


In Mash Ville Joo Se-jong (Jeon Shin-hwan) gestisce una distilleria clandestina di alcolici in un remoto e polveroso villaggio rurale coreano. Lo aiutano i suoi due fratellastri più giovani e barbuti, Joo Se-hyeok (Hong Sung-oh) e Joo Se-jin (Kim Hong-guk). Un giorno, il signor Park (Lee Yeong-seok) muore improvvisamente dopo aver bevuto il loro ultimo distillato. I fratelli scoprono che l’intero lotto è velenoso e letale.
Appena si rendono conto che una parte della partita avvelenata è già stata spedita e distribuita nel bar Woodstock della vicina cittadina di Hwaseong, entrano nel panico. I tre fratelli partono pertanto per recuperare tutto l’alcol prima che possa causare altre vittime e far ricadere la colpa su di loro. Tuttavia, ciò che ignorano è che Hwaseong è diventata l’epicentro di un orrore molto più grande.
Nel frattempo, la pace della cittadina è stata infranta dall’arrivo di una setta religiosa di fanatici. Due dei suoi membri, Yeo (Kim Hyung-kyoon) e Nam (Kim Hee-sang), stanno perpetrando una carneficina. Il loro piano oscuro consiste nel compiere un sanguinoso rituale che richiede la raccolta di dodici vittime sacrificali, una per ogni mese dell’anno. Convinti che il mondo sia ormai sprofondato nel caos, credono che solo attraverso questo macabro rito potranno salvarlo con il “puro amore”. Hwaseong è così sprofondata nell’illegalità e nel terrore.
Il viaggio dei tre fratelli si interseca con una serie di personaggi eccentrici e disperati, ognuno con i propri interessi e segreti, trasformando la situazione in un caos corale.
Tra questi vi sono Oh Jae-won (Jin Mo), un agente di polizia mentalmente instabile, e Jeong Ye-jin. Quest’ultima lavora per un produttore cinematografico che le chiede di trovare un finto cadavere per la scena di un film. Il caso vuole che si ritrovi nel baule della sua auto il corpo esanime di Moon Seo-in (Chae Do-yeon). E il produttore lo accetta, considerandolo un manichino estremamente realista. Persino Park Won-geun (Park Sung-il), un rappresentante di liquori, si trova suo malgrado intrappolato in questa spirale di violenza. E tutti finiscono nel mirino dei due spietati assassini.
Mentre i fratelli cercano di arginare il disastro da loro stessi causato, si ritrovano faccia a faccia con gli omicidi della setta. Inizialmente concentrati sul recuperare le bottiglie, si vedono costretti a lottare per la propria sopravvivenza. La situazione precipita ulteriormente con l’arrivo in città di Kim Seong-tae (Kim Nam-ho), ex leader della setta. Costui è un uomo pieno di rimorsi per la follia che ha scatenato. In un momento rivelatore, mostra a un abitante del posto, Kang Hyeon-man (Park Jong-hwan), una borsa piena di denaro, descrivendone il contenuto come “l’oscurità”, corrompendone all’istante l’animo.
Hyeon-man, la cui profonda solitudine era già stata messa a nudo all’inizio del film durante una celebrazione con amici che gli avevano negato un semplice abbraccio, è il solo rimasto vivo in tutto il paese. Questo senso di solitudine è palpabile anche in Se-jong, diviso tra la speranza del ritorno della madre e l’esigenza di lasciare il suo paese. Nel caos generale, i suoi fratelli vengono quasi iniziati al culto, confusi per sacerdoti e affascinati dai movimenti rituali degli assassini.

Titolo Originale
매쉬빌 (mae-swi-bil)
Genere
Commedia
Regia
Hwang Wook
Sceneggiatura
Hwang Wook, Lim Dong-min
Interpreti
Jeon Shin-hwan, Park Jong-hwan, Kim Hyung-kyoon, Kim Hee-sang, Hong Sung-oh
Corea del Sud, 2024, 126′

Mash Ville: quando il western coreano si incendia di assurdità, alcol e fanatismo
Nel panorama del cinema sudcoreano contemporaneo, l’ibridazione dei generi non è certo una novità. Da anni i registi del paese asiatico mescolano thriller, commedia, horror e melodramma con una disinvoltura che in Occidente spesso fatichiamo a comprendere. Eppure, il western è rimasto un territorio relativamente poco esplorato. A parte il fragoroso e iconico The Good, the Bad, the Weird di Kim Jee-woon, che trasportava lo spaghetti western in una Manciuria immaginaria e caotica, sono pochi i tentativi coreani di appropriarsi di polvere, cappelli da cowboy e soprattutto pistole, armi non proprio autoctone, come evidenziato anche dalla distanza culturale dei fratelli barbuti verso di esse.
Hwang Wook, con Mash Ville, si inserisce proprio in questo solco. Ma lo fa con uno spirito meno epico e più sporco, non legato al mito, ma alla parodia dei suoi topos inocografici (il sigaro, il whisky) e cinematografici. Il risultato è un’opera che rilegge il genere con una voce personalissima nella sua ironia, già riconoscibile dal suo precedente Live Hard.
Il film si presenta da subito come un oggetto cinematografico complesso. Già dal titolo, Mash Ville, si dichiara programmaticamente un “villaggio miscuglio”, un mash-up di idee, toni e riferimenti che spaziano dai fratelli Coen al cinema di Quentin Tarantino, passando per il western classico americano (scenografie da simil-saloon) e la tradizione coreana (i personaggi maschili che indossano gli hanbok).
Il western, in Mash Ville, è più un’evocazione che una struttura.
Ci sono i cappelli da cowboy, i filtri gialli, le inquadrature ampie, ma mancano i duelli all’ultimo sangue e l’eroismo solitario. Piuttosto, Hwang Wook usa l’iconografia del genere per raccontare un mondo altrettanto spietato e assurdo, dove la legge è assente e la moralità è un optional.
Il paragone con The Good, the Bad, the Weird è quasi inevitabile, ma rischia di essere fuorviante. Il film di Kim Jee-woon è un’esplosione di azione ipercinetica, un omaggio scatenato al cinema di Sergio Leone attraversato da una sensibilità coreana fatta di umorismo grottesco e invenzioni visive continue. È un’opera che punta dritto al cuore dello spettatore, con momenti di puro spettacolo, come l’inseguimento nella pianura sterminata o la sequenza del villaggio fantasma.
Mash Ville, al contrario, è un film che guarda più ai margini, alle retrovie, agli antieroi goffi e disperati. Se The Good, the Bad, the Weird è un western che corre a perdifiato, Mash Ville è un western che arranca, inciampa, si ferma a bere e a morire. L’alcol, qui, non è solo un elemento decorativo ma il motore dell’intera storia. La morte può arrivare sia da un colpo di pistola che da un sorso di whisky.
Mash Ville è un film che getta lo spettatore in un vortice di situazioni sempre più assurde, dove un uomo scambia un cadavere per un manichino, una donna si nasconde in un bagagliaio per sfuggire al sole e due fanatici religiosi sparano alla gente mentre indossano hanbok colorati, convinti di poter salvare il mondo dall’“oscurità” con un rituale che richiede dodici corpi.
La fede, nel film, è una farsa crudele.
I due assassini, Yeo e Nam, sono al contempo grotteschi e spaventosi, figure che sembrano uscite da una parodia eppure capaci di una violenza improvvisa e definitiva. Il loro piano, uccidere una persona per ogni mese dell’anno, è un’ossessione calendariale che ricorda le derive più oscure del fanatismo religioso. Ma Hwang Wook la tratta con un umorismo nero che sconfina nel surreale.
È una fede, la loro, che si rivela ipocrita quando Yeo dichiara che se fosse nato a marzo sarebbe stato disposto a sacrificarsi pur di compiere il rituale, per poi scoprire che in quel mese c’è nato davvero. Perfino il suo collega diventa un’utile vittima da immolare al culto, una volta scoperta la sua data di nascita.
tuttavia sono I fratelli il cuore pulsante, sgangherato e malinconico della storia.
Se-jong, il maggiore, è un uomo segnato dall’abbandono della madre, emigrata negli Stati Uniti quando erano bambini e mai più tornata. I due fratellastri, Se-jin e Se-hyeok, sono figure quasi infantili, con lunghe barbe da ZZ Top e un’ingenuità che li porta a piangere quando si fanno male e a guidare a occhi chiusi. Il loro legame è viscerale, fatto di dipendenza reciproca e di una solitudine che li tiene ancorati al villaggio natio, nell’attesa impossibile di un ritorno che non avverrà mai.
In questo senso, Mash Ville è anche un melodramma familiare mascherato da western. La madre assente è il fantasma che aleggia su tutto il film. Il regalo che fece a Se-jong da bambino, una bottiglia di Wild Turkey, è il simbolo di un amore distorto, che anziché nutrire avvelena. La distilleria clandestina è il luogo in cui questa mancanza si trasforma in liquore, in merce, in morte. Non hanno mai lasciato il paese perché aspettavano il ritorno della madre. E questa attesa impossibile è la chiave per comprendere l’intera parabola dei tre protagonisti.
I tre fratelli oltrepassano il loro confine emotivo, e soprattutto Se-jong trova, anche se per un breve momento, l’amore puro, quello tanto ricercato dai cultori della setta. Amore che però non si traduce in un’ideologia vuota, ma nell’incontro con Seo-in, una figura quasi vampiresca, che preferisce l’oscurità del chiaro di luna (Moon d’altronde è il suo cognome) al sole cocente, così come Se-jong preferisce il Moonlight Whisky allo Starlight Whisky. La vera oscurità d’altronde è il denaro che corrompe. Non lo è di certo un presunto caos dei valori osteggiato da un fondamentalismo religioso che il caos invece lo porta eccome.
L’elemento che forse più di tutti qualifica Mash Ville come opera autentica, e non come semplice esercizio di stile, è il suo rapporto con il cinema precedente di Hwang Wook, in particolare con Live Hard.
Quest’ultimo raccontava le vicende di tre musicisti disperati in cerca di un’occasione per suonare, in un continuo rimando tra la passione per la musica e la durezza della vita quotidiana. Era già un film sull’attesa, sull’impossibilità di affermarsi, sulla bellezza e la miseria del sogno artistico. E dove Live Hard trovava una sua dolente poesia nel bianco e nero della fotografia e nella varietà di generi musicali rappresentati, Mash Ville si concede una tavolozza esasperata, fatta di filtri gialli, costumi sgargianti e una colonna sonora che mescola rock, blues e suggestioni western. Ma il filo che li unisce entrambi è soprattutto stilistico. E si manifesta nell’uso dell’ironia e di un umorismo capace di alleggerire senza mai tradire la disperazione di fondo.
Alcuni passaggi narrativi in Mash Ville sono effettivamente confusi, e la lunga durata (oltre due ore) mette a dura prova la pazienza dello spettatore. La recitazione, pur generalmente convincente, a volte cede a un eccesso di caricatura che rischia di far perdere di vista la posta in gioco emotiva. Ma sono difetti che, in un’ottica complessiva, appaiono più come l’inevitabile corollario di un’operazione volutamente anarchica, che come veri e propri fallimenti. Il film non si preoccupa di creare una narrativa coerente, ma cerca di essere il più divertente e sopra le righe possibile. E in questo riesce perfettamente, soprattutto per un pubblico disposto a lasciarsi andare al flusso di assurdità senza pretendere un ordine rassicurante.
In definitiva, Mash Ville è un western solo nella misura in cui il West è una frontiera dell’immaginario, uno spazio di anarchia e possibilità dove tutto può succedere. È un film che mescola l’alcol con il sangue, la fede con la violenza, il riso con la disperazione.


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