


In Hail to Hell, la succube Na-mi (Oh Woo-ri) e l’introversa Seon-woo (Bang Hyo-rin) sono due ragazze emarginate e vittime di bullismo che decidono di suicidarsi insieme. Ma proprio mentre Na-mi cerca di impiccarsi, Seon-woo la informa che per quanto muoiano, la loro vessatrice, Chae-rin (Jung Yi-ju), continuerà comunque a vivere la sua vita felice a Seul. Pertanto, prima di uccidersi, partono alla volta di Seul per almeno farla pagare un po’ alla loro carnefice. Tuttavia, giunte a destinazione, scoprono una Chae-rin apparentemente diversa e sentitamente pentita, che chiede loro perdono. Tale atteggiamento le disorienta, come anche il luogo in cui Chae-rin è ospite, una comunità di missionari cattolici che nasconde, dietro una parvenza morale, pratiche malsane.

Titolo Originale
지옥만세 (ji-ok-ma-se)
Genere
Drammatico
Regia e Sceneggiatura
Lim Oh-jeong
Interpreti
Oh Woo-ri, Bang Hyo-rin, Jung Yi-ju, Park Sung-hoon, Lee Joo-won-I, Lee Sun-hee
Corea del Sud, 2022, 109′

Pur formalmente poco coerente, Hail to Hell dell’esordiente regista Lim Oh-jeong sviscera approfonditamente i temi del bullismo e del perdono.
Non siamo cioè di fronte a un dramma tout court. Al di là di vezzi registici che alleggeriscono un tentativo di suicidio ad inizio film e hanno un effetto catartico verso la fine (il ballo di Na-mi tra i fuochi d’artificio), a risultare fuori posto, non è tanto la piega avventurosa che prende il viaggio delle due protagoniste, che anzi narrativamente coinvolge, ma è piuttosto l’epilogo thriller. A maggior ragione se i comportamenti degli aderenti al centro missionario mancano di basi logiche ed esaustive.
Così come le sagome di Jae-hi e del padre, o di Chae-rin e Myung-ho, suggeriscono situazioni senza esplicarle, così è poco comprensibile l’accesa competizione per andare in “paradiso”. Tuttavia, l’introduzione del culto è centrale, perché innesca una riflessione complessa sul perdono, similmente a Secret Sunshine di Lee Chang-dong. Per quanto Chae-rin sia “un po’ cambiata”, ovvero convintamente “convertita”, essa rimane l’ape regina che coordina pratiche di bullismo. Perfino il suo atteggiamento da rea confessa, disposta ad essere punita per essere redenta, nasconde un secondo fine neanche tanto celato.
A non essere cambiata è invece Na-mi, che squarcia il velo dell’ipocrisia, annichilendo il senso del perdono. Perché il perdono non esiste, è come dare una torta a una persona che si odia. Sia chi lo cerca che chi lo rifiuta sono destinate a convivere con quanto arrecato e subito, e pertanto ad andare avanti, conservando le cicatrici. Forse Chae-rin non sarà pervasa dal senso di colpa, ma Na-mi acquisisce paradossalmente quella forza di reagire che la madre tanto le rimprovera di non avere, non comprendendo i bisogni della figlia.
L’inferno, d’altronde, è popolato non solo da coetanei prevaricatori, ma anche da adulti che convergono le loro attenzioni esclusivamente sulla figlia apparentemente più in difficoltà (Seon-woo), o che sfruttano la propria prole a scopi utilitaristici (Yeon-bok).


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