


In Colony, la professoressa Kwon Se-jeong (Jun Ji-hyun) riceve l’invito a partecipare a una conferenza dedicata alle biotecnologie all’interno di un moderno grattacielo di Seoul. Kang U Cheol (Kim Jong-tae), CEO della Chains Bio espone i risultati della sua ricerca sull’intelligenza collettiva e la connessione cognitiva nei microrganismi fungini. Terminato il suo speech, Han Gyoo-seong (Go Soo), ex marito di Se-jeong, invita quest’ultima, disoccupata, a raccomandarsi a Kang.
E proprio mentre la donna sta per avvicinarlo, il ricercatore Seo Yeong-cheol (Koo Kyo-hwan) inietta al CEO una sostanza che lo rende uno zombie. Nel giro di pochi minuti Kang propaga l’infezione, che dilaga costringendo la polizia a intervenire e a mettere l’edificio in quarantena. Intanto Se-jeong e Gyoo-seong cercano riparo in un negozio del centro commerciale all’interno del grattacielo. Ad unirsi a loro vi sono la guardia di sicurezza Hyeon-seok (Ji Chang-wook) e la sorella paraplegica Choi Hyeon-hee (Kim Shin-rok).
Insieme ad altri sopravvissuti salvano un gruppo di ragazzi.
Ma per uscire vivi dal grattacielo devono salire all’ultimo piano. Tuttavia i soccorsi arriveranno solo nel caso in cui riusciranno a portare con loro Yeong-cheol, che si rivela essere l’unico antidoto all’agente patogeno.
Nel frattempo Gong Seol-hee (Shin Hyun-been), moglie di Gyoo-seong, scopre gli esperimenti condotti da Yeong-cheol su una colonia di scimmie. Come gli esseri umani dentro il grattacielo, queste manifestano comportamenti aggressivi finché non viene ucciso l’esemplare che ha dato origine all’infezione. Il piano della polizia è pertanto quello di eliminare Kang U Cheol, in modo da poter prelevare in sicurezza l’antidoto Yeong-cheol e i sopravvissuti.

Titolo Originale
군체 (gun-che)
Regia
Yeon Sang-ho
Sceneggiatura
Choi Kyu-sok, Yeon Sang-ho
Interpreti
Jun Ji-hyun, Koo Kyo-hwan, Ji Chang-wook, Shin Hyun-been, Kim Shin-rok, Go Soo, Lee Joong-ok, Lee Dam-hee, Lee Hyun-kyun, Kim Jae-rok, Lee Kang-wook
Corea del Sud, 2025, 122′

Dopo Seoul Station, Train To Busan e Peninsula, Yeon Sang-ho torna all’universo zombesco che l’ha reso celebre con Colony, un horror che aggiunge al contagio l’incubo di una mente collettiva, riflettendo sull’incomunicabilità e sulla progressiva disgregazione della società.
Se Train To Busan utilizzava l’epidemia per denunciare l’egoismo della società contemporanea e Peninsula raccontava il collasso morale di un mondo ormai privo di regole, Colony sposta il discorso su un terreno ancora diverso. Il vero orrore non è rappresentato soltanto dagli zombie, ma dall’idea che l’individualità possa essere cancellata in favore di una coscienza condivisa, capace di eliminare ogni forma di incomprensione al prezzo della libertà personale.
Un’idea che richiama inevitabilmente la serie Pluribus, nella quale gli esseri umani vengono assimilati da una coscienza collettiva di origine extraterrestre. Tuttavia in Colony non stiamo parlando di umani, ma di zombie, per cui è già difficile riscontrare briciole di coscienza di sé stessi, figuriamoci il libero arbitrio, ridotto a mero istinto famelico. Inoltre l’agente che governa le loro azioni non è affetto alieno, ma umanissimo.
A manovrarli come marionette è infatti un calmo e inquietante Seo Yeong-cheol, interpretato da un azzecatissimo Koo Kyo-hwan, lo stesso antagonista del precedente Peninsula, dello stesso regista. Come il virus di Pluribus, anche Yeong-cheol è mosso da “nobili” principi, ovvero voler porre rimedio alla “cattiva comunicazione”. Ma come nella serie di Vince Gilligan, il contagio non nasce certo su scelta volontaria. E l’azione di Yeong-cheol è del tutto paragonabile a quella di un manipolatore che influenza le masse.
Gli infetti, che regrediscono a uno stato primitivo, ben raffigurato dalla postura a carponi, caratteristica dei neonati e del primati, diventano i ricettori perfetti di un imprinting acritico. Come nelle moderne guerre ibride, nelle quali bot, fake news e campagne di influenza cercano di orientare un’opinione pubblica malleabile manipolando la percezione della realtà, Yeong-cheol trasforma gli zombie in una folla che reagisce ai suoi comandi senza più autonomia.
La natura stessa di questa colonia richiama inevitabilmente il Mind Flayer di Stranger Things.
Anche in quel caso i demogorgoni non agiscono come individui autonomi, ma come estensioni di un’unica coscienza che osserva il mondo attraverso i loro occhi. Yeong-cheol svolge una funzione analoga: grazie al legame instaurato con gli infetti è in grado di percepire ciò che essi vedono, anticipare le mosse dei sopravvissuti e coordinare gli attacchi anche quando viene immobilizzato o privato della vista. Lo zombie smette così di essere una semplice creatura istintiva e diventa parte di un organismo intelligente, capace di apprendere e adattarsi.
Vi è poi un richiamo a The Last of Us che appare evidente per la presenza di un organismo fungino capace di collegare gli infetti.
Yeon Sang-ho, tuttavia, attribuisce al fungo una funzione diversa rispetto al Cordyceps creato da Neil Druckmann. Se in The Last of Us il micelio rappresenta soprattutto una rete biologica attraverso cui il parassita comunica e si propaga, in Colony il fungo diventa il presupposto di una coscienza collettiva che mira ad annullare ogni residuo di individualità. L’interesse non è tanto l’evoluzione biologica del contagio, quanto la trasformazione sociale che esso rende possibile.
Non sorprende che Yeon Sang-ho scelga proprio un fungo come veicolo del contagio. Il micelio, ovvero la rete di filamenti che costituisce la parte vegetativa dei funghi, collega vaste porzioni dell’organismo e permette lo scambio di segnali e sostanze all’interno dell’ecosistema. Trasformando questa caratteristica biologica in un espediente narrativo, il regista immagina una società nella quale gli individui cessano di esistere come coscienze autonome per diventare semplici nodi di una rete collettiva. Il fungo non rappresenta quindi soltanto l’origine dell’infezione, ma il simbolo stesso di una comunicazione assoluta che annulla ogni differenza individuale.
Se Yeong-cheol governa la colonia attraverso una rete biologica, Yeon Sang-ho suggerisce che esistono forme di manipolazione ancora più pervasive, capaci di stimolare anche una massa privata di ogni coscienza critica.
Non è un caso che gran parte della vicenda si svolga all’interno di un centro commerciale, uno spazio costruito proprio per catturare l’attenzione attraverso insegne luminose, schermi e pubblicità.
Gli zombie vengono irresistibilmente attratti da questi stimoli visivi, quasi fossero incapaci di distinguere ciò che merita davvero attenzione da ciò che è stato progettato per reclamarla. È un’immagine che richiama inevitabilmente Dawn of the Dead di George A. Romero, dove il centro commerciale rappresentava il tempio del consumismo in cui gli zombie entravano perché guidati dalla memoria automatica delle proprie abitudini materialistiche. Yeon Sang-ho riprende quella stessa ambientazione, ma ne aggiorna il significato. Oggi non sono più soltanto le merci a contendersi il nostro sguardo, bensì un flusso continuo di immagini, notifiche e contenuti che competono per conquistare ogni istante della nostra attenzione.
È un condizionamento ormai talmente radicato nella società contemporanea che neanche il coordinatore Yeong-cheol può fermare un’orda di fan che si accalcano davanti al manifesto di una boy band segnando ironicamente la sua fine.
Dietro questa riflessione sulla manipolazione delle masse si nasconde però un tema ancora più profondo in colony.
Per Yeong-cheol il vero virus non è il fungo, ma l’incapacità degli esseri umani di comunicare tra loro. L’esperimento che dà origine alla colonia nasce infatti dal desiderio del ricercatore di eliminare le incomprensioni, convinto che proprio la cattiva comunicazione sia all’origine dei conflitti, delle discriminazioni e dell’egoismo che attraversano la società. Una convinzione che affonda le proprie radici nel trauma vissuto durante l’infanzia e nelle parole lasciategli dal padre, diventate negli anni il principio ispiratore della sua ricerca.
Se la colonia rappresenta la soluzione estrema immaginata da Yeong-cheol, Yeon Sang-ho si preoccupa però di mostrarne le motivazioni. Il regista costruisce infatti una narrazione nella quale egoismo, bullismo e assenza di empatia sembrano confermare, almeno in parte, la diagnosi del suo antagonista, suggerendo come il vero virus fosse già presente nella società ben prima dell’epidemia.
Il caso più emblematico è quello della ragazza vittima di bullismo.
La giovane ricorda come il suo inferno non sia iniziato con l’epidemia, ma prima, tra le umiliazioni e le sopraffazioni dei suoi aguzzini. Questa frase assume un peso ancora maggiore nel momento in cui una ragazza che l’aveva tormentata cerca il suo perdono. Il pentimento, però, arriva soltanto quando la morte diventa una possibilità concreta. La paura sostituisce improvvisamente l’arroganza, ma Yeon Sang-ho evita qualsiasi facile redenzione. La sceneggiatura dimostra infatti come il comportamento della bulla non sia realmente cambiato. Nel momento in cui intravede una possibilità di salvarsi, sacrifica la ragazza vessata pur di aumentare le proprie probabilità di sopravvivenza.
È proprio questa incoerenza a rendere la successiva aggressione da parte della sua vittima, ormai trasformata in zombie, uno dei momenti più tragici e al contempo ironici dell’intero film. La bulla non viene punita perché Colony cerchi una giustizia morale, ma perché dimostra fino all’ultimo di non aver imparato nulla. Il suo pentimento dura soltanto finché teme di morire; appena intravede una possibilità di salvarsi, torna a sacrificare gli altri.
Quest’ultima però non è l’unico personaggio attraverso il quale Yeon Sang-ho mette in discussione la natura umana. Anche il poliziotto, che dovrebbe incarnare l’autorità e il senso del dovere, si rivela disposto a sacrificare gli altri pur di garantirsi la sopravvivenza. Non esita infatti a sparare a un altro superstite per attirare su di lui l’orda di infetti e guadagnarsi una via di fuga.
Non diversamente si comportano le istituzioni.
Anche lo Stato sceglie di privilegiare il recupero dell’antidoto rispetto al salvataggio dei pochi sopravvissuti rimasti intrappolati nell’edificio. È una scelta cinica, ma che riflette una prospettiva che richiama una sensibilità di matrice confuciana, nella quale l’armonia della comunità prevale sul destino del singolo. L’interesse collettivo diventa così il criterio attraverso cui valutare ogni decisione, anche quando questo significa abbandonare chi non può più essere salvato.
È un paradosso che attraversa tutto Colony. Da un lato le autorità sacrificano pochi individui nel tentativo di salvare la collettività. Dall’altro Yeong-cheol porta lo stesso principio alle estreme conseguenze, immaginando una società nella quale il bene comune venga garantito eliminando completamente l’individualità. Cambiano i metodi, ma non il presupposto: il singolo perde valore di fronte all’interesse del gruppo.
Tutte queste riflessioni trovano però forza anche nella messa in scena.
Yeon Sang-ho dimostra ancora una volta una notevole padronanza del linguaggio dello zombie movie. Costruisce un crescendo di tensione che sfrutta la verticalità del grattacielo come un vero e proprio labirinto. Una scelta che ricorda la serie Newtopia di Yoon Sung-hyun, altra recente declinazione del genere, in chiave umoristica, che utilizza un altro grattacielo come teatro di una sopravvivenza scandita piano dopo piano. Ascensori, scale antincendio, corridoi e parcheggi sotterranei diventano spazi sempre più claustrofobici nei quali i sopravvissuti perdono progressivamente il controllo dell’ambiente circostante. La regia alterna improvvise esplosioni di violenza a momenti di apparente quiete, mantenendo costante la sensazione che il nemico sia sempre un passo avanti.
A sostenere questa tensione in colony contribuisce anche un cast in parte.
Dell’interpretazione sempre carismatica di Koo Kyo-hwan abbiamo già parlato. Protagonista assoluta invece è Jun Ji-hyun (Gianna Jun), una delle attrici più amate del panorama coreano, diventata un’icona della Hallyu grazie a My Sassy Girl. Dopo The Thieves, Assassination e lo speciale Kingdom: Ashin of the North, torna a confrontarsi con un progetto ad alto budget. La sua interpretazione evita qualsiasi eccesso melodrammatico, privilegiando invece un personaggio che reagisce agli eventi con una crescente determinazione, pur senza perdere la propria vulnerabilità.
La professoressa Kwon Se-jeong diventa il punto di riferimento morale del racconto. Sceglie l’altruismo anche quando il resto del gruppo sembra ormai guidato esclusivamente dall’istinto di sopravvivenza. In un mondo nel quale tutti sono costretti a scegliere continuamente tra il bene comune e la propria salvezza personale, rappresenta l’ultimo tentativo di conservare una forma di responsabilità etica.
Meno convincente risulta invece la costruzione del personaggio di Seol-hee, interpretato da Shin Hyun-been.
Il personaggio svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo della vicenda, ma la sceneggiatura ricorre a una coincidenza narrativa piuttosto forzata, facendone sia la biologa coinvolta nello studio dell’infezione sia la moglie dell’ex marito di Se-jeong. Una soluzione che permette di collegare rapidamente le diverse linee narrative, ma che appare artificiosa e finisce per indebolire la credibilità dell’intreccio.
A completare il cast principale troviamo Ji Chang-wook nel ruolo della guardia di sicurezza Hyeon-seok e Kim Shin-rok nei panni di sua sorella Hyeon-hee. Il loro rapporto rappresenta uno dei nuclei emotivi più intensi del film. La vicenda dei due mostra infatti il volto più tragico del progetto di Yeong-cheol: quando Hyeon-hee viene assimilata dalla colonia, non è soltanto il suo corpo a cambiare, ma scompare anche l’identità che aveva reso unico il loro legame. Attraverso questo rapporto Yeon Sang-ho suggerisce che la perdita più dolorosa non coincida con la morte fisica, bensì con la cancellazione della persona ancora prima della sua scomparsa.
Il finale di colony suggerisce inoltre che nessun sistema fondato sull’assoluta uniformità possa essere davvero perfetto.
La colonia richiama inevitabilmente l’organizzazione di una comunità di formiche, nella quale ogni individuo svolge una funzione precisa grazie a un sofisticato sistema di comunicazione. Anche in natura, però, questo equilibrio può andare incontro a errori. Esiste infatti il fenomeno dell’ant mill, nel quale un gruppo di formiche, seguendo ciecamente le tracce di feromoni lasciate dalle compagne, finisce per muoversi in cerchio fino allo sfinimento. In maniera analoga, basta un’anomalia percettiva, nel film rappresentata dalla giacca sporca che manda in confusione gli infetti, perché il sistema costruito da Yeong-cheol riveli tutta la propria fragilità. La comunicazione assoluta che avrebbe dovuto eliminare ogni incomprensione si dimostra così incapace di gestire l’imprevisto.
Colony conferma così la capacità di Yeon Sang-ho di utilizzare lo zombie movie come uno strumento privilegiato per osservare le trasformazioni della società contemporanea. Dietro inseguimenti, esplosioni di violenza e scene spettacolari si nasconde una riflessione sull’identità e sulla comunicazione. La colonia immaginata dal regista promette un mondo senza conflitti e senza incomprensioni, ma ottiene questo risultato cancellando ciò che rende ogni individuo unico. È proprio questa ambiguità, più ancora degli zombie, a rendere Colony una delle opere più interessanti della fase recente della filmografia di Yeon Sang-ho.
TRAILER
videorecensione
17/07/2026
Manuel Cappelli


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