


Project Y segue la storia di Mi-seon, interpretata da Han So-hee, una giovane donna che di giorno lavora in un negozio di fiori, e di notte intrattiene clienti facoltosi in un esclusivo night club. Dopo anni di sacrifici, Mi-seon è finalmente riuscita a mettere da parte abbastanza denaro per comprare una casa e rilevare il negozio di fiori in cui lavora.
I suoi piani però crollano quando Choi, il proprietario del locale, si suicida improvvisamente. La sua morte fa emergere una gigantesca truffa immobiliare che ha coinvolto le escort del club, mandando in fumo i loro risparmi.
Do-kyeong (Jeon Jong-seo), autista di escort e coinquilina di Mi-seon, scopre che il nuovo boss del locale, Blackjack (Kim Sung-cheol), ha manipolato una partita di basket per vincere una grossa scommessa. Convinta di poter recuperare il denaro perso, Do-kyeong usa la caparra del negozio di fiori per scommettere sul risultato truccato. Quando però la vincita viene rubata dai gestori dell’app di scommesse illegali, la situazione precipita.
Per recuperare i soldi, Do-kyeong si rivolge a Seok-goo (Lee Jae-kyoon), un intermediario del mondo criminale che procura lavori sporchi, e che intende far debuttare Mi-seon nel mondo della prostituzione online.
Nel frattempo Seung-won, un gigolò del club, scopre da una cliente speciale, la moglie di Blackjack, che il boss ha nascosto 700.000 dollari di fondi neri da qualche parte nella provincia di Gyeonggi per sfuggire ai controlli fiscali. Venuti a conoscenza della somma, Seok-goo e i suoi complici pianificano di rubare il denaro. Quando Do-kyeong intercetta la conversazione e capisce che Mi-seon è in pericolo, corre a salvarla.
Le due amiche decidono allora di cambiare le regole del gioco: rubare loro stesse il denaro di Blackjack.
Tra inganni e tensione crescente, Mi-seon riesce a ottenere dal telefono del boss la posizione del nascondiglio: un terreno acquistato per costruire un cimitero privato. Giunte sul posto prima dei criminali, le due protagoniste scoprono qualcosa di più del semplice denaro nascosto. Riusciranno a fuggire con il bottino senza farsi catturare da Seok-goo e da Bull (Jung Young-joo), la sicaria di Blackjack?

Titolo Originale
프로젝트 Y (peu-ro-jek-teu y)
Regia
Lee Hwan
Sceneggiatura
Kwak Jae-min, Lee Hwan
Interpreti
Han So-hee, Jeon Jong-seo, Kim Shin-rok, Jung Young-joo, Lee Jae-kyoon, YooA, Kim Sung-cheol, Park Bo-in, Seo Wu-joon, Lee Sae-on, Kim Dae-gook
Corea del Sud, 2025, 108′

Project Y è un crime thriller coreano che combina elementi di heist movie, dramma sociale e racconto di vendetta
Dopo Park Hwa-young e Young Adult Matters, Lee Hwan continua a interessarsi a giovani figure femminili ai margini della società. Stavolta però le include in un classico film di genere, utilizzando la struttura del thriller criminale. Una scelta forse meno efficace sul piano del realismo e dell’intimismo che caratterizzavano le sue opere precedenti, ma che non gli fa perdere la capacità di colpire nel segno. Il film mantiene infatti una forte tensione emotiva, grazie soprattutto a una violenza improvvisa e brutale che attraversa la storia e restituisce tutta la precarietà del mondo in cui si muovono le protagoniste.
Un mondo dominato da un antagonista spietato e psicologicamente instabile, i cui atteggiamenti ossessivo-compulsivi delineano un profilo inquietante. Blackjack è infatti un individuo capace di tollerare il tradimento della moglie, ma mai la perdita del proprio patrimonio. E usa le persone, anche sue fidate, per poi abbandonarle come cani che sentono l’approcciarsi della morte mentre la melma li inghiotte.
Tuttavia il personaggio più controverso è di sicuro Seok-goo. Nonostante sia meschino con le più deboli e patetico coi più forti, ottiene ciò che vuole, seppur per volontà delle protagoniste, che preferiscono usarlo contro Blackjack, piuttosto che vendicarsi di lui.
Mentre Ga-yeong, interpretata da Kim Shin-rok, ha il ruolo della scheggia impazzita. A conoscerla bene è la figlia Do-kyeong, che non comprerebbe mai un fiore sapendo che appassisce. Proprio come sua madre, ormai devastata dalle dipendenze e legata a un mondo che non esiste più, ma che resta l’unico a cui sente di appartenere. In un apparente atto di egoismo la donna esorta la figlia a vivere la propria vita, come lei fa con la sua. E per raggiungere questo obiettivo Do-kyeong e Mi-seon devono scappare.
Ma come dice lo sciamano che Do-kyeong consulta, scappare non serve a niente. Il suo mondo non cambierà anche se se ne andrà, come non è cambiato per la madre.
A capirlo è anche Mi-seon che, non avendo più una madre (ciò che Ga-yeong era per lei anche se non biologicamente) da perdere, brucia i passaporti. Se lascerà la vita che non ha potuto lasciare Ga-yeong lo farà solo dopo aver ottenuto vendetta.
Mi-seon allora non subisce passivamente gli eventi, ma sceglie di affrontarli, consapevole che la propria salvezza dipenda unicamente dalla sua determinazione. In caso contrario, la darebbe vinta o si rassegnerebbe alla propria condizione, accettando il braccialetto rosso delle escort al posto di quello blu. Si troverebbe così condannata a una sconfitta perenne, privata della possibilità di scegliere e di vincere, proprio come il giocatore di basket, obbligato a perdere per assecondare la corruzione del proprio allenatore.
D’altronde la Y di Project Y, oltre a simboleggiare la “Youth” delle protagoniste e lo “Yearning” per una vita migliore, richiama nella forma della lettera proprio un bivio. È il momento in cui i le protagoniste devono scegliere tra coraggio e acquiescenza. Una volta compiuta la scelta, il denaro diventa quasi un MacGuffin anche per loro, non solo per lo spettatore. Perché il guadagno economico conta meno della possibilità di conquistare una nuova libertà e immaginare una vita diversa.
Project Y vive soprattutto sull’alchimia tra le due interpreti principali.
La Mi-seon di Han So-hee richiama alcune figure femminili già interpretate dall’attrice: personaggi vulnerabili ma attraversati da impulsi autodistruttivi che li spingono verso violenza o ribellione. Dopo l’esperienza action di My Name, dove il desiderio di vendetta guidava la narrazione, l’attrice torna a interpretare una protagonista priva di qualsiasi protezione sociale. Mi-seon appare meno addestrata e meno eroica rispetto alla Ji-woo della serie Netflix. Proprio questa dimensione più quotidiana rende però la sua escalation criminale credibile e tragica.
Accanto a lei, la Do-kyeong di Jeon Jong-seo porta nel film un’energia più anarchica e imprevedibile. Fin dal debutto in Burning di Lee Chang-dong, l’attrice ha costruito una filmografia popolata da figure ambigue e difficili da decifrare, capaci di oscillare tra innocenza e minaccia. Anche nei ruoli più apertamente action, come quello in Ballerina, Jeon Jong-seo ha mantenuto questa qualità irregolare e quasi istintiva. In Project Y, tale caratteristica diventa il vero motore narrativo: Do-kyeong è il personaggio che prende decisioni impulsive. Le sue scelte trascinano Mi-seon in un vortice di eventi che sfuggono rapidamente al controllo.
Proprio il rapporto tra le due protagoniste rappresenta l’elemento più convincente del film. La loro chimica riesce a sostenere anche i momenti in cui la sceneggiatura fatica a mantenere la tensione narrativa, trasformando le due donne in anti-eroine impulsive ma profondamente umane.
Sul piano autoriale, invece, il film segna una parziale deviazione nel percorso del regista Lee Hwan.
Nei suoi lavori precedenti, Park Hwa-young e Young Adult Matters, l’autore aveva costruito ritratti crudi e quasi documentaristici di adolescenti e giovani adulti ai margini della società coreana. L’attenzione era rivolta soprattutto alla dimensione relazionale e alla violenza psicologica che nasce da contesti familiari e sociali disfunzionali.
Con Project Y, Lee Hwan prova invece a innestare quella stessa sensibilità sociale all’interno di una struttura di genere più codificata. Il risultato è un noir urbano che utilizza elementi tipici dell’heist movie. Tra questi ci sono la ricerca del bottino e la corsa contro antagonisti più potenti. Tuttavia, il film li piega a una prospettiva esistenziale.
Anche sul piano visivo il film abbandona in parte il naturalismo dei lavori precedenti del regista. Abbraccia invece un’estetica più stilizzata. Luci al neon, notti di Gangnam illuminate da forti contrasti cromatici e spazi urbani claustrofobici costruiscono un’atmosfera debitrice del noir contemporaneo.
Nel quadro del cinema coreano recente, Project Y può quindi essere letto come un tentativo di rielaborare l’heist movie secondo coordinate più intime e introspettive.
Il colpo non è tanto un esercizio di ingegneria criminale, come accade nei modelli classici del genere, ma piuttosto una metafora della possibilità, o dell’impossibilità (Ga-yeon), di cambiare il proprio destino. È proprio qui che il film trova il suo nucleo tematico. Per chi nasce ai margini della società coreana contemporanea, il furto sembra l’ultimo gesto di autodeterminazione possibile. Tuttavia, a cambiare la vita non è tanto il malloppo, che sì, certo può aiutare, ma non quanto il coraggio di prendere in mano la propria vita, affrontando i propri problemi anziché fuggire da essi.


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