


In Gull O-bok, una donna di 61 anni, gestisce da decenni un negozio di frutti di mare in un mercato del pesce. Un giorno ha il suo primo incontro con i futuri suoceri di sua figlia In-ae (Ko Seo-hee). Quella notte viene violentata da Gi-taek (Kim Byung-choon) dopo una bevuta tra colleghi.
All’inizio O-bok finge che nulla sia accaduto e cerca di continuare la sua vita come al solito. Dopo un po’, racconta a In-ae della violenza subita. Cerca di denunciare lo stupro, ma non ci sono prove, e nessuno vuole farle da testimone, visto che Gi-taek è il portavoce degli interessi dei commercianti del mercato, che esigono dal governo un risarcimento per la chiusura delle loro attività, in vista di un piano di riqualificazione urbana.

Titolo Originale
갈매기 (kal-mae-gi)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Kim Mi-jo
Interpreti
Jung Ae-hwa, Lee Sang-hee-VI, Ko Seo-hee, Kim Ga-bin, Kim Byung-choon, Jung Chang-ok, Gong Hwa-sa, Park Jang-yong, Kim An-na
Corea del Sud, 2020, 75′

Scritto e diretto dall’esordiente Kim Mi-jo, Gull denuncia la concezione dello stupro nella società patriarcale coreana.
E lo fa attraverso la reazione impotente di una signora di mezz’età socialmente svantaggiata. Innanzitutto perché non avendo potuto proseguire gli studi non dispone di strumenti né economici né formativi per far valere le proprie ragioni. In secondo luogo, il suo genere femminile la relega nella posizione di dover subordinare le sue esigenze a quelle della collettività. Perfino un’altra donna la criticherà per non contribuire alla salvaguardia degli interessi dei commercianti. E lei ribatterà che, continuando a mettere gli altri davanti a lei, non potrà mai occuparsi di sé stessa.
E non può certo sperare che siano gli altri a prendersi cura di lei, visto il livello di empatia pari allo zero di forze di polizia inutili e colleghi egoisti o pavidi. Perfino i familiari mettono in dubbio il suo essere vittima. Il marito, per primo, giudica qualsiasi donna vittima di stupro quanto meno consenziente. Mentre la figlia, innervosita, la rimprovera per essersi cacciata in quella situazione.
In quanto a Gi-taek, il suo essere promotore di una battaglia sociale in difesa dei diritti umani stride ironicamente con quegli stessi diritti che calpesta, prima violandoli e poi soffocandoli.


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