


The First Ride si apre con la voce narrante di Ahn Yeon-min (Cha Eun-woo) che anticipa il tono triste della storia. Viene mostrata la sua nascita difficile, segnata dalla paura di perderlo e dai sacrifici della sua famiglia.
Subito dopo si passa all’infanzia: Yeon-min è un bambino solitario, ma a sei anni incontra Tae-jeong, Geum-bok e Do-jin. Le prime scene mostrano momenti semplici (scuola, giochi, piccoli dialoghi) che costruiscono lentamente il loro legame da quattro moschettieri. Crescendo, sviluppano caratteri distintivi: Yeon-min (Cha Eun-woo) è inconsapevole della sua straordinaria bellezza, Tae-jeong (Kang Ha-neul) è competitivo e brillante, Geum-bok (Kang Young-seok) vive tra sogni ad occhi (letteralmente) aperti e spiritualità, e Do-jin (Kim Young-kwang) è più taciturno, soprattutto dopo aver dovuto abbandonare il suo sogno di giocare a pallacanestro, in seguito a un infortunio.
Con il passare degli anni, il gruppo resta unito. Il tetto di casa di Tae-jeong diventa il loro rifugio ricorrente, dove parlano del futuro e si immaginano vite diverse. Yeon-min e Do-jin, ad esempio, sognano di fare i DJ. Arriva però il periodo del diploma e Yeon-min annuncia che dovrà trasferirsi in Nuova Zelanda con i genitori, creando un senso di urgenza tra gli amici.
Nasce così l’idea del viaggio in Thailandia per assistere al concerto del famoso Dj South. I ragazzi insistono con i genitori, si lamentano, esagerano emotivamente pur di ottenere il permesso, e lo ottengono. Quando tutto sembra pronto, però, qualcosa va storto: alla stazione di servizio perdono il bus che li avrebbe portati all’aeroporto. E il viaggio viene rimandato a data indefinita.
Segue la separazione: Yeon-min parte, mentre gli altri restano.
Si passa quindi all’età adulta. Le vite dei tre amici rimasti vengono mostrate in parallelo. Tae-jeong lavora in politica come spin doctor di un membro del congresso (Choi Gwi-hwa) in sciopero della fame. Geum-bok vive sotto la pressione della madre di diventare monaco buddista come lei, ma cerca una sua identità come tatuatore. Do-jin appare più fragile. È ricoverato in un ospedale psichiatrico. E da quando Yeon-min, con il quale condivideva il sogno di diventare DJ, se n’è andato, si sente perso.
Nonostante il tempo passato, il ricordo del gruppo e del viaggio mancato torna continuamente. A un certo punto, Do-jin propone di riprendere quell’idea lasciata in sospeso: partire una volta per tutte per la Thailandia per assistere al concerto di DJ South, lo stesso che avrebbero dovuto vedere ai tempi del diploma.
La preparazione del viaggio è caotica e ironica. Tae-jeong chiede il permesso per fare il viaggio al membro del congresso, ben felice di lasciarlo andare, visto che non gli fa neanche mangiare una barretta energetica, in rispetto al suo sciopero della fame. Geum-bok dice alla madre che se non lo fa partire per il viaggio si convertirà al cristianesimo. Mentre Do-jin si porta appresso uno Yeon-min gonfiabile, in assenza dell’originale. Si unisce al gruppo anche Ok-sim (Han Sunhwa), da sempre innamorata (ma non corrisposta) di Tae-jeong. Giunti a Pattaya, iniziano le disavventure.

Titolo Originale
퍼스트 라이드 (peo-seu-teu ra-i-deu)
Genere
Commedia, Drammatico
Regia
Nam Dae-joong
Interpreti
Kang Ha-neul, Kim Young-kwang, Cha Eun-woo, Kang Young-seok, Han Sunhwa, Choi Gwi-hwa, Yoon Kyung-ho, Ko Kyu-pil, Kim Tae-vin, Jo Yeo-jun, Kim Kang-hyun, Kim Do-gyeong
Corea del Sud, 2025, 116′

The First Ride si presenta come una commedia giovanile coreana, ma sotto la superficie è un film sorprendentemente stratificato, capace di alternare in modo quasi spiazzante il grottesco, il melodramma e una riflessione molto intima sul lutto e sull’amicizia.
Il film inganna lo spettatore. Parte con toni leggeri (amici, sogni da DJ, viaggi improvvisati) e costruisce un immaginario familiare nel cinema coreano contemporaneo, fatto di amicizie maschili imperfette e piene di non detti. Ma progressivamente inserisce elementi sempre più surreali e dissonanti, fino a trasformarsi in qualcosa di molto più malinconico.
Eppure è lo stesso incipit a definire The First Ride come una storia triste, presentata da una voce narrante che aleggia come un fantasma. E la condizione di Do-jin è oggettivamente critica, seppur descritta con estrema leggerezza. Il film utilizza infatti una comicità volutamente esagerata e a tratti assurda: situazioni al limite del nonsense, gag fisiche e sequenze quasi da farsa. Tuttavia, questa leggerezza non è mai fine a sé stessa. È proprio questo contrasto a renderlo efficace: il riso arriva nei momenti sbagliati, o meglio, nei momenti in cui i personaggi stanno evitando di affrontare qualcosa di doloroso. La comicità diventa quindi un meccanismo di difesa.
È proprio in questo uso della comicità come scudo emotivo che si coglie il legame più profondo con The Last Ride, film d’esordio del regista Nam Dae-joong.
Lì, la malattia del protagonista è dichiarata fin dal primo minuto. Go-hwan, interpretato da Ryu Deok-hwan, è affetto da SLA, una condizione neurologica progressiva e incurabile che lo condanna a una paralisi certa nel giro di pochi anni. Eppure il film si apre su un sogno erotico e su un’eiaculazione notturna, accompagnati da un sottofondo musicale quasi comico. Nam mette subito le carte in tavola: il dramma esiste, è esplicito, ma verrà costantemente sdrammatizzato.
Gli amici Nam-joon (Kim Dong-young) e Gap-deok (Ahn Jae-hong), insieme al padre e perfino al professore, si lanciano in una serie di situazioni grottesche e imbarazzanti pur di aiutare Go-hwan a realizzare il suo ultimo desiderio: fare sesso almeno una volta prima di morire. In The Last Ride la tragedia è il punto di partenza, e la commedia serve a renderla sopportabile. In The First Ride accade l’esatto contrario. La commedia è il punto di partenza, e solo in seguito si scopre che stava coprendo qualcosa di altrettanto doloroso.
Se nel film del 2016 lo spettatore ride sapendo perfettamente che sta ridendo attorno alla morte, qui ride senza sapere che sta ridendo attorno a un lutto. È lo stesso meccanismo registico, ma capovolto. Ed è proprio questo ribaltamento a mostrare quanto Nam Dae-joong abbia raffinato nel tempo il suo modo di raccontare il dolore attraverso il riso.
Questo stesso meccanismo di commedia che nasconde un dolore strutturale Nam Dae-joong lo aveva esplorato anche nel suo secondo lavoro, Homme Fatale.
Ambientato in epoca Joseon, questo Sageuk racconta la storia di Heo Saek (Lee Junho), un uomo cresciuto in un gibang tra le kisaeng. Costui decide di diventare egli stesso una sorta di kisaeng maschile per intrattenere clienti donne. L’idea di partenza è volutamente grottesca, quasi farsesca: un gigolò nella Corea confuciana. Ma, come accade in The First Ride, sotto questa iperbole comica si cela un impianto tematico tutt’altro che leggero.
Le vedove del villaggio, costrette alla castità perpetua in nome della fedeltà ai mariti defunti, sono costrette a travestirsi da uomini pur di poter bere e svagarsi. Giovani donne vengono vendute come concubine, più che date in spose. La protagonista stessa è destinata al sacrificio sociale in nome della sopravvivenza familiare. E l’unico personaggio in grado di comprendere davvero la condizione femminile è proprio un uomo che si mette nei panni di una kisaeng, limitandosi ad ascoltare gli sfoghi delle sue clienti.
Nam utilizza la commedia per parlare di una prigione invisibile. In Homme Fatale è la prigione sociale del patriarcato e del classismo confuciano; in The First Ride è la prigione emotiva del senso di colpa e del trauma non elaborato.
C’è un parallelismo molto forte tra Heo Saek che brucia il monumento simbolo della castità imposta alle donne e i protagonisti di The First Ride che tentano, goffamente, di distruggere il peso di un ricordo che non riescono ad affrontare. In entrambi i film, i personaggi non combattono un antagonista esterno, ma un sistema di regole, sociali in un caso, emotive nell’altro, che li tiene intrappolati.
Anche la struttura narrativa è simile.
Homme Fatale si divide nettamente in due parti: una prima dominata dalla comicità, sostenuta dal protagonista e dal sodale Yook-gap (Choi Gwi-hwa), e una seconda in cui irrompe il melodramma, spiazzando lo spettatore che fino a quel momento aveva riso. Lo stesso identico meccanismo che Nam applica in The First Ride, dove la farsa del viaggio, delle gag ripetute, delle situazioni assurde, prepara in realtà il terreno a qualcosa di molto più doloroso.
La risata, in Nam Dae-joong, non è mai evasione. È sempre un preludio. E soprattutto, sia in Homme Fatale che in The First Ride, i protagonisti sono personaggi fuori posto nel mondo in cui vivono: Heo Saek, perché uomo in un ruolo femminile e di classe inferiore; Do-jin perché incapace di trovare un posto nel presente dopo la frattura del passato. Entrambi cercano di sopravvivere adattandosi a una realtà che non sentono propria. È qui che si riconosce la coerenza autoriale del regista: usare la commedia come maschera per raccontare individui schiacciati da regole che non hanno scelto.
Anche in Love Reset, terzo film film del regista, il presupposto è apertamente comico
Jeong-yeol (Kang Ha-neul) e Na-ra (Jung So-min), una coppia ormai logorata dalla convivenza, decide di divorziare. Ma durante i 30 giorni di ripensamento imposti dalla legge, un incidente stradale fa perdere la memoria a entrambi. I genitori li costringono quindi a convivere affinché ricordino quanto si odiavano.
Come in The First Ride, la premessa sembra quella di una commedia leggera costruita sugli equivoci. Ma sotto questa superficie, Nam lavora ancora una volta su un tema centrale della sua poetica: il rapporto distorto dei personaggi con il passato.
Se in The First Ride i protagonisti ricordano troppo bene ciò che è successo e scelgono inconsciamente di non parlarne, in Love Reset i protagonisti non ricordano più nulla e sono costretti a ricostruire un passato che altri raccontano a loro. In entrambi i casi la memoria non è un dato oggettivo, ma qualcosa che plasma le relazioni in modo decisivo.
La differenza è che in Love Reset Nam rende esplicito anche un altro livello: quello metacinematografico. Na-ra è una produttrice cinematografica che critica dialoghi innaturali durante le riprese. Un medico costruisce le sue terapie basandosi sui cliché dei drama. Un personaggio suggerisce di inserire flashback “fino al climax”. E un altro fa notare che non siamo più nella Joseon dei melodrammi romantici dove servono corse all’aeroporto all’ultimo secondo.
Nam non solo utilizza i cliché della commedia romantica: li smonta davanti allo spettatore, li rende oggetto di ironia, e poi li riutilizza comunque.
Esattamente ciò che fa in The First Ride con le gag slapstick, gli arresti ripetuti, le sbronze colossali dei protagonisti che ricordano quelle con effetti altrettanto disastrosi di Una notte da leoni, e il gonfiabile di Yeon-min, che pare una crasi tra L’aereo più pazzo del mondo e Weekend con il morto. Sono meccanismi volutamente riconoscibili, quasi meccanici, che generano comicità proprio perché dichiaratamente artificiosi.
In Love Reset, persino una confessione romantica all’aeroporto, accompagnata da musica enfatica, si rivela essere un momento ridicolo quando scopriamo che la musica proviene dagli auricolari di Na-ra, che non sta ascoltando nulla di ciò che Jeong-yeol sta dicendo. Il tempo romantico diventa tempo comico. L’aspettativa viene sistematicamente disattesa.
Lo stesso identico principio regola The First Ride: ogni volta che sembra di trovarsi dentro una classica commedia di amici in viaggio, Nam inserisce un elemento dissonante che ricorda allo spettatore che sta ridendo nel posto sbagliato.
E soprattutto, in entrambi i film, il problema non è ciò che i personaggi provano, ma ciò che non riescono a elaborare del proprio passato. In Love Reset l’amore sembra dipendere dall’accettazione dei brutti ricordi; in The First Ride l’amicizia sembra dipendere dalla capacità di affrontare un ricordo che tutti stanno evitando.
È qui che si riconosce con chiarezza la cifra autoriale di Nam Dae-joong: usare la commedia come dispositivo per mostrare quanto la memoria, presente, assente o rimossa, sia il vero motore dei rapporti umani.
Non mancano poi in The First Ride scene comiche totalmente fini a sé stesse, come quelle affidate a Ok-sim.
Il suo personaggio è totalmente accessorio, giustificato solo per lo sviluppo della trama. Tanto che a un certo punto i protagonisti se la dimenticano, e il regista lo sottolinea giocando con l’aspettativa dello spettatore. E insinua nel bromance dei tre moschettieri una commedia romantica che stempera la drammaticità con continue gag tira e molla. Come ad esempio lo scambio degli anelli portato avanti fino al post credit, o il senso di protezione di Tae-jeong verso Ok-sim, anch’esso ambiguo fino alla fine. L’apoteosi si raggiunge con l’utilizzo di I Will Always Love You di Whitney Houston, che parodia The Bodyguard scambiando i ruoli di genere.
Anche il regista Nam Dae-joong ci mette qualcosa di suo sul piano stilistico e filmografico. La sua regia punta su finti slow motion, canti all’unisono (di nuovo The Bodyguard), aspettative disattese (le finestre con vista sulle mura squallide del palazzo di fronte) e commedia degli equivoci. Torna poi, dopo Love Reset e Homme Fatale a impiegare rispettivamente Kang Ha-neul e Choi Gwi-hwa in ruoli comici e complementari. E il The First Ride, come abbiamo già detto, non è altro che un ritornare a quel The Last Ride del suo esordio, in cui protagonista era un altro gruppo di giovani, lì studenti, in un’altra commedia parimenti sdrammatizzante.
Anche se in quest’ultimo film, a differenza di The Last Ride, il dramma è ben nascosto.
Mai sospettiamo del perché Do-jin sia in cura, proprio perché la sua condizione viene abilmente edulcorata con un semplice senso di nostalgia e mancanza.
Tanto è bravo Nam Dae-joong a costruire il colpo di scena, quanto pecca in una fase centrale caotica, ridondante e prevedibile. Non solo infatti il ripetersi di alcune scene (arresto-liberazione) serve solo ad agiungere elementi comici non indispensabili all’economia della storia (i poliziotti, l’autista e il funzionario dell’ambasciata), ma cogliamo fin da subito che la ragazza thailandese a cui Tae-jeong consegna il portafogli avrà un ruolo nella trama, così come ce lo avranno la barista del chiosco sulla spiaggia e i suoi loschi avventori.
Tuttavia The First Ride si pregia di un finale rivelatore che ripaga delle imperfezioni
Questo perché, piuttosto che puntare sul melodramma, comunque presente, Nam Dae-joong preferisce concentrarsi sulla reazione profondamente onesta dei suoi personaggi. Do-jin non è un pusillanime, ma un ragazzo che ha legittimamente paura e sa che dovrà convivere il resto della propria vita con un senso di colpa, che solo intrepidi supereroi hollywoodiani sprezzanti del pericolo possono permettersi di non provare.
Ad ogni modo, il narratore assente ci rammenta che dopotutto, The First Ride non è una storia così triste. Non solo per il tono da commedia, ma perché l’amicizia può tanto creare traumi (nel disattenderla, nella sua assenza), così come superarli (nella sua presenza, nel perdonarsi e nel lasciare andare i propri fantasmi).


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