


In Helpless Geun-sung (Heo Ji-won) è un rappresentante di strumenti chirurgici, un lavoro grigio e umiliante. Inoltre è il peggiore del suo team: non sa intrattenere i clienti e viene regolarmente superato dal collega Park (Lee Yo-seob), che pur di chiudere un contratto si traveste perfino da cavallo bianco per divertire un medico eccentrico. Il capo (Heo Jung-do) glielo dice chiaramente: “Come puoi vendere, se non sai intrattenere?”
È quello che però Geung-sung tende a fare, sempre infruttuosamente, nel privato, quando alla guida della sua auto sembra parlare da solo, ma in realtà si riprende in diretta streaming. Si scaglia contro le generazioni precedenti che “pensano di sapere tutto”, litiga con i suoi tre spettatori, li accusa di essere noiosi, finché gli spettatori diventano zero.
Schiacciato dai debiti del padre e umiliato dal lavoro, accetta di partecipare a una rimpatriata scolastica su consiglio di un amico, al fine di ottenere un prestito da Pink Jong-man (Nam Yeon-woo). Costui è un ex compagno, ora celebre YouTuber, famoso per le sue dirette sopra le righe e la parrucca rosa.
A scuola, però, il vero talento comico era Geun-sung. Ora invece è Jong-man la “leggenda”.
Durante il raduno, in cui si esibisce in una live streaming, Jong-man lo deride definendolo noioso. Finita la live, tolta la parrucca, si mostra cinico e disilluso: la vita è dura per tutti, anche per lui. Geun-sung, ubriaco, gli propone una collaborazione per sfruttarne la notorietà e diventare virale. Non chiede soldi, chiede visibilità. Jong-man rifiuta, consigliandogli piuttosto di trovare un lavoro stabile.
Quella notte, però, un ubriaco Geun-sung accusa in diretta Jong-man di averlo bullizzato ai tempi della scuola. Il video esplode online come contenuto sensazionalistico. Il pubblico si accende, si scatena perfino un dibattito grottesco sui dettagli intimi di Jong-man, e altri streamer cavalcano lo scandalo.
Geun-sung viene licenziato dopo che il capo vede la diretta in cui lo insulta. Dal’altra parte la sua popolarità cresce in modo malsano. Inizia a fare dirette degradanti per ottenere donazioni, fino a bere liquidi disgustosi in cambio di “coins”.
Successivamente entra in scena Ko Mi-jeong (Go Won-hee), ex trainee idol che accusa Jong-man di violenza domestica. Propone a Geun-sung una collaborazione per condividere rivelazioni scioccanti su Jong-man e dividere le donazioni. E il successo arriva di conseguenza.
Intanto Jong-man viene travolto da altri scandali (un video in cui maltratta un tassista) e la sua immagine crolla, paradossalmente aumentando ancora gli iscritti. Propone a Geun-sung una collaborazione basata su insulti reciproci e finte rivalità, e gli fa capire come Mi-jeong lo stia solo usando per acquisire visiblità.

Titolo Originale
개그맨 (gae-geu-maen)
Genere
Drammatico, Commedia
Regia e Sceneggiatura
Jeon Seung-pyo
Interpreti
Heo Ji-won, Nam Yeon-woo, Go Won-hee, Park Se-jun, Heo Jung-do, Lee Yo-seob, Jang Myung-kab, Kim Jong-tae, Park Sang-yoon, Lee Do-hee
Corea del Sud, 2023, 85′

Helpless è una feroce satira sul narcisismo digitale, sull’umiliazione come spettacolo e su una società in cui il confine tra vittima e carnefice, verità e performance, vita e contenuto è ormai definitivamente crollato.
È un film che non invita alla compassione né al giudizio morale, ma al riconoscimento. Non ci chiede di prendere posizione dall’esterno, bensì di accorgerci di quanto siamo già dentro quel meccanismo. In superficie adotta i toni della commedia nera, ma sotto l’ironia scorre un discorso durissimo sulla riduzione dell’essere umano a prodotto, sull’identità trasformata in flusso economico, sull’algoritmo che non si limita a organizzare la visibilità ma colonizza l’intera esistenza.
Non è semplicemente la storia di individui che vogliono diventare virali: è il ritratto di una collettività che ha interiorizzato la logica della piattaforma come unica metrica di valore. L’umiliazione diventa valuta corrente, il fallimento intrattenimento condiviso, la degradazione una strategia di posizionamento.
In questo senso il film dialoga implicitamente con Gagman di Lee Myung-se, di cui condivide il titolo originale, che già raccontava l’aspirazione disperata a entrare nel mondo dello spettacolo attraverso la figura marginale del comico. Ma se in quell’opera sopravviveva un’idea romantica e malinconica di cinema come spazio di sogno e di riconoscimento artistico, qui l’orizzonte è radicalmente mutato: non si cerca più l’arte, si cerca la visibilità. Non c’è nostalgia cinefila, non c’è mitologia dell’industria culturale. C’è l’algoritmo, una macchina fredda che non distingue tra talento e degrado purché producano interazione. Eppure un punto in comune resta: il performer come ultimo argine contro l’invisibilità sociale. Diventare “gagman” non è una scelta estetica, ma un atto di sopravvivenza simbolica.
Helpless colpisce anche perché rifiuta la semplificazione del nemico unico.
Non esiste un antagonista unico da sconfiggere, né un burattinaio nell’ombra. Il sistema è diffuso e pervasivo. Vive nel pubblico che commenta, dona e insulta, pagando persino per farlo. È nei protagonisti che, schiacciati tra precarietà economica e frustrazione personale, finiscono per accettare la logica distorta della viralità. È nella piattaforma stessa, progettata per premiare l’eccesso e ignorare la normalità, come in Streaming di Jo Jang-ho. In questo universo l’ordinario non ha spazio: o sei interessante o sei invisibile. E l’invisibilità è peggiore del fallimento, perché coincide con la cancellazione.
La visibilità in Helpless non è più uno strumento per esprimersi: è il fine ultimo. Non si cerca fama per comunicare qualcosa, ma per certificare la propria esistenza. Quando gli spettatori scendono da tre a zero non si tratta di una semplice fluttuazione numerica, ma di un annullamento ontologico. Essere guardati significa essere riconosciuti; non esserlo significa non essere nessuno. È in questa trasformazione che la commedia nera si fa tragedia esistenziale. L’ossessione per il contatore non è solo un capriccio narcisistico, ma forma di sopravvivenza psicologica.
I personaggi arrivano allo streaming spinti da un capitalismo della disperazione che il film osserva con lucidità quasi documentaristica. Alle loro spalle ci sono lavori che garantiscono un reddito minimo ma erodono lentamente ogni senso di realizzazione personale: impieghi che permettono di restare a galla ma svuotano la prospettiva di significato. La piattaforma si presenta allora come un ascensore sociale alternativo, una via d’uscita dall’anonimato e dalla stagnazione. Diventare streamer è la promessa di riscattare un’esistenza percepita come sprecata, e di trasformare la marginalità in capitale simbolico.
In questo quadro le maschere assumono un ruolo centrale.
La parrucca rosa di Jong-nam e gli occhiali da sci di Geun-sung non sono semplici accessori scenici, diventano dispositivi identitari. All’inizio sembrano strumenti dietro cui nascondere frustrazioni e insicurezze, filtri caricaturali per rendersi più memorabili. Ma progressivamente si trasformano in estensioni stabili di chi li indossa. La maschera non copre un “vero io” autentico e intatto, lo sostituisce. Quando la vita si trasforma in una live continua, non esiste più un fuori scena. Jong-nam arriva perfino a un raduno con gli amici camminando all’indietro per riprendersi, incapace di concepire un momento che non sia immediatamente convertito in contenuto. La sua vita privata diventa lavoro, la spontaneità un materiale da ottimizzare.
Emblematico è il suo sguardo quando si toglie la parrucca rosa. Per un istante riemerge un volto più serio, più stanco: un’espressione che suggerisce la distanza tra il personaggio performativo e l’uomo che tenta di tornare a una normalità non dedita allo spettacolo. Ma quell’istante è fragile, precario. La maschera, ormai, è diventata parte integrante dell’identità. Non c’è più un confine netto tra performance e vita: la performance ha colonizzato la vita stessa. Lo stesso vale per Geun-sung, i cui occhiali da sci, nati come segno distintivo, si trasformano in schermo permanente, barriera simbolica che lo separa dal mondo e al tempo stesso lo espone costantemente al giudizio altrui.
Helpless demolisce così l’idea rassicurante di autenticità.
Non esiste un “vero io”, nascosto sotto la performance, che attende di essere liberato. La maschera non nasconde qualcosa di puro; è l’unica identità rimasta. Essere maturi, dice Jong-man, non è una questione di età, ma di saper fingere di stare bene, di essere deboli, di essere ridicoli: tutto è strategia. L’autenticità è inefficiente perché non produce abbastanza reazioni. In questo senso Helpless è anche una riflessione amarissima sull’evoluzione del lavoro creativo: l’artista o l’aspirante tale non è più chiamato a esprimere un mondo interiore, ma a modulare la propria immagine in funzione della risposta immediata del pubblico.
La verità stessa perde consistenza. Un evento è rilevante non per la sua veridicità, ma per la sua capacità di generare engagement. Lo dimostra con lucidità Mi-jeong, che inscena un’apparente commozione ricordando il passato e abbandona la live al culmine del pathos, salvo poi spiegare a Geun-sung che l’attesa è una strategia: bisogna lasciare gli spettatori in sospeso, tenerli sulle spine, perché l’assenza momentanea produce donazioni. L’emozione non è più esperienza, ma leva di monetizzazione. Anche il silenzio diventa calcolo.
Inoltre, l’efficacia sostituisce la moralità. Se qualcosa produce visualizzazioni, allora funziona; e se funziona, diventa giustificabile. È qui che la cultura della cancellazione trova terreno fertile: la caduta è più redditizia dell’ascesa, lo scandalo più produttivo del successo. Essere odiati può diventare una strategia di crescita, purché si sappia convertire l’ostilità in traffico.
È esattamente ciò che suggerisce Mi-jeong a Geun-sung: non scusarsi con Jong-man, non rinnegarsi, non interrompere la performance. Continuare lo show, anche nella tempesta, perché ogni reazione è capitale. Ritirarsi significherebbe perdere visibilità oltre alla reputazione; resistere, invece, può almeno garantire le risorse necessarie per difendersi, perfino per pagare un avvocato. In questa logica la sopravvivenza non passa attraverso l’innocenza, ma attraverso l’esposizione.
Il pubblico partecipa attivamente alla gogna mediatica, paga per assistervi, e così facendo alimenta il ciclo.
Ed è dotato di un potere assoluto. È instabile, mutevole, pronto a sostenere e subito dopo a distruggere. Non esiste memoria etica, solo un eterno presente algoritmico. Il film non permette allo spettatore di sentirsi esterno a questo meccanismo: siamo parte di quel flusso di commenti, di quel desiderio di assistere alla caduta altrui.
La progressione verso forme sempre più estreme di spettacolarizzazione appare allora inevitabile. Se l’attenzione richiede soglie sempre più alte, ogni limite è destinato a essere superato. L’umiliazione diventa investimento, la minaccia contenuto, l’atto potenzialmente criminale “oro” in termini di visibilità. La distinzione tra reato e performance si assottiglia fino a sparire. La moralità è subordinata alla capacità di generare reazione.
Alla fine non resta una morale consolatoria, ma un senso di vuoto.
Helpless funziona come uno specchio opaco che riflette la nostra stessa complicità. E nel confronto ideale con Gagman emerge la frattura più dolorosa: se un tempo il sogno dello spettacolo poteva essere una via fragile verso un altrove creativo, oggi lo spettacolo è l’ultima risorsa per sfuggire a un’esistenza lavorativa alienante. Non per realizzarsi artisticamente, ma per non essere inghiottiti dall’irrilevanza. Il live streaming non offre vie di fuga, solo la possibilità di restare a galla dentro il flusso. Ed è proprio questa lucidità senza conforto, questa rappresentazione della maschera che diventa volto e della vita che diventa diretta perpetua, a rendere Helpless un’opera tanto scomoda quanto necessaria.


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