


In Crypto Man è il 1998 e una sciamana avverte Ok-ja (So Hee-jung) che suo figlio Do-hyeon è posseduto da uno spirito ingordo e stupido e che, per garantirgli un futuro, dovrà portarlo a sud del fiume, nel prestigioso distretto scolastico di Daechi-dong. Spinta da questa profezia, Ok-ja, un’infermiera, trasferisce fittiziamente la residenza del figlio, falsificando i documenti per inserirlo in un quartiere con le scuole migliori.
Anni dopo, nel 2009, Do-hyeon (Song Jae-rim) frequenta il liceo e si prepara agli esami con un unico obiettivo: entrare in un’università prestigiosa. Vive però in un quartiere popolare e rode di invidia per Sang-soo (Son Seung-beom), un compagno di classe agiato che gira in Mercedes e riceve aiuti statali grazie a una disabilità. Quando Do-hyeon perde il posto all’Università di Berkeley a favore di Sang-soo, e proprio perché quest’ultimo è disabile, lo affronta infuriato: “Essere disabile non ti rende speciale. Perché uno ricco come te riceve aiuti dallo Stato?”. Sang-soo, con fare inquietante, si alza dalla carrozzina e gli risponde: “Devo essere all’altezza delle aspettative”. Do-hyeon comincia così a intuire le falle di un sistema che premia chi lo sa manipolare.
Riuscito a entrare all’Università, facoltà di Business and Management, Do-hyeon incontra Kang Ji-woo (An Woo-yeon) a un colloquio per un club che aiuta gli studenti a diventare CEO.
Ji-woo è un abile programmatore, entrato grazie al supporto statale per chi proviene da zone rurali. Tra i due nasce un’intesa: Do-hyeon è carismatico e ambizioso, Ji-woo è la mente tecnica. Do-hyeon lo mette però subito in disparte, convinto che Ji-woo non sia all’altezza delle sue aspettative. Quando Ji-woo scopre per caso che la madre di Do-hyeon è un’infermiera e non un chirurgo plastico come l’amico ha sempre raccontato per nascondere le sue umili origini, e che l’ha persino scambiata per la governante, si rende conto della rete di bugie in cui l’amico vive. Inoltre, Ok-ja scopre che il figlio ha strappato tutte le foto con lei.
Nel 2012 il governo stanzia 1,4 miliardi di dollari per il supporto all’imprenditoria giovanile.
Do-hyeon e Ji-woo aiutano Kyeong-jin (Cha Jung-won), una studente senior, a truccare i conti della sua startup per nascondere un viaggio di piacere in Francia e farlo passare per una conferenza di lavoro. Capiscono così la facilità con cui si possono manipolare i fondi pubblici e iniziano a fare lo stesso: ripuliscono scontrini, gonfiano giustificativi e incassano finanziamenti per startup destinate a fallire.
Nonostante i fallimenti, la loro strategia attira l’attenzione di Kevin Kim (Min Sung-wook), CEO della piattaforma blockchain “Bitin House”. Kevin investe su di loro perché, pur essendo giovani, sanno come muoversi nel sistema. Insegna a Do-hyeon la sua filosofia: “Per quelli che sono ossessionati dal fare soldi, basta dargli l’illusione che li stiamo facendo guadagnare noi per loro. I soldi iniziano a moltiplicarsi da soli, come una fotocopiatrice”. Nasce così “MOMMY Coin”, una criptovaluta che in breve tempo raggiunge una capitalizzazione di 5 milioni di dollari, diventando la quinta più grande al mondo.

Titolo Originale
폭락 (pok-rak)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Harry Hyun
Interpreti
Song Jae-rim, An Woo-yeon, Min Sung-wook, So Hee-jung, Cha Jung-won, Son Seung-beom, Park Joon-seon, Yoon Jong-won, Kim Do-hyeong, Lee Hye-yeon
Corea del Sud, 2024, 101′

Crypto Man di Harry Hyun racconta l’ambizione smodata di chi ha falsificato la propria vita pur di essere all’altezza delle aspettative.
La regista Harry Hyun, al suo esordio nel lungometraggio, sceglie di raccontare la vertigine delle criptovalute non come un thriller finanziario. Piuttosto come un dramma umano sull’identità, sulla vergogna e sul bisogno feroce di diventare qualcun altro. E lo fa prendendo spunto da un episodio realmente accaduto. Il risultato è un’opera che spiazza per la sua sobrietà, che rifiuta le lusinghe del cinema di intrattenimento per abbracciare un registro asciutto. Affida la sua forza non ai colpi di scena, ma all’accumulo progressivo di dettagli rivelatori.
La Corea del Sud che Crypto Man mette in scena è un paese in cui il successo non è un’opzione ma un imperativo, e in cui la distanza tra chi ce l’ha fatta e chi no si misura in quartieri e in scuole frequentate. Daechi-dong, il distretto delle migliori scuole, è il miraggio che muove la madre di Do-hyeon fin dalla prima scena. Una sciamana infatti le dice che il figlio è posseduto da uno spirito ingordo e stupido e che l’unico modo per salvarlo è portarlo lì.
È una scena che contiene già tutto il film, anche se lo spettatore non può saperlo ancora. Do-hyeon rincorrerà quella salvezza che la madre voleva garantirgli. Ma essendo ingordo e stupido come il padre finirà con l’ottenere l’esatto contrario.
Ciò che Hyun mette al centro in crypto man non è la truffa in sé, ma il momento in cui il protagonista decide che la realtà non è all’altezza delle aspettative, e che quindi va falsificata.
Questo momento, nel film, ha un luogo preciso: l’aula del liceo in cui Do-hyeon affronta Sang-soo, il compagno di classe ricco e disabile che gli ha soffiato immeritatamente il posto a Berkeley. Do-hyeon è furioso, si sente derubato di un futuro che gli spettava di diritto, e accusa Sang-soo di essere un privilegiato che ruba aiuti statali. Poi Sang-soo si alza dalla carrozzina, rivela che la sua disabilità è finta, e dice la frase che diventerà il mantra di Do-hyeon per il resto della sua vita: “Devo essere all’altezza delle aspettative”. Non c’è vergogna nella voce di Sang-soo, non c’è senso di colpa. C’è la lucida consapevolezza che il mondo funziona così. Le aspettative vanno soddisfatte a qualsiasi costo. La verità è un optional che ci si può permettere solo quando non interferisce con la scalata sociale.
Do-hyeon non reagisce con sdegno morale. Non denuncia Sang-soo, non si straccia le vesti. Sta zitto, incassa, impara. Ha appena capito che la sua rabbia non serve a nulla. L’invidia è un sentimento da perdenti. L’unica cosa che conta davvero è diventare abbastanza bravo da poter falsificare anche lui la propria vita senza essere scoperto. È il momento in cui il personaggio varca la soglia.
Da qui in poi, la parabola di Do-hyeon è un esercizio di coerenza maniacale.
Si iscrive alla facoltà di Business and Management. Entra in un club per aspiranti CEO. Mente sulla professione della madre dicendo che è chirurgo plastico invece che infermiera. E comincia a costruire la sua immagine pubblica con la stessa cura con cui un architetto costruisce un edificio sapendo che le fondamenta sono marce. È un tratto che lo accomuna a molti personaggi del cinema sull’ambizione, ma che Hyun declina in modo originale. Do-hyeon non è un genio. È brillante, ma non ha l’intuizione rivoluzionaria che cambia le regole del gioco. È un giovane che ha capito che il carisma è una merce che si può acquistare con abbastanza menzogne.
Il suo idolo è Steve Jobs, di cui ha un poster appeso alla parete della sua stanza fin dai tempi del liceo.
Ma non quello che rivoluzionava il mondo con il suo genio intuitivo. Piuttosto, quello che si affidava tecnicamente a Steve Wozniak. Quello delle presentazioni sul palco, che indossava dolcevita neri e sapeva incantare il pubblico con il marketing. Quello che sembrava poter vendere qualsiasi cosa semplicemente raccontandola nel modo giusto. E Do-hyeon ha interiorizzato talmente lo “Stay hungry, stay foolish”, da materializzarlo nella sua visione di Sang-soo.
L’incontro con Kang Ji-woo, il programmatore che diventerà il suo socio, il suo Wozniak, è l’altro passaggio chiave. Anche Ji-woo è proveniente da una famiglia di origini modeste, di cui però, non se ne vergogna. Al contrario di Do-hyeon, che finirà col metterlo in disparte dopo averlo usato per le sue doti di programmatore. Come nelle foto di gruppo, dove Ji-woo è sempre fuori fuoco. Nelle riunioni è quello che parla meno. Nelle decisioni è quello che viene consultato dopo. E quando scopre che Do-hyeon ha mentito su tutto, anche sulla madre, finirà col distaccarsi dal socio, ancor prima di essere estromesso dall’azienda.
La madre, Ok-ja, è il personaggio più tragico del film. È un’infermiera che ha passato la vita a curare gli altri. Ha falsificato i documenti per dare al figlio un’istruzione migliore. Ha accettato di passare per domestica pur di non metterlo in imbarazzo davanti agli altri. Quando scopre che Do-hyeon ha strappato tutte le foto in cui compariva, la sua reazione è un dolore profondo. Capisce che Do-hyeon vuole che lei non esista, che il quartiere popolare in cui è cresciuto sparisca dalla sua biografia.
L’ingresso in scena di Kevin Kim prepara il crollo (titolo originale di crypto man) in seguito all’ascesa vertiginosa.
Kim è il mentore che Do-hyeon stava aspettando, il padre simbolico che gli insegna la lezione definitiva: “Per quelli che sono ossessionati dal fare soldi, basta dargli l’illusione che li stiamo facendo guadagnare noi per loro. I soldi iniziano a moltiplicarsi da soli, come una fotocopiatrice”.
MOMMY Coin nasce in questo contesto. Il film dedica alla sua ascesa lo spazio minimo indispensabile, perché non è lì che sta il cuore del racconto. Hyun è più interessata a mostrare cosa succede quando la moneta comincia a vacillare, quando la SEC avvia le indagini. Do-hyeon sa che sta mentendo, sa che la moneta non ha alcun valore reale, sa che i fondi di riserva non esistono.
Ma non può fermarsi, perché fermarsi significherebbe ammettere che tutto quello che ha costruito è falso. Ammetterlo significherebbe guardare in faccia la verità che ha passato la vita a fuggire. Ovvero che lui non è il CEO visionario che ha raccontato di essere. Ma è piuttosto il figlio di un’infermiera di cui si vergogna, il ragazzo del quartiere popolare che voleva studiare a Daechi-dong, il giovane che ha vinto i concorsi per startup perché aveva capito come truccare le carte.
Il confronto finale tra Do-hyeon e Kevin Kim è il momento in cui tutte le tensioni accumulate esplodono.
Kim vuole staccare la spina, Do-hyeon no. Kim gli ricorda che i soldi di MOMMY Coin non sono veri, che li ha creati lui dal nulla, e che ora bisogna fermarsi prima di finire in prigione. Do-hyeon risponde con la stessa frase che aveva sentito da Sang-soo anni prima: “Devo essere all’altezza delle aspettative”. Solo che ora quella frase ha cambiato significato. Non è più la giustificazione di un truffatore, è il grido di qualcuno che si è perso così a fondo nella propria menzogna da non sapere più chi è.
Kim lo guarda e gli dice che hanno scelto lui proprio perché era un fallito, perché aveva collezionato fallimenti su fallimenti, perché era il candidato perfetto per un progetto che doveva fallire. Do-hyeon, che aveva passato la vita a credere di essere l’eccezione, scopre di essere stato la regola: un ingranaggio in una macchina più grande di lui, un burattino manovrato da qualcuno che sapeva esattamente come sarebbe andata a finire.
crypto man si chiude con Do-hyeon in fuga, braccato dalle richieste di estradizione di Stati Uniti e Corea del Sud
Kevin Kim viene assolto da tutte le accuse perché era Do-hyeon a prendere tutte le decisioni. È un finale che lascia l’amaro in bocca, ma che è perfettamente coerente con tutto quello che Hyun ha raccontato fino a quel momento: il sistema non punisce chi lo manipola dall’alto, punisce chi si sporca le mani in basso. E Do-hyeon, che aveva cominciato la sua scalata convinto di poter diventare uno di quelli che guardano gli altri dall’alto in basso, scopre di essere sempre rimasto in basso, con le mani sporche e nessuno disposto a sporcarsele al posto suo.
Poi arriva la rivelazione su Sang-soo.
L’avvocato di Do-hyeon, ormai in fuga all’estero, gli racconta che quel vecchio compagno di classe non è mai esistito. Forse era una proiezione, un fantasma mentale, la forma che Do-hyeon aveva dato alla propria invidia per tutto ciò che non poteva permettersi, partorito da una mente che aveva bisogno di un nemico per giustificare la propria rabbia.
E la frase che Sang-soo gli aveva detto alzandosi dalla carrozzina, “Devo essere all’altezza delle aspettative” probabilmente l’aveva detta a sé stesso. Era la voce della sua stessa ossessione che prendeva corpo. Non è un caso che il film si chiuda con Do-hyeon su una sedia a rotelle, quasi a identificarsi con il fantasma (Sango-soo è sempre ripreso di spalle, come una figura inquietante) del suo arrivismo.
Come in The Social Network di David Fincher, crypto man racconta la nascita di un impero digitale fondato su un’idea che cambia le regole del gioco.
Ed entrambi lo fanno attraverso la lente di un processo giudiziario che incombe come una spada di Damocle sul presente della narrazione. In entrambi i casi, il protagonista è un giovane outsider che trasforma un’intuizione in una piattaforma capace di attrarre milioni di utenti e miliardi di dollari, e che finisce per scontrarsi con le persone che lo hanno accompagnato nella scalata. Mark Zuckerberg e Yang Do-hyeon condividono un certo grado di inadeguatezza sociale e una determinazione feroce che non arretra di fronte a nulla. Entrambi finiscono isolati, soli, circondati da avvocati e nemici, dopo aver perso per strada l’unico amico che avevano.
Ma The Social Network è attraversato da una nostalgia implicita per l’amicizia perduta tra Mark ed Eduardo Severin, e il suo finale malinconico suggerisce che il successo ha avuto un costo umano che forse non ne valeva la pena. Crypto Man invece non ha nostalgia di niente, perché non c’è mai stata una vera amicizia da rimpiangere. Do-hyeon ha usato Ji-woo fin dall’inizio, e Ji-woo lo ha capito troppo tardi. Il finale del film non è malinconico, è desolante. Non c’è un Mark Zuckerberg che guarda lo schermo del computer sperando che l’ex accetti la sua richiesta di amicizia. C’è solo un uomo in fuga, che ha una montagna di soldi ma non potrà mai finire su Forbes.
Ed è impossibile, arrivati a questo punto, non guardare l’ultima inquadratura di Do-hyeon con uno sguardo diverso, sapendo che a prestargli il volto è stato Song Jae-rim, morto suicida poco dopo la realizzazione di crypto man.
Quella figura sola, smarrita, in fuga in un nonluogo senza identità, finisce per sovrapporsi in modo inquietante alla realtà, aggiungendo al film un livello di lettura che Harry Hyun non poteva prevedere, ma che oggi risuona con una forza dolorosa. Il corpo dell’attore, già così trattenuto, così contratto per tutta la durata del racconto, sembra caricarsi a posteriori di un peso ulteriore. Non è più soltanto il ritratto di un uomo che ha perso sé stesso dentro una menzogna, ma l’immagine di una fragilità che trabocca dallo schermo e si deposita nello spettatore.
Come in The Social Network, il percorso di ascesa tecnologica si chiude in solitudine, che è il vero prezzo del successo. Ma se Fincher lasciava uno spiraglio di malinconia umana, Crypto Man non concede alcuna consolazione. Non c’è amicizia da rimpiangere, non c’è amore da recuperare, non c’è passato a cui tornare. C’è soltanto un uomo che ha passato la vita a voler essere all’altezza delle aspettative della società, fino a smarrire completamente la propria.
Il film, allora, finisce per parlare di qualcosa che va oltre la truffa, oltre le criptovalute, oltre la critica sociale. Parla del momento in cui l’identità diventa una performance continua, e del rischio mortale che si corre quando non si è più capaci di distinguere tra ciò che si è e ciò che si finge di essere.
L’ultima immagine non è quella di un colpevole braccato, ma quella di una persona che non ha più un posto nel mondo. E forse è proprio qui che Crypto Man trova la sua verità più amara: non nel denaro inventato, non nelle menzogne raccontate, ma nel vuoto che rimane quando si è cercato per tutta la vita di essere qualcun altro, scoprendo troppo tardi di non essere mai stati nessuno.


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