


In un mondo virtuale chiamato Wonderland l’intelligenza artificiale consente ai defunti di continuare a interagire con i propri cari anche dopo la morte. Come ad esempio la cinese Bai Lee (Tang Wei), che non manca mai di videochiamare la figlia. O come l’assistente di volo Jeong-in (Bae Suzy), che parla costantemente con suo marito Tae-joo (Park Bo-gum). Ma se in Wonderland quest’ultimo è un astronauta, nella vita reale è in coma.
Anche due tecnici di Wonderland sono coinvolti personalmente nel progetto. Se Hae-ri (Jung Yu-mi) ha fatto da cavia, dando nuova vita ai suoi genitori, Hyeon-soo (Choi Wooshik) incontra il padre che non ha mai conosciuto solo dopo il trapasso di quest’ultimo.

Titolo Originale
원더랜드 (won-deo-laen-deu)
Genere
Drammatico, Melodramma, Fantascienza
Regia
Kim Tae-yong
Sceneggiatura
Kim Tae-yong, Min Ye-ji
Interpreti
Tang Wei, Bae Suzy, Park Bo-gum, Jung Yu-mi, Choi Wooshik, Tang Jun-sang, Sung Byung-sook, Choi Moo-sung, Gong Yoo, Nina Paw, Lee Eol, Kang Ae-shim, Kim Sung-ryung
Corea del Sud, 2024, 113′

Wonderland è uno sci-fi melodrammatico e corale dal tema intrigante ma che meriterebbe uno sviluppo più critico sulle problematiche che suscita.
L’idea di procrastinare indefinitamente l’elaborazione del lutto infatti alimenta più perplessità che soluzioni taumaturgiche. E d’altronde che cura può apportare una comunicazione a distanza (siderale nel caso dell’astronauta) che elimina il contatto fisico tramite l’uso di schermi che filtrano già da sé la realtà? E così la figlia sente il bisogno di riabbracciare la madre, mentre l’assistente di volo si abitua talmente a un rapporto virtuale e posticcio con l’immagine ideale del proprio amato, che quando questi si risveglia dal coma non può che cercare di rifuggire dall’amara complessità del reale.
Tuttavia, gli spunti di riflessione, anche complessi, ci sono. Come ad esempio il rischio di “viziare” l’intelligenza artificiale in modo da rendere l’utente succube del servizio che gli viene offerto. O come quando all’infanzia viene negato il diritto all’elaborazione della perdita tramite la coltivazione dell’assenza, ancor più traumatica. Ma qualsiasi approfondimento scivola via sulle onde di melodrammi incerti che non chiariscono la natura dell’intelligenza artificiale, quanto sia più o meno consapevole di essere la protesi di una vita non più esistente. Lo sa ad esempio il padre, che incontra un figlio stupito più del fatto che sia stata la madre a lasciare il marito e non viceversa? Soprattutto Bai Lee, in un finale approssimativo come la CGI usata, capisce o sapeva già di essere morta?
Nell’economia del melodramma rimangono questioni secondarie, ma dovrebbero essere centrali se la messa a fuoco fosse su quello che si riduce ad essere un mero strumento narrativo.


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