah, una donna di mezza età segnata dalla fatica e da una solitudine che la porta ad aggrapparsi all’unica persona che le è rimasta. Dall’altro Yeon-soo, la figlia che, con amorevole pazienza, ruota il telefono per mostrare ogni angolo della sua nuova casa, dimostrando di essere sola. È un gesto di trasparenza, un rituale di rassicurazione che racchiude in sé la complessità di un rapporto in bilico tra protezione e controllo, tra la necessità di lasciar andare e l’incapacità di farlo, tra amore filiale e consapevolezza di non essere compresi.
Questa immagine, apparentemente semplice, è il seme da cui germoglia l’intera opera prima della regista e sceneggiatrice Kim Jung-eun, un film che, con una quieta ma implacabile determinazione, scava nelle profondità di un legame madre-figlia messo alla prova dall’irruzione traumatica di un crimine digitale.
Presentato e premiato al 23° Jeonju International Film Festival, dove ha vinto il CGV Arthouse Award per il supporto alla distribuzione e il Watcha’s Featured Feature Award, Gyeong-ah’s Daughter si è rapidamente ritagliato uno spazio di rilievo nel panorama del cinema indipendente coreano. Il film, della durata di 119 minuti, non si limita a offrire uno sguardo sulla cronaca. Si addentra con una sensibilità quasi tattile nelle pieghe emotive delle sue protagoniste, offrendo un’esperienza cinematografica che è tanto intima quanto universale.
La struttura del film si regge su un doppio binario narrativo, seguendo alternativamente le prospettive di Gyeong-ah e Yeon-soo.
Inizialmente, lo sguardo dello spettatore è portato a percepire Gyeong-ah principalmente attraverso le sue ansie e la sua iperprotettività. La donna che lavora come badante sopportando i malumori della figlia del suo assistito, e che riversa sulla figlia le proprie insicurezze, appare come una figura quasi soffocante. Tuttavia, man mano che la narrazione procede, e il passato di Gyeong-ah inizia a emergere in brevi, lancinanti flashback sensoriali (voci maschili violente che risuonano come echi nella sua mente, dolori fisici che si riacutizzano) la sua figura si umanizza fino a diventare tragica. Si comprende che la sua ansia di controllo non è altro che la reazione a un trauma irrisolto. È un tentativo disperato di proteggere la figlia da un mondo che lei ha conosciuto nella sua forma più brutale.
Gyeong-ah’s Daughter suggerisce che la madre ha interiorizzato un sistema patriarcale tossico che l’ha convinta che ogni male sia in qualche modo una sua colpa.
È un meccanismo di difesa, un modo per dare un senso all’insensato. Se la violenza subita è colpa sua, allora esiste una logica, per quanto distorta, in un mondo altrimenti dominato dal caos. Questa dinamica psicologica, resa con grande sottigliezza, è la chiave per comprendere la sua reazione più avanti nella storia, una reazione che rappresenta il punto di rottura del rapporto con la figlia e il cuore pulsante del dramma.
Dall’altro lato, abbiamo Yeon-soo. Apparentemente più forte e indipendente della madre, con una carriera da insegnante che è motivo di orgoglio per Gyeong-ah (un dettaglio, questo, che la madre ripete con una frequenza che tradisce un riscatto sociale oltre che personale), Yeon-soo si trova a dover gestire un presente asfissiante. La presenza ingombrante del suo ex fidanzato, la cui incapacità di accettare la fine della relazione si trasforma in stalking, è una minaccia concreta che la costringe a cercare rifugio proprio in quella casa d’infanzia che sente così soffocante. In questo, il film mostra una profonda comprensione delle contraddizioni umane: si può amare una persona (la madre) e al contempo sentire il bisogno impellente di scappare dall’ambiente e dai ricordi che essa rappresenta.
Il catalizzatore che fa precipitare gli eventi è un atto di vigliaccheria e violenza digitale che il film non mostra direttamente. L’orrore è tutto nelle conseguenze, nel modo in cui un’intera esistenza può essere sgretolata dalla pressione di un dito su uno schermo. Ciò che colpisce non è l’atto in sé, tanto che viene preannunciato da dettagli che sviano (il femminicidio) ma preparano l’humus. A colpire è la micidiale onda d’urto di quell’atto. La regista Kim Jung-eun si concentra sulle reazioni, e in particolare su quella, devastante, di Gyeong-ah.
Invece di offrire il conforto e il sostegno di cui sua figlia ha disperatamente bisogno, la madre reagisce riversando su di lei tutta la sua frustrazione e la sua paura, con parole che sono macigni.
Questa sequenza è il cuore di tenebra del film. È un momento di tale crudeltà psicologica da risultare quasi insopportabile, ma è reso con una verità emotiva talmente cristallina da impedire qualsiasi facile giudizio. La reazione di Gyeong-ah non è solo il frutto di una mentalità retrograda, ma è il sintomo di un’anima che, non avendo mai elaborato il proprio trauma, non è in grado di gestire quello della figlia se non replicando gli stessi schemi di colpevolizzazione della vittima che lei stessa ha subìto. In quell’istante, il film eleva il suo discorso, da cronaca di un crimine digitale a metafora del ciclo intergenerazionale del trauma e della violenza psicologica.
Da quel momento, Gyeong-ah’s Daughter si trasforma in un doppio, parallelo e doloroso percorso di isolamento e ricostruzione. Yeon-soo, la cui vita è stata letteralmente hackerata, si ritira in un esilio forzato, in un nuovo appartamento che diventa una prigione volontaria. Il mondo esterno, che sia la scuola, gli amici o i social media, si trasforma in un campo minato. Il film esplora con precisione quasi documentaristica il calvario burocratico e psicologico di una vittima di esposizione pubblica indesiderata. Ovvero l’impotenza di fronte a un sistema giudiziario che non offre garanzie, la frustrazione di dover spendere cifre considerevoli per ripulire la propria immagine online, il terrore costante di essere riconosciuta per strada o, peggio, contattata da sconosciuti.
È un ritratto dell’alienazione contemporanea, reso attraverso dettagli minimi ma significanti. Come ad esempio una lezione online in cui si è costretti a spegnere la telecamera, un curriculum senza foto, la paura di rispondere al telefono.
Parallelamente, seguiamo il percorso di Gyeong-ah, forse ancora più tortuoso perché interiore.
Lei non è solo una madre che ha deluso la figlia, ma è una donna che deve affrontare i fantasmi del proprio passato. Il suo rendersi conto della portata delle proprie azioni non è immediato. Passa attraverso un lento accumulo di dettagli: il confronto con la sua sopportazione supina di fronte ad accuse infamanti di adulterio, la vista dei commenti disgustosi online, il ricordo di come sua figlia fosse stata l’unica a starle accanto durante le violenze del marito e della società giudicante il presunto adulterio di cui prima, il confronto con altre figure femminili che, come la sua datrice di lavoro, le ricordano cosa significhi schierarsi.
C’è una scena in cui Sang-soon, concedendo infine a suo padre di fumare, le dice, in sostanza, che un figlio dovrebbe sempre stare dalla parte dei propri genitori. Ed è proprio quella frase, paradossalmente, a farla crollare, perché la mette di fronte alla sua incapacità di fare altrettanto con la figlia. Non che sia un paradigma assoluto. La difesa a spada tratta di Sang-hyeon da parte della madre sarà pure comprensibile, ma quest’ultima deve assumersi le proprie responsabilità per l’educazione del figlio, come sentenziato da Yeon-soo.
Tutta la seconda metà del lungometraggio è costellata di piccoli, cruciali gesti di riavvicinamento che non hanno nulla di risolutivo. La riconciliazione, quando arriva, è un processo faticoso, fatto di scuse sussurrate, di lacrime che scendono silenziose, di oggetti (gli effetti personali del marito violento) che vengono finalmente gettati via, come a voler esorcizzare un passato che non deve più imprigionare il futuro.
Un elemento affascinante del film è il modo in cui intreccia la grande Storia della violenza di genere con le micro-storie delle sue protagoniste.
In sottofondo, spesso proveniente da un televisore acceso, si sentono notizie di cronaca: donne scomparse, aggressioni, processi. Non è un dettaglio gratuito, ma un modo per ancorare il dramma privato di Gyeong-ah e Yeon-soo a un contesto sociale più ampio. Suggerisce che ciò che accade a loro non è un incidente isolato, ma il sintomo di una malattia culturale, di una società che è sorprendentemente impietosa nel giudicare le vittime, colpevoli di non essersi “comportate come si deve”. Il film smonta questo meccanismo perverso: dalla riunione scolastica che indaga ipocritamente sulla vita sessuale degli studenti, all’atteggiamento della polizia che prepara Yeon-soo al peggio, fino alle pressioni per un patteggiamento che dovrebbe ristabilire un ordine sociale senza però fare vera giustizia.
A dare corpo e anima a questa complessa architettura narrativa sono le interpretazioni delle due attrici protagoniste. Kim Jung-young, un volto noto della scena teatrale e cinematografica coreana, offre una performance che è un magistrale studio di carattere. La sua Gyeong-ah non è mai un personaggio a una dimensione. Il suo volto, solcato dalla fatica, è in grado di esprimere in una sola inquadratura emozioni diverse: dalla durezza più severa alla vulnerabilità più struggente.
Al suo fianco, Ha Yoon-kyung, attrice rivelazione già nota al pubblico internazionale per il suo ruolo nella serie Hospital Playlist, conferma il suo talento cristallino. La sua Yeon-soo non si arrende, lotta con le unghie e con i denti per riprendersi la sua vita, anche quando tutto sembra remarle contro. La sua richiesta disperata di essere compresa, più che di essere consolata, è uno dei momenti centrali del film. Così come lo è la sua scelta, dolorosa ma determinata, di lottare per un principio anziché accettare un risarcimento che non lenirebbe il suo trauma.
Ciò che rende Gyeong-ah’s Daughter un film degno di nota non è solo la sua potenza drammatica, ma anche il suo essere un oggetto culturale necessario.
Non si limita a denunciare un crimine odioso, ma lo usa come uno specchio per riflettere dinamiche relazionali e psicologiche più profonde. Parla dell’eredità del trauma, di come il dolore non elaborato si trasmetta di generazione in generazione, avvelenando anche i rapporti più puri. Parla della colpa, sia quella reale di chi compie il male, sia quella interiorizzata dalle vittime che, come Gyeong-ah, sono state educate per tutta una vita a credere di essere la causa della violenza che subiscono. E, infine, parla di un’ipotetica, fragile ma possibile via di uscita. Ovvero il riconoscimento reciproco del dolore, la forza di chi ha il coraggio di dire “non è stata colpa tua”, e la scelta radicale di smettere di incolparsi per poter finalmente iniziare a vivere.
Il finale, sospeso e aperto, è la logica conclusione di questo percorso. Non offre facili soluzioni, né lieti fine preconfezionati. Lascia lo spettatore con un groppo in gola e una sensazione di commozione trattenuta. La telefonata che chiude il film, con quella domanda piena di speranza e di paura (“verrai a farmi visita?”), è un inno alla possibilità di ricostruire ciò che è stato distrutto, mattone dopo mattone. Gyeong-ah’s Daughter invita pertanto a un ascolto profondo, all’unica forma di comunicazione capace di sanare le ferite più invisibili.


Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.