


Nel 1909 i combattenti per l’indipendenza coreana pianificano di uccidere il governatore generale giapponese Itō Hirobumi alla stazione ferroviaria di Harbin. A premere il grilletto sarà An Jung-geun (Hyun Bin), intento a scongiurare invano il trattato di annessione della Corea al Giappone. Prima di giungere allo storico episodio, i combattenti dovranno far fronte a diversi problemi. Innanzitutto l’aver risparmiato un generale giapponese si ritorce contro lo stesso An Jung-geun, che lo aveva graziato. Inoltre, uno dei partigiani diventerà una talpa a servizio dell’impero giapponese.

Titolo Originale
하얼빈 (ha-eol-bin)
Genere
Storico, Spionaggio, Azione
Regia
Woo Min-ho
Sceneggiatura
Kim Kyeong-chan
Interpreti
Hyun Bin, Park Jeong-min, Jo Woo-jin, Jeon Yeo-been, Lee Dong-wook, Park Hoon, Yoo Jae-myung, Lily Franky, Jung Woo-sung, Kim Zio, Lee San-ho, Ahn Se-ho, Yun Yeo-won
Corea del Sud, 2024, 114′

Dopo il musical Hero, un altro lungometraggio, questa volta ad opera di Woo Min-ho, ripercorre in tono più dimesso e rassegnato le vicende che hanno reso famosa la figura storica di Ahn Jung-geun.
Come nel film di JK Youn, anche in Harbin sono presenti concessioni all’esaltazione dello spirito patriottico. Si pensi ad esempio ai discorsi di Ito Hirobumi sulle analogie tra Yi Sun-sin e Ahn Jung-geun. Tuttavia, a risaltare stavolta è un’atmosfera cupa e disperata, tutt’altro che eroica. Dopotutto l’attentato al console non portò altro che ritorsioni condotte con ancor più recrudescenza da un impero nipponico che lasciò la penisola coreana solo 34 anni dopo.
Alle difficoltà logistiche (i combattenti sono apolidi in territorio russo) che rendono difficile l’organizzazione e l’approvviggionamento di armi, si aggiunge poi il dilemma tra le logiche ideali del diritto internazionale e quelle pragmatiche della guerra. Woo Min-ho estrinseca quest’ultimo punto con maestria. Prima ci rappresenta un eroe che risparmia il nemico. Successivamente ci espone come questa compassionevole scelta si ritorca contro di lui. E infine ci mostra come a ritabilire l’equilibrio sia ancora il perdono, stavolta verso un compagno che da talpa compie la sua (e del suo popolo) vendetta.
Da sottolineare il respiro internazionale dato all’opera da una cura certosina nel reparto tecnico, dalla fotogragia alla scenografia. Dagli esterni dei freddi deserti e i fiumi ghiacciati della Manciuria agli interni illuminati con luci e ombre caravaggiesche, tutto concorre a restituire il senso d’impotenza di una resistenza che può solo resistere.


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